Le statistiche dell'ottimismo: si muore dopo perché si sta meglio

Dal primo rapporto Istat (1974) a oggi la speranza di vita è aumentata di 10 anni e un mese. E di più dove si produce di più

Le statistiche dell'ottimismo: si muore dopo perché si sta meglio

Foto LaPresse

Roma. I soldi non fanno la felicità, e sia, ma che lo sviluppo economico allunga la vita è una realtà che non può essere messa in discussione. I dati della speranza di vita in Italia, nel mentre rappresentano la controprova di quel che, se non si ha il prosciutto sugli occhi, si intuisce d’emblée, fanno altresì giustizia, a saperli o forse semplicemente a volerli leggere, di valanghe di sciocchezze che si dicono a proposito della ricchezza che circola nelle vene di una società. Perché la ricchezza appunto circola, questo è quanto, non sta ferma e non si accontenta e nel suo movimento comprende, coinvolge, risucchia.

 

Nei 42 anni che intercorrono tra il 1974 (primo anno della serie Istat delle tavole di mortalità) e il 2016 (ultimo, fresco di stampa) la speranza di vita degli italiani è aumentata di 10 anni e un mese, alla media di 2,9 mesi (2 mesi e 27 giorni) all’anno. Avevamo una speranza di vita alla nascita di 72 anni 8 mesi e 2 giorni, oggi ne abbiamo una di 82 anni 9 mesi e 2 giorni. Continuiamo a crescere a un ritmo formidabile, considerando dove siamo arrivati, anche se, fatalmente, il ritmo tende a perdere qualcosa mano a mano che la vita media cresce: nei primi 21 anni del periodo, tra il 1974 e il 1995, la speranza di vita è aumentata alla media di 3 mesi l’anno, nei secondi 21 anni, tra il 1995 e il 2016, la speranza di vita è cresciuta alla media di 2,8 mesi l’anno. Ci siamo persi lo sviluppo economico? Nient’affatto, perché l’exploit tra tutte le ripartizioni italiane lo realizza il Nord, e segnatamente il Nordovest, trascinato dalla locomotiva lombarda. Partito nel 1974 dalla retroguardia, con una speranza di vita di quasi due anni inferiore a quella del Centro e di 8 mesi inferiore a quella stessa del Mezzogiorno, il Nord ha recuperato tutto il distacco dal Centro, fino a superarlo, e ha lasciato indietro il Mezzogiorno di oltre un anno. Con un aumento di 11,1 anni il Nordovest sopravanza il Nordest (10,6 anni) e ben di più il Centro (9) e le Isole (8,7). Il Sud, con 9,4 anni di aumento supera a sua volta l’aumento registrato dal Centro, ma con una importante annotazione: questo superamento è il frutto del periodo 1974-1995, perché nel periodo 1995-2016 il sud registra nettamente la peggiore performance tra le ripartizioni territoriali italiane.

 

Bene, questi dati equivalgono un po’ a quelli dell’andamento del pil, della bilancia dei pagamenti, dei redditi delle famiglie e individuali delle ripartizioni territoriali italiane nel periodo considerato, nel senso che li riflettono, certo non ne sono una conseguenza del tutto automatica, ma altrettanto certamente ne vengono influenzati in modo diretto e massiccio. Né si deve dimenticare che il clima costituisce un fattore ecologico più favorevole nelle regioni del sud, così come i livelli di inquinamento dell’aria. Insomma, è piuttosto il nord che parte svantaggiato per quanto riguarda le condizioni ambientali-territoriali, ma è il nord che ha registrato i risultati nettamente migliori dell’aumento della vita media negli ultimi quarant’anni. Sviluppo economico, produzione e distribuzione della ricchezza: qui è il centro del discorso anche per quanto riguarda la speranza di vita alla nascita o vita media, perché più ricchezza e meglio distribuita significa, generalmente parlando, maggior qualità e quantità della vita.

