Lo stato peggiore per un paese vecchio e in declino demografico

Il welfare italiano funziona troppo per gli anziani, poco per le famiglie, quasi niente per i giovani

Lo stato peggiore per un paese vecchio e in declino demografico

Milano. In modo forse un po’ brutale, c’è un dato che spiega bene l’effetto non entusiasmante del nostro welfare sulla riduzione delle diseguaglianze. Lo produce annualmente Eurostat e dice di quanto si abbassa il rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali, ovvero dopo il passaggio della “mano visibile” delle politiche di protezione sociale nel loro complesso. Ebbene, in Italia questo rischio si abbassa (anno 2015) del 21,6 per cento, mentre la media dei Paesi dell’Unione europea è di 33,5. Peggio di noi se la passano solo in Grecia, Romania e Lettonia: tre paesi che però spendono molto meno di noi sia come spesa pro capite, sia come spesa in rapporto al PIL. Non è una buona notizia, ma è guardando verso l’alto che troviamo un dato decisamente più interessante. C’è infatti un Paese, l’Irlanda, che assomiglia all’Italia come dinamica di spesa pro capite ma che, a differenza nostra, fa fruttare magnificamente quello che spende: qui infatti il rischio di povertà si abbassa addirittura del 55%. Uno score ancora migliore di quanto facciano i paesi del welfare ricco e famoso del Nord Europa. 

 

Mettendo il naso dentro queste cifre, si osserva un panorama ben più composito. Scoprendo ad esempio che per effetto del nostro welfare c’è chi guadagna ma c’è anche chi rischia di diventare povero proprio a causa del nostro welfare. E' questa l’evidenza che emerge scorrendo l’interessante simulazione “La redistribuzione del reddito in Italia”, pubblicata oggi dall’Istat. Primo dato: chi ci guadagna sono soprattutto gli anziani. Tra gli over 65 il rischio povertà crolla, dal 74,6 a circa il 12 per cento. Fin qui tutto normale, le pensioni fanno il loro dovere. Il problema è però altrove. In particolare, dai 44 anni in giù non appare più nessun effetto di riduzione della povertà, e anzi il rischio addirittura aumenta nella fascia 35-34 anni (2,3 punti percentuali in più) e soprattutto sotto i 24 anni (con un rischio povertà che cresce di 5 punti e oltre). Un pessimo affare per il nostro welfare, che ha ricadute drammatiche se si passa attraverso la lente di ingrandimento delle tipologie famigliari: sotto i 34 anni la mano pubblica rischia di peggiorare la vita sia a chi sta solo sia a chi sta in coppia, così come effetti negativi ricadono sulle famiglie che hanno in casa figli minorenni. E anche qui è bene affinare lo sguardo: mentre per le famiglie con un solo genitore e almeno un figlio minorenne il rischio povertà cresce di quasi il 14 per cento, per le famiglie con entrambi i genitori il dato schizza a oltre il 38.  

 

A conti fatti il nostro welfare sembra insomma funzionare più o meno così: troppo per gli anziani, poco per le famiglie, quasi niente per i giovani. Sono dati che fanno un certo effetto. Confermando in modo potente ciò che da tempo si continua a ripetere: più che un problema di scarsità di risorse, il nostro welfare soffre di un utilizzo inefficace (e inefficiente) di quelle che già ora riesce a mettere sul tappeto. Anche in questo caso il confronto internazionale è impietoso. Il nostro sistema di protezione sociale resta infatti soffocato da una spesa concentrata prevalentemente su pensioni e sanità, ovvero sui cosiddetti “vecchi rischi sociali” sulla cui risposta si sono storicamente concentrati tutti i sistemi di welfare. Il problema è che strada facendo i rischi sociali si sono fatti più complessi, e oggi buona parte dei paesi dell’Unione riescono a dirottare fuori da pensioni e sanità una quota molto più elevata di risorse, utili per finanziare non solo la lotta alla povertà ma anche le politiche di conciliazione famiglia-lavoro, quelle per la casa, quelle per l’affronto del crescente problema di non autosufficienza e cosi via. Tradotto in numeri: su questi “nuovi rischi” l’Italia investe più o meno il 7% della propria spesa sociale, gli altri invece ci mettono più o meno il 20%. In termini scientifici, negli altri Paesi si è affrontato il problema di “ricalibrare” il welfare, in Italia si continua invece a distribuire la spesa come si faceva trent’anni fa. In termini pratici, forse un pezzo del nostro problema demografico si spiega anche così.  

