Rottamare il debito

Dove approdano le crisi parallele di Kiev, Atene e Buenos Aires nei piani del Fondo monetario.

Rottamare il debito

Il presidente del Fmi con il vice premier turco Ali Babacan (I a destra), il governatore della banca centrale turca, Erdem Basci (II a destra) e il segretario al Tesoro americano, Jack Lew (a sinistra

Questa settimana il Fondo monetario internazionale approverà un nuovo programma di assistenza all’Ucraina. Dei circa 40 miliardi di dollari che, a Washington, stimano necessari per stabilizzare l’economia di Kiev nel medio termine, il Fmi ne fornirà 17 e mezzo. La parte restante dovrebbe essere finanziata, almeno in parte, a carico dei creditori, i quali dovranno accettare un sensibile ridimensionamento delle poste vantate verso il Tesoro ucraino. In altre parole, si procederebbe alla ristrutturazione del debito ucraino, i cui negoziati sarebbero già cominciati giorni fa. L’ingente ammontare di risorse elargito a una paese in guerra senza la certezza dei suoi confini, il secondo programma approvato in meno di un anno, e l’interposizione dell’istituzione tra le maggiori potenze del mondo in questa delicata partita crea non pochi rischi reputazionali per l’organizzazione internazionale. In tale cornice, la ristrutturazione del debito diventa fondamentale, stante l’esitazione dell’Unione europea e degli Stati Uniti a fornire risorse addizionali significative, per scongiurare la bancarotta del paese mentre è sotto la tutela del Fmi. L’imminente dibattito sulla ristrutturazione del debito ucraino è destinato a sovrapporsi a quello più generale sulla gestione delle crisi debitorie sovrane che, di recente, si è intensificato presso le maggiori istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite e il Fmi, ma anche nei forum intergovernativi come il G20 e il G24. Cerchiamo di analizzarne sia motivazioni sia obiettivi.

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Le motivazioni, prima. La riflessione maturata negli ultimi anni in seguito all’acuirsi della crisi dell’Eurozona ha generato una serie di analisi, alcune maturate all’interno di istituzioni internazionali come il Fmi, altre pubbliche, alimentate dal mondo dei think tank internazionali, che convergono sulle seguenti conclusioni. All’insorgere della crisi e a fronte della richiesta di aiuto alla comunità internazionale del paese sotto stress, la prima deve intervenire con provvedimenti risolutivi in grado di ancorare le aspettive di mercato, inducendo gli investitori a cooperare per una soluzione sostenibile della crisi. Nel caso della crisi greca, invece, è avvenuto l’opposto. Nel maggio del 2010, il Fmi approvò il più grande pacchetto di aiuti nella sua storia in aggiunta al piano d’interventi della Ue e della Bce. Contestualmente, il consiglio di amministrazione dell’istituzione di Pennsylvania Avenue approvò un simultaneo emendamento al suo regolamento interno consentendo un accesso eccezionale da parte dell’allora governo greco alle proprie risorse finanziarie anche in presenza di forti dubbi sulla sostenibilità futura del debito di Atene. L’idea era che un pacchetto di aiuti consistente potesse calmierare la volatilità di mercato e, soprattutto, contenere il contagio ai debitori sistemici dell’Eurozona, Italia e Spagna, la cui caduta avrebbe disintegrato la moneta unica. In realtà, i vari piani di aiuto approvati a favore di Atene fornirono alle banche tedesche e francesi la preziosa opportunità di dismettere i loro investimenti che, a tutt’oggi, rimangono in carico al contribuente europeo e internazionale. La volatilità si acuì, così come il contagio, fino al famoso discorso di Mario Draghi nell’estate del 2012 che presagì l’introduzione dell’Omt, il programma di intervento potenzialmente illimitato della Bce a favore di debitori sovrani sotto stress. Allo stesso tempo, il governo Monti attuava in Italia un ambizioso programma di stabilizzazione fiscale che portava il saldo di bilancio su base strutturale vicino al pareggio. Altrove, la Spagna aderiva al programma Ue di ristrutturazione del proprio sistema finanziario e introduceva un ventaglio di riforme nell’economia reale a cui si attribuisce la recente dinamica favorevole nella crescita del suo pil. Sulla scorta di queste osservazioni, l’intervento tardivo in Grecia appare avere aiutato più le banche che i cittadini greci, italiani o spagnoli e, ancor meno, il contribuente internazionale, mentre la volatilità di mercato e il contagio si sono ridotti solo quando sono state approntate misure concrete di politica economica.

