La febbre greca ha contagiato pure la Croazia

Zagabria è entrata nell'Ue nel 2013. Ma ha già la peggiore crisi dopo quella di Atene. Tutte le speranze nel petrolio dell'Adriatico e nelle misure taglia-debito.

La febbre greca ha contagiato pure la Croazia

Kolinda Grabar-Kitarovic, presidente della Croazia (foto LaPresse)

A Zagabria sono convinti che oltre il fondale dell’Adriatico e nel sottosuolo della Pannonia, regione storica nel nordest del paese, si trovino vaste quantità di petrolio e gas. In effetti le stime sulle riserve sono ottimistiche. Da qui una gragnola di licenze in palio. Nell’offshore sono state assegnate a gennaio. Dieci in tutto. Sette se le sono accaparrati gli austriaci di OMV e gli americani di Marathon Oil, uniti in consorzio. Due sono andate a INA, compagnia croato-ungherese. L’ultima è toccata a un altro consorzio, tra ENI e la britannica Medoilgas. È iniziata anche la partita dell’onshore nella Pannonia. Il mese scorso è scaduto il bando. Sette i soggetti interessati. Silenzio, al momento, sui loro nomi. Le sole attività in Adriatico dovrebbero generare investimenti per due miliardi di euro. Cifra che vale il 4% del pil croato. La speranza delle autorità, immaginando che qualche ritorno arriverà anche dall’onshore, è che questi soldi diano ossigeno a un’economia in stato pietoso.

 

La crisi ha devastato il più giovane dei membri dell’Ue, la Croazia, cooptata nel luglio 2013. Nel periodo 2008-2014 ha perso 12,8 punti di pil. È la sesta peggiore performance a livello globale e in Europa solo la Grecia ha avuto un cedimento più grave, ma ha dalla sua l’alibi della troika e può sperare inoltre nelle previsioni, che quest’anno indicano il ritorno alla crescita. La Croazia, al contrario, è data tra la stagnazione e l’ennesima annata recessiva. Sarebbe la settima di fila. Dal 2000 solo lo Zimbabwe, nel mondo, ne ha inanellate di più. Otto, nel periodo 2001-2008. Alla flessione del pil si affiancano altri indici deprimenti. Gli investimenti diretti sono passati dai 4,2 miliardi del 2008 al miliardo e 200 milioni del 2013. Il debito pubblico ha raggiunto l’82%. I consumi sono crollati. La disoccupazione si attesta al 19,6%. Tra i giovani lambisce il 50%: il dato più grave in Europa.

 

La crisi croata ha certamente cause esterne. Dopotutto il paese è legato alle economie dell’euro. Austria, Italia e Germania, tra i principali investitori, hanno stretto la cinghia. Bisogna però guardare anche ai fattori interni, tra i quali spiccano la debolezza cronica dell’export, la bolla immobiliare, la corruzione elevata e una classe imprenditoriale troppo abituata a vivere di commesse. Non vanno trascurati gli squilibri regionali. La costa, con il turismo, riesce a tenere. Ma ci sono zone dell’interno, specie quelle che negli anni ’90 furono teatro di guerra, dove l’economia è artificiosamente tenuta in vita dallo stato. Da ultimo è sopraggiunto il problema del franco svizzero. Il suo apprezzamento mette in difficoltà molti dei circa 60000 croati che hanno acceso mutui in valuta elvetica. 

 

Con queste premesse è difficile pensare che la corsa alle risorse energetiche possa imprimere una svolta radicale. Anzi, c’è il rischio che penalizzi il turismo e quindi affossi ancora di più il paese. È quanto afferma Sos Ja Zadran (Sos per l’Adriatico), cartello di associazioni ambientaliste che sta conducendo una dura campagna contro le politiche del governo e ha trovato una sponda nell’ecologismo italiano. A Venezia, il 28 febbraio, s’è tenuta una manifestazione congiunta.   
Le attività offshore preoccupano anche Ljubljana e Roma, che hanno recentemente sollecitato Zagabria a fare chiarezza sull’impatto ambientale, dal momento che l’Adriatico ha sponde strette. È notizia dei giorni scorsi l’avvio di consultazioni tra il governo croato e quello italiano. Il secondo dovrà fornire entro il 4 maggio le proprie osservazioni sui piani del primo.  
Le controversie non riguardano solo l’ecosistema marino. Tra gli economisti c’è chi fa notare che è poco lungimirante affidarsi al tesoretto del sottosuolo, ammesso che tale sia. Servono piuttosto riforme profonde, vere. Su questo la politica ha finora deluso. I governi di centrodestra, al potere fino al 2011, si sono fatti divorare dalla corruzione. La coalizione che li ha succeduti, guidata dal socialdemocratico Zoran Milanovic, s’è adeguata ai ritmi dell’austerità. Il paese non è ripartito, né i benefici dell’ingresso in Europa, in prima battuta i fondi strutturali, sono ancora entrati a regime. Era illusorio anche solo sperarlo. La stessa Polonia, l’esempio in assoluto più virtuoso dell’Europa allargata, ha finito il rodaggio dopo un paio di anni, se non tre, dall’adesione.

 

[**Video_box_2**]Eppure Milanovic avrebbe fretta, visto che a fine anno o al massimo entro il febbraio del 2016 si va al voto. Gli scarsi risultati economici hanno polverizzato il consenso della sua coalizione, riportando in auge la destra, vincitrice di tutte le recenti tornate. L’ultima è stata quella presidenziale. Il socialdemocratico Ivo Josipovic è stato sconfitto al ballottaggio da Kolinda Grabar-Kitarovic, la candidata dell’Hdz, il primo partito della destra. Il nuovo capo di stato ha annusato e trasformato in voti il vento conservatore che si sta risollevando nel paese. È una conseguenza della crisi, ma anche dell’attivismo della costola più tradizionalista della chiesa cattolica, che a Papa Francesco non piace affatto, si scrive sui giornali di Zagabria. La cattiva congiuntura economica ha fornito benzina anche alle forze alternative di sinistra. Ivan Sincic, esponente di Scudo umano, un gruppo anti-sfratto, ha ottenuto un sorprendente 16% alle presidenziali. I sondaggi dicono che Orah (Sviluppo sostenibile) è ormai appaiato ai socialdemocratici.

 

La mossa con cui Milanovic ha tentato di ridare linfa a se stesso, al partito e alla coalizione, è stato il taglio del debito nei confronti di circa 60.000 persone che guadagnano meno di 200 euro al mese e non hanno né proprietà, né risparmi. Il provvedimento, orientato a recuperare una parte di popolazione persa, è stato criticato dall’associazione dei creditori, secondo cui non farà che aggravare la spirale del debito. In tanti però si sono soffermati sul suo significato politico-elettorale, ricordando che tra qualche mese si aprono le urne e Milanovic deve combattere su due fronti e sperare quanto meno di salvare la faccia.

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