 

Luca Pesenti, Università Cattolica di Milano

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    23 Giugno 2017 - 18:06

    Bè'... se ci vantiamo di essere il paese con la più alta sopravvivenza del mondo (alla pari col Giappone, sembra) forse lo dobbiamo anche agli squilibri da lei segnalati. E comunque c'è qualcosa che non quadra nella statistica Eurostat che non tiene conto di parecchi fattori. Faccio un esempio per tutti: sta meglio un quarantenne francese con stipendio di mille euro ma con affitto da pagare oppure un quarantenne italiano con stipendio di 700 Euro ma con casa di proprietà (l'80% della popolazione italiana è proprietario di un immobile). Per Eurostat sta meglio il francese ma a mio avviso sta meglio l'italiano. Cio che voglio dire è che per le statistiche riguardanti l'Italia, forse è meglio affidarsi all'Istat. Senza contare che l'Italia è un paese talmente composito e con realtà territoriali così differenti da confondere anche la più accurata statistica. Ad esempio, è meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Cosa direbbe Eurostat?

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  • luigi.desa

    22 Giugno 2017 - 22:10

    Ma come ! l'italia ha una dei sistemi sanitari più avanzati e completi del mondo .Sanità quasi aggratis per tutti. Chiamo a testimone la inaffidabile Rosi Bindi un tempo ministro di sanità. Il bilancio dello stato italiano vede nella sanità la voce di spesa più alta eppure il giro di affari della sanità privata forse doppia quello della sanità pubblica. E poi ogni tanto qualche associazione rompe i banani con richiesta fondi per questa e quella ricerca. Incamminato verso il cimitero di via Flaminia non è facile prendermi per il sedere. Avrà l'Italia anche eccellenze in medicina ma il livello medio dei medici ( 80 anni bastano?) è molto basso. In sostanza chi si laurea in medicina e basta ha appreso l'arte e la ha messa da parte va avanti per inerzia . se specializzato tira solo a fare più soldi ( in nero ) possibili . In medicina ci vuole vocazione ( e pochi l'hanno) come per fare il giardiniere l'ebanista il musicista eccetera. Dio ci salvi da il mestiere lo metta chi mi legge

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    22 Giugno 2017 - 18:06

    Se una persona ammalata di un tumore con effetti sulla mancanza totale di autonomia del soggetto dopo una settimana, , ancora totalmente impossibilitato a muoversi e con programma di chemio 1 volta alla settimana, viene dimesso: se la persona vive di uno stipendio medio o, peggio, di una pensione media chi glie li da (120x4=500 )euro al mese solo per le spese di trasporto in ambulanza per 4 ore di chemio?Se poi volesse guardare in faccia il direttore del reparto deve sborsare 240 euri per visita intramoenia. Io amo la statistica,fà parte del mio back ground e mi ha permesso di pagarmi quanto sopra, un maggiordomo e guarire.Per me è andata bene,per altri 4 nullatenenti,conosciuti durante,ci guardano da lassù. Evidenza finale:cattive leggi in tema di sanità e inefficienza complessiva; eppure uno dei primi ricercatori sull'organizzazione ospedaliera è stato un italiano:Vianello.L'ISTAT,egregio,non basta ci vogliono osservazione partecipante e ipotesi da valutare come fà la Cornell Univ.

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