Nel 1965, a New York, io (che allora ero vicepresidente della casa editrice Basic Books) e il mio vecchio amico Daniel Bell, professore di sociologia alla Columbia University, eravamo molto tormentati. La ragione del nostro disagio stava nella mentalità che cominciava a dominare nel dibattito politico e sociale dentro e fuori il mondo accademico; una mentalità che stravolgeva completamente le realtà della vita americana. Uno degli esempi più lampanti delle assurdità prodotte da questo nuovo modo di pensare, molto popolare tra i sociologi e ampiamente diffuso dalla stampa, era l’idea che il modo migliore a disposizione dei poveri per sfuggire alla loro condizione fosse quello di organizzarsi per “combattere contro il governo cittadino” e “guadagnare potere”. Era una cosa che sembrava plausibile in un periodo in cui le tesi socialiste, o quasi socialiste, erano ancora molto in voga, e portavano molti a pensare che la cura contro la povertà stesse nell’attivismo politico (ossia pretendere l’assistenza dello Stato) anziché nell’attivismo economico (ossia incoraggiare l’energia imprenditoriale nei mercati).
Io e Daniel provenivamo entrambi da famiglie povere, avevamo attraversato fasi di radicalismo politico nella nostra vita ed eravano sbigottiti dal fatto che idee che noi ritenevamo ormai screditate fossero risorte a nuova vita. Dan, in quei giorni, si definiva un socialista democratico (e, detto per inciso, lo fa ancora), mentre io mi ritenevo un liberal scettico. Entrambi eravamo senza dubbio convinti che allo Stato spettasse un ruolo preciso nello sforzo di combattere la povertà, ben maggiore di quello che i conservatori ritenevano appropriato. Ma eravamo altrettanto convinti che l’attivismo politico (ossia, la “lotta di classe”) non fosse lo strumento con cui combattere questa battaglia. C’era poi la grande assurdità del mondo accademico, promossa dalla Ford Fonda tion ed echeggiata da quasi tutte le altre più importanti fondazioni del paese, secondo la quale l’“automazione” minacciava di privare l’uomo del lavoro abbandonandolo a una vita di opulente ozio per la quale non era intellettualmente e moralmente preparato. Naturalmente, le fondazioni, le università e i media (a quei tempi pieni di giovani appena usciti dalle università) avrebbero avuto un ruolo fondamentale nel salvare il popolo americano da questo lugubre destino. Il risultato fu un’ondata di conferenze sull’imminente minaccia dell’ozio di massa, da cui scaturì un’altra ondata di libri e di saggi. Dan, che conosceva l’economia meglio di me, era infuriato dall’ignoranza che questo episodio dimostrava. Ignoranza completa di come un sistema economico debba affrontare il problema dell’innovazione. Quanto a me, ero stupefatto dalla facilità con cui la descrizione dell’idilliaca vita sotto il socialismo fatta da Marx era stata inconsapevolmente trasformata in un incubo proprio dagli esponenti della sinistra. Furono queste le preoccupazioni che ci spinsero a fondare The Public Interest. (…) Nei suoi primi sette anni di esistenza The Public Interest fu generalmente considerata una rivista moderatamente liberal (e questo era anche il modo in cui la rivista considerava se stessa). I direttori e la maggior parte dei collaboratori erano, dopo tutto, iscritti al partito democratico.