 

E, a questo proposito, conviene intendersi bene sul significato di speranza di vita alla nascita. Tutti sappiamo che se, come attesta l’Istat, la speranza di vita nel 2016 è pari a 82 anni e 9 mesi (82,75), un bambino che nasce oggi ha quella speranza di vita sulla base di quello che è, per dire le cose all’ingrosso, l’andamento della mortalità odierna alle varie età. Ciò su cui riflettiamo meno è che, paradossalmente, mano a mano che le nostre vite scorrono quella speranza di vita aumenta. All’età di 50 anni la speranza di vita non è pari a 32,75 anni, come indicherebbe la differenza tra la speranza di vita alla nascita (82,75) e i 50 anni già vissuti, ma 34,1 anni; a 70 anni non è 12,75 ma 16,7 anni e a 80 non è 2,75 ma ben 9,5 anni. Il motivo è semplice: chi sopravvive a certe età ha più anni di vita davanti perché ha superato i rischi di morte legati alle età precedenti. Insomma, in certo senso la speranza di vita alla nascita è la base, lo standard che superiamo semplicemente vivendo: nell’86esimo anno di vita il 50 per cento degli italiani è ancora vivo e vegeto, e questo mentre solo il 10 per cento degli italiani, uno su dieci, muore entro il 67esimo anno di vita. Allora la domanda inevitabile, di fronte a questi dati, è come possa una popolazione come quella italiana essere così disgraziata come invece viene raccontata partendo da altre cifre, altre statistiche, spesso raffazzonate, quando non inventate di sana pianta. Sembriamo un paese sull’orlo di una crisi di nervi, se non proprio della disperazione, e praticamente viviamo più di tutti i paesi al mondo?

 

2. In nessuna regione italiana si vive meno di 81 anni, così come in nessuna regione italiana si arriva a una vita media di 84 anni. La regione dove di vive di più è il Trentino Alto Adige, con 83,57 anni, quella dove si vive di meno è la Campania con 81,07 anni. Dopo il Trentino, in un ristrettissimo intervallo, di valori si collocano altre sei regioni con oltre 83 anni di vita media: Marche (83,36) Veneto e Umbria (83,31), Toscana (83,29), Lombardia (83,25) e Emilia-Romagna (83,19). Il “club” delle sette regioni italiane con oltre 83 anni di speranza di vita alla nascita comprende dunque quattro regioni del nord e tre del centro (manca solo il Lazio), nessuna del Mezzogiorno. Ma lo stacco tra questo “club” e il grosso almeno delle altre regioni è a sua volta contenuto. Dieci regioni hanno infatti una speranza di vita che supera largamente gli 82 senza arrivare a 83 anni, e sono, sempre a scalare: Abruzzo (82,85), Friuli Venezia Giulia e Puglia (82,83), Liguria (82,74), Lazio (82,65), Sardegna (82,64), Piemonte (82,63), Molise (82,59), Basilicata (82,43) e Calabria (82,30). Tra le Marche (83,36) e la Basilicata (82,43) c’è una differenza di 0,93 anni, in questa differenza di meno di un anno sono comprese ben 15 delle 20 regioni italiane: un indicatore che segnala la diffusione di un’altissima speranza di vita alla nascita e di buone condizioni di vita che interessano la grande maggioranza delle regioni e della popolazione italiana. Solo tre regioni non arrivano a 82 anni di vita media: Valle d’Aosta (81,87), Sicilia (81,83) e Campania (81,07). Il valore della Campania si stacca sensibilmente dal resto, anche dalla stessa Sicilia, ch’è la penultima di questa graduatoria. La Campania accusa un ritardo di due anni e mezzo rispetto al Trentino Alto Adige, siccome due anni e mezzo di vita media è quel che il sud ha guadagnato negli ultimi dieci anni si può dire che sotto questo aspetto c’è un ritardo di dieci anni tra la Campania e il Trentino.

