A Sabaudia, in gran segreto, ho conosciuto una coppia senza pari. Nella storia di Tancredi e Irene – l’incontro tra un giovane uomo di trent’anni e una signora chicchissima di Roma nord– c’è tutta l’innocente sensualità della perdizione, quando l’emozione sincera e assoluta degli affetti riesce a contemplare e rispettare l'eros tra un ragazzo serenamente fidanzato e una donna felicemente realizzata nel matrimonio. La storia di Tancredi e Irene non ha nulla del demonismo scabroso e dell’intellettualismo angosciato di quelle inacidite signore che leggono “Limes” e “Micromega” al bar “Farnese” di Roma. Una di loro, ieri, mi ha fermato con aria sconsolata rimproverandomi così: “Se fossi sua madre, sarei un po’ preoccupata del suo carrierismo”. Per educazione ho risposto con un sorriso. Avrei voluto chiedere alla signora, alla mamma, alla consorte silenziosa se, nella sua vita campagnola e festosa, avesse mai provato ad occuparsi delle ambizioni fameliche di suo marito, storico dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd. Chissà.
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di Pierluigi Diaco