Pat Moynihan aveva fatto parte dell’Amministrazione di Kennedy e di Johnson; nel 1968 io stesso avevo lavorato per la campagna elettorale di Hubert Humphrey. Furono le elezioni del 1972 che provocarono le prime spaccature politiche all’interno della nostra comunità. Daniell Bell non riusciva a persuadersi a votare repubblicano e appoggiò senza alcun entusiasmo George Mc- Govern. Io, invece, disgustato dalle idee di McGovern sulla politica estera, votai, con lo stesso poco entusiasmo, per la rielezione di Nixon. Il mio voto repubblicano non produsse grandi scosse nella comunità intellettuale di New York. Non ci volle molto, però, soltanto un paio d’anni, prima che lo scrittore socialista Michael Harrington s’inventasse il termine “neoconservatore” per descrivere un liberal rinnegato come me. Con grande disappunto di alcuni miei amici, decisi di accettare quell’appellativo: non aveva senso definirsi un liberal, quando nessun altro lo faceva. In più, dovevo accettare il fatto che votare per Richard Nixon, nel mondo accademico e intellettuale, era come se un ebreo mangiasse deliberatamente carne di maiale per la festa del Yom Kippur. Era un atto di auto-scomunica. Infatti, alcuni miei avversari considerarono quasi sacrilego il fatto che un ebreo abbandonasse il credo del liberalismo. Per loro, il neoconservatorismo era un’eresia non solo politica ma anche religiosa. Alcuni dei miei migliori amici e stretti collaboratori di The Public Interest non aderirono alla mia eresia. La rivista continuò a evitare qualsiasi tipo di aperto schieramento e attivismo politico, e rimase concentrata su un approccio revisionistico alle scienze so- ciali. Era stato questo l’impulso originario che aveva determinato la fondazione della rivista, e continuò a essere il tema dominante, anche se mai il solo, della nostra attività editoriale. Era, per così dire, il nocciolo delle nostre proposte, che proponevano nuovi modi di analizzare i problemi della povertà, dell’ineguaglianza economica, dell’istruzione, dell’educazione sessuale, del controllo sulle armi e così via. Pubblicavamo i risultati delle ricerche in campo sociale, anche di quelle più eterodosse. Arricchivamo questi risultati con nuovi modelli di analisi economica, fornendo una concreta prova di obiettività esente da influenze ideologiche. Fino alle guerre culturali Ma non siamo mai stati degli economisti e degli studiosi di scienze sociali chiusi nel loro recinto. Al contrario, abbiamo subito scoperto che dietro le solide realtà delle leggi economiche e delle scienze sociali ci sono le altrettanto solide realtà della moration ed echeggiata da quasi tutte le altre più importanti fondazioni del paese, secondo la quale l’“automazione” minacciava di privare l’uomo del lavoro abbandonandolo a una vita di opulente ozio per la quale non era intellettualmente e moralmente preparato. Naturalmente, le fondazioni, le università e i media (a quei tempi pieni di giovani appena usciti dalle università) avrebbero avuto un ruolo fondamentale nel salvare il popolo americano da questo lugubre destino. Il risultato fu un’ondata di conferenze sull’imminente minaccia dell’ozio di massa, da cui scaturì un’altra ondata di libri e di saggi. Dan, che conosceva l’economia meglio di me, era infuriato dall’ignoranza che questo episodio dimostrava. Ignoranza completa di come un sistema economico debba affrontare il problema dell’innovazione.
Quanto a me, ero stupefatto dalla facilità con cui la descrizione dell’idilliaca vita sotto il socialismo fatta da Marx era stata inconsapevolmente trasformata in un incubo proprio dagli esponenti della sinistra. Furono queste le preoccupazioni che ci spinsero a fondare The Public Interest. (…) Nei suoi primi sette anni di esistenza The Public Interest fu generalmente considerata una rivista moderatamente liberal (e questo era anche il modo in cui la rivista considerava se stessa). I direttori e la maggior parte dei collaboratori erano, dopo tutto, iscritti al partito democratico. Pat Moynihan aveva fatto parte dell’Amministrazione di Kennedy e di Johnson; nel 1968 io stesso avevo lavorato per la campagna elettorale di Hubert Humphrey. Furono le elezioni del 1972 che provocarono le prime spaccature politiche all’interno della nostra comunità. Daniell Bell non riusciva a persuadersi a votare repubblicano e appoggiò senza alcun entusiasmo George Mc- Govern. Io, invece, disgustato dalle idee di McGovern sulla politica estera, votai, con lo stesso poco entusiasmo, per la rielezione di Nixon. Il mio voto repubblicano non produsse grandi scosse nella comunità intellettuale di New York. Non ci volle molto, però, soltanto un paio d’anni, prima che lo scrittore socialista Michael Harrington s’inventasse il termine “neoconservatore” per descrivere un liberal rinnegato come me. Con grande disappunto di alcuni miei amici, decisi di accettare quell’appellativo: non aveva senso definirsi un liberal, quando nessun altro lo faceva. In più, dovevo accettare il fatto che votare per Richard Nixon, nel mondo accademico e intellettuale, era come se un ebreo mangiasse deliberatamente carne di maiale per la festa del Yom Kippur. Era un atto di auto-scomunica. Infatti, alcuni miei avversari considerarono quasi sacrilego il fatto che un ebreo abbandonasse il credo del liberalismo. Per loro, il neoconservatorismo era un’eresia non solo politica ma anche religiosa. Alcuni dei miei migliori amici e stretti collaboratori di The Public Interest non aderirono alla mia eresia. La rivista continuò a evitare qualsiasi tipo di aperto schieramento e attivismo politico, e rimase concentrata su un approccio revisionistico alle scienze so- Nel 1965, a New York, io (che allora ero vicepresidente della casa editrice Basic Books) e il mio vecchio amico Daniel Bell, professore di sociologia alla Columbia University, eravamo molto tormentati.
