Se continua così, l'Italia perderà 15 milioni di abitanti

“Il nostro Paese potrebbe ‘scomparire’ per la crisi demografica”. Parlano Golini e Rosina

Se continua così, l'Italia perderà 15 milioni di abitanti

Foto Corey Balazowich via Flickr

Roma. I dati Istat per il 2016 suonano ancora a morto per l’Italia. Nuovo record negativo di nascite: 474 mila contro le 486 mila del 2015, che già era sceso ai minimi storici. Le morti sono state 608 mila. Abbiamo perso 134 mila persone, una città della grandezza di Ferrara o Salerno. L’illusione demografica è mantenuta dall’immigrazione (135 mila persone). Alessandro Rosina, studioso di demografia all’Università Cattolica di Milano, parla di una “involuzione” che non ha precedenti: “Un paese funziona se mette le nuove generazioni nelle condizioni di intravedere un ruolo nel futuro”, dice al Foglio il demografo, che con Antonio Golini ha scritto per il Mulino “Il secolo degli anziani”. Cosa succederà? “Sempre meno l’immigrazione compenserà il divario, avremo sempre più morti e le nascite saranno schiacciate in una spirale negativa che trascinerà verso il basso il paese. L’Italia è un laboratorio di questa perdita di popolazione. Non a caso alla fine degli anni Settanta ci fu l’aumento del debito pubblico che coincise con l’inizio della crisi demografica. Un paese con così tanti anziani e così pochi giovani non ha precedenti nel passato”. Si prefigura un’Italia di 45 milioni di persone.

 

Nel 2016, per la prima volta nella storia, l’area dell’Unione europea ha registrato più morti che nascite. L’Italia fu la prima al mondo a farne esperienza, poi sarebbero venute Germania, Grecia, Spagna e così via. “Tutto è iniziato in Italia nel 1995”, ha scritto Joseph Chamie, già direttore dello United Nations Population Division, il fondo Onu per la demografia. Il 1995 è l’anno in cui l’Italia ha battuto un record mai toccato prima da un paese in tempo di pace: le grandi città hanno iniziato a “dimagrire”. A Trieste ci furono 2.500 morti in più delle nascite, 4.970 a Bologna, 7.421 a Genova, che sarebbe diventata la “città più vecchia d’Europa”. Nel 1989, l’Italia aveva già ottenuto un altro record: il paese col più basso tasso di natalità del mondo. In molte regioni, il numero di figli per coppia era sceso addirittura sotto l’unità e non era mai successo nella storia: 0,91 in Emilia Romagna, 0,94 in Friuli Venezia Giulia, 0,95 in Liguria.

 

Allora Antonio Golini, docente alla Sapienza, già presidente dell’Istat e membro dell’Accademia dei Lincei, fu contattato dal direttore generale della Plasmon, il più grande produttore di alimenti per bambini. Gli chiese se qualcosa poteva essere fatto per impedire all’azienda di andare fuori mercato. Poco dopo, Plasmon iniziò a realizzare prodotti dietetici. “Come per ogni cosa nella vita, ci vuole equilibrio e questo non c’è più nella demografia italiana”, dice Golini al Foglio. “Se nessuno lavora, tutti capiscono che un paese crolla. Se nessuno fa un bambino, nessuno o quasi si rende conto che il paese crolla. Fatti demografici e fatti economici vanno assieme. Il rischio di involuzione, di pericolo, di scomparsa per l’Italia diventa molto pesante. L’invecchiamento è fortissimo e non fronteggiabile. Noi possiamo pure pensare che la popolazione scompaia, ma lo fa in maniera progressiva e comporta un invecchiamento irrefrenabile. Non ho memoria di casi storici di una popolazione di grandi dimensioni che affronta uno scenario così devastante”. Eppure, qualcuno lo aveva intuito. Nel 1976 uno scrittore dell’Académie française, Jean Dutourd, pubblicò per Gallimard il romanzo “2024”. Immaginava un mondo di vecchi che aveva smesso di fare figli. Case crollate, prostitute in menopausa, cinquanta milioni di piccioni che ricoprivano le strade di escrementi. “Il mondo non scricchiolava come sotto l’effetto di bombe atomiche”, si legge nel romanzo. “No: moriva di vecchiaia, di eutanasia, la specie umana non voleva più vivere”. Un 2024 che sembra rinviare al 2017. All’Italia.

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