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[**Video_box_2**]Cambiando emisfero, la scorsa estate alcune sentenze della corte di New York intimavano a un emittente sovrano, l’Argentina, di pagare in pieno una sparuta minoranza di creditori recalcitranti, per lo più fondi speculativi, cosiddetti “avvoltoio”, se intendeva continuare a onorare gli impegni assunti con oltre il 92 per cento dei creditori che avevano in precedenza aderito a un piano di ristrutturazione per agevolare l’uscita del paese dalla crisi della prima metà della scorsa decade. La lezione che molti hanno tratto da quest’ultimo episodio è che, nelle crisi debitorie sovrane, una sparuta minoranza di creditori speculativi o “avvoltoio” dotati di uffici legali sofisticati e disposti a dare battaglia nelle aule di tribunale, è in grado di condizionare la stragrande maggioranza di creditori cooperativi che internalizzano le prospettive di lungo periodo di un paese in crisi. In tal modo, i primi riescono a introdurre un fondamentale elemento di (ulteriore) incertezza in circostanze, già intrinsecamente difficili, nelle quali si cerca di dirimere una crisi sovrana acuendo il costo sociale della medesima crisi. Partendo da questi fatti, si sono sviluppate una serie di iniziative volte a rendere meno incerta la gestione delle crisi sovrane. Lo staff del Fmi presenterà entro la fine dell’anno una formale proposta di emendamento all’approvazione del consiglio di amministrazione così da reintrodurre una maggiore disciplina nella sua attività di prestito ed evitare la tentazione di dare una via di uscita agli investitori a carico del contribuente. In tal senso, l’idea è di condizionare l’accesso eccezionale alle proprie risorse a un preventivo riscadenzamento o ristrutturazione del debito, nel caso la sua sostenibilità non fosse accertata preventivamente. Le Nazioni Unite stanno lavorando a un ipotesi di trattato internazionale che regolamenti in modo uniforme (e non caso per caso come la proposta del Fmi di cui sopra) la compartecipazione dei creditori ai programmi di aiuto. L’idea è che l’onere della crisi non sia asimmetricamente scaricato sulla popolazione deprivandola di servizi essenziali. Nelle prossime settimane, l’agenzia Unctad di Ginevra preparerà un rapporto per l’Assemblea Generale nel quale fornirà le sue raccomandazioni di natura tecnica.
Ma i paesi creditori che ospitano i più importanti centri finanziari, come Stati Uniti e Regno Unito, ne hanno boicottato il processo sin dall’inizio rifiutando di partecipare alla commissione speciale in seno all’Assemblea che ne sta coordinando i lavori. Una convenzione Onu cui non aderissero i paesi che ospitano i centri finanziari in cui la stragrande maggioranza del debito sovrano all’estero viene emesso, annullerebbe, in pratica, i vantaggi di un trattato internazionale, se non venisse applicato alle piazze di Londra e New York. Per questo, una probabile raccomandazione potrebbe essere di privilegiare un approccio teso all’armonizzazione internazionale della normativa in materia, sull’esempio delle direttiva europee per i paesi membri della Ue. La raccomandazione presa alla lettera conterrebbe il costo politico dell’approccio statutario ma ne conserverebbe in buona parte i benefici, in termini di un approccio comune e uniforme nella compartecipazione dei creditori per assicurare la sostenibilità del debito di un paese in crisi. Anche il G20, tendenzialmente refrattario a questo tema, ne ha recepito l’importanza con una menzione nel recente comunicato della riunione ministeriale tenutasi a Istanbul con la quale si è inaugurata la presidenza turca del forum. Da ultimo, il G24, un’organizzazione di paesi emergenti e in via di sviluppo, ha messo il tema al centro dell’agenda nel suo incontro annuale la scorsa settimana a Beirut.

 

Per l’Italia il tema rimane controverso. Con un altissimo debito, le autorità non possono lanciare messaggi potenzialmente ambigui che indichino un’impropria disponibilità a una eventuale ristruttuturazione alle prime difficoltà. D’altro canto, la condizione di vulnerabilità che fa la nostra economia prona al contagio proveniente da crisi altrui, rende l’Italia interessata alla razionalizzazione del problema in questione. Meglio se fatto attraverso il sipario discreto di organizzazioni multilaterali o forum intergovernativi globali in cui l’Italia è uno dei tanti membri.

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