La ragione del nostro disagio stava nella mentalità che cominciava a dominare nel dibattito politico e sociale dentro e fuori il mondo accademico; una mentalità che stravolgeva completamente le realtà della vita americana. Uno degli esempi più lampanti delle assurdità prodotte da questo nuovo modo di pensare, molto popolare tra i sociologi e ampiamente diffuso dalla stampa, era l’idea che il modo migliore a disposizione dei poveri per sfuggire alla loro condizione fosse quello di organizzarsi per “combattere contro il governo cittadino” e “guadagnare potere”. Era una cosa che sembrava plausibile in un periodo in cui le tesi socialiste, o quasi socialiste, erano ancora molto in voga, e portavano molti a pensare che la cura contro la povertà stesse nell’attivismo politico (ossia pretendere l’assistenza dello Stato) anziché nell’attivismo economico (ossia incoraggiare l’energia imprenditoriale nei mercati). Io e Daniel provenivamo entrambi da famiglie povere, avevamo attraversato fasi di radicalismo politico nella nostra vita ed eravano sbigottiti dal fatto che idee che noi ritenevamo ormai screditate fossero risorte a nuova vita. Dan, in quei giorni, si definiva un socialista democratico (e, detto per inciso, lo fa ancora), mentre io mi ritenevo un liberal scettico. Entrambi eravamo senza dubbio convinti che allo Stato spettasse un ruolo preciso nello sforzo di combattere la povertà, ben maggiore di quello che i conservatori ritenevano appropriato. Ma eravamo altrettanto convinti che l’attivismo politico (ossia, la “lotta di classe”) non fosse lo strumento con cui combattere questa battaglia. C’era poi la grande assurdità del mondo accademico, promossa dalla Ford Foundale, della famiglia, della cultura e della religione: le “consuetudini della mente” e le “consuetudini del cuore”, come diceva Tocqueville, che determinano la qualità e il carattere di un popolo. Anche questi fattori, in quanto potevano essere sottoposti a una rigorosa ricerca e analisi sociale, hanno contribuito a formare lo spirito e il tono caratteristico della nostra rivista. (…)
Nel 1976 mi convinsi dell’inefficacia dei tradizionali modelli macroeconomici e cominciai a sostenere quella che è stata definita economia “dell’offerta”; una definizione niente affatto elegante che io sostituirei con quella di “economia della crescita”. Così pubblicai un articolo di Jude Wanninski che ne illustrava le ragioni. Il mondo non ne rimase particolarmente colpito, ma il Wall Street Journal invece sì, tanto che se ne fece paladino, applicandola alle questioni del giorno ed elaborando una specie di teoria economica neoconservatrice. (…) Le guerre culturali hanno introdotto ancora un’altra dimensione nel neoconservatorismo. Su The Public Interest queste guerre erano combattute soprattutto nella sezione delle recensioni. Qui la rivista trovò numerosi alleati tra i liberal, in particolare nel mondo accademico, disgustati dalle stravaganze della sinistra e della controcultura. Quest’ultima, da parte sua, si muoveva in direzione di un secolarismo aggressivo e di una forte ostilità contro la religione, che preannunciava un’infausta tensione tra la sfera laica e quella religiosa nella politica americana. Anche qui The Public Interest si è trovato su un solido terreno, perché aveva sempre avuto un benevolo interesse verso la religione: un interesse laico, derivante dalla tradizionale filosofia politica e morale, che ha sempre compreso la religione come una forza non solo spirituale, ma anche sociale.
Di Irving Kristol © The Public Interest