3. E poi ci sono le grandi città. Cioè, le tavole di mortalità arrivano al dettaglio delle province, ma si può con buona approssimazione considerare quello delle province come il valore indicativo delle stesse città capoluogo di provincia quando queste città hanno un peso preponderante, per le loro dimensioni, sulla popolazione della provincia. La cosa è evidentissima per le sei più grandi città italiane, nell’ordine: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova. Ma a queste possiamo senz’altro aggiungere anche Bologna, Firenze e Bari, le prime due vicine ai 400 mila abitanti, la terza sopra i 300 mila, e nona città italiana in ordine di grandezza.

 

Ed ecco allora i risultati. La speranza di vita delle province che hanno per capoluoghi le grandi città italiane vede Firenze largamente in testa con 84,1 anni di vita media, unica sopra quota 84, seguita da Milano con 83,6 anni, quindi Bologna (83,5), Bari (83,3), Torino (83,1), Roma (82,9), Genova (82,8), Palermo (81,8), Napoli (80,7). L’annotazione principale riguarda le differenze che sussistono tra questi valori e quelli delle rispettive regioni, perché ci dicono se nelle grandi città, come si crede, si vive meno, o non piuttosto di più. Ebbene nella provincia di Firenze si vive 0,8 anni in più rispetto a quanto si vive in Toscana (differenza che sale a oltre un anno se si considera la Toscana con esclusione della provincia di Firenze), nelle province di Torino e Bari si vive 0,5 anni di più di quanto si vive in Piemonte e in Puglia, 0,4 anni di più a Milano che nella Lombardia, 0,3 a Bologna e a Roma rispetto all’Emilia-Romagna e al Lazio. Nessuna differenza c’è invece tra Palermo e la Sicilia, mentre nella sola provincia di Napoli si vive 0,4 anni meno che nella Campania. Ed ecco allora due conclusioni incontrovertibili. Prima conclusione: tra Firenze e Napoli ci sono 3 anni e 5 mesi di vita media di differenza, tanti se si considera quanto le province sono vicine in linea d’aria. Se si restringono le aree si colgono meglio tanto le eccellenze che i risultati mediocri: Firenze è un’eccellenza assoluta, Napoli un risultato mediocre, non si sfugge. Altra e più importante conclusone: vero niente che nelle grandi città per definizione incasinate, invivibili, inquinate e chi più ne ha più ne metta si vive male e poco, si vive molto e per vivere molto è giocoforza vivere se non bene almeno sufficientemente bene. Probabile che Milano coi suoi 83,6 anni di speranza di vita batta tutte le città del mondo con oltre un milione di abitanti.

 

Per riepilogare, ecco allora quel che ci dicono le tavole di mortalità italiane del 2016 (1) vincono il trofeo dell’aumento della speranza di vita o vita media alla nascita quelle aree territoriali dove lo sviluppo economico e la produzione della ricchezza hanno registrato i maggiori progressi (2) c’è un grande affollamento di regioni italiane, ben 15 su 20, tra 83,4 e 82,4 anni di vita media, a dimostrazione di una diffusione notevole di buoni livelli tanto di sviluppo economico che di qualità della vita (3) nelle grandi città si vive di più, non di meno, segno evidente, essendo chiari gli svantaggi della grande città, che la vita va dalla vita, dove la vita ferve, inventa, costruisce e si diverte (4) ci sono punte in alto ma anche in basso, Campania e Sicilia si staccano, Napoli un poco preoccupa, il Mezzogiorno fa fatica, distanze che non si colmano che con investimenti e lavoro (5) per essere un paese ad altissima speranza di vita, e così diffusa, l’Italia non può essere quella che in tanti dai mass media si affannano a raccontarci, fosse quella ci sarebbe qualcosa che non torna: che la speranza di vita è forte e diffusa dove la vita fa schifo o giù di lì. Manifestamente impossibile.

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