Occhio a Xi

Una rassegna delle copertine dei principali magazine internazionali. New Statesman, Economist, Times, Bloomberg Businessweek, Courrier international, New York Time Magazine, Spectator
Occhio a Xi

Il presidente cinese Xi Jinping è il più potente leader comunista dai tempi di Deng Xiaoping. Anzi, il più potente dai tempi di Mao Zedong. Perché era da Mao che in Cina non si vedevano tanta concentrazione di potere e un culto della personalità così sviluppato, e che la Cina non era così ideologicamente mobilitata e, dal punto di vista di alcuni analisti occidentali, anche un po’ inquietante. Due dei più importanti magazine internazionali, l’Economist e Time, dedicano le loro copertine al presidente cinese, con molto rosso, molta iconografia stile vecchio regime comunista, e un avvertimento: occhio a Xi. L’Economist sfodera perfino uno dei suoi famosi “unfit”.

 


 

Sono passate poche settimane dagli attentati di Bruxelles, l’attenzione dei media inizia a farsi più flebile, ma non la sensazione di inquietudine. La descrive il Courrier international, che racconta la terribile esperienza, ormai comune a molti cittadini europei, di vivere sotto minaccia costante, e la rafforza il britannico New Statesman, con una bella copertina in cui inaugura, nell’editoriale interno, l’inizio dell’èra dell’“iperterrorismo”, il cui scopo è colpire le società aperte.

 

 


Un hacker colombiano ha truccato le elezioni in tutta l’America latina negli ultimi anni godendo di finanziamenti e mezzi illimitati? Lo sostiene, con una copertina efficacissima, Bloomberg Businessweek, che intervista Andrés Sepúlveda, l’uomo che chiuso in varie suite d’albergo in giro per il continente avrebbe deciso il corso della democrazia in Messico, Salvadór, Costa Rica, Colombia. La prospettiva è affascinante e inquietante, lo svolgimento lascia un pochino a desiderare, ma solletica violentemente la fortissima (e spesso giustificata) mania del complotto che alberga nei popoli latini – i cui media già stanno impazzendo per le rivelazioni.

 

 


 

 

Gli scienziati la dovrebbero chiamare col suo nome. L’ingegneria genetica ha ormai raggiunto livelli tecnici altissimi, è applicabile all’uomo e ormai è solo questione, appunto, di tornare a chiamarla col suo nome: stiamo tornando all’eugenetica, scrive Fraser Nelson sullo Spectator in un articolo di notevole profondità storica.

 

 

 


I Golden State Warriors sono una squadra del campionato di basket americano (Nba) e stanno battendo record su record. Guidati da uno dei giocatori più rivoluzionari degli ultimi decenni, Steph Curry, hanno vinto il campionato dell’anno scorso e si apprestano a fare la doppietta. Dei loro meriti sportivi si è parlato allo sfinimento, e si continuerà a parlare. Me se il merito non fosse solo dei giocatori, ma anche di quel gruppo di venture capitalist che ha comprato la squadra nel 2010, e che la amministra con metodi innovativi? Lo racconta il magazine del New York Times.

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