Grazie alla globalizzazione si vive di più

Negli ultimi vent’anni i paesi più poveri hanno guadagnato anni di vita

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Baraccopoli del Kenya (foto LaPresse)

Nel 1990-1995 la speranza di vita alla nascita dei paesi ad alto reddito era di 74,4 anni, salita a 76,2 nel 2000-2005 e a 78,8 anni nell’ultimo quinquennio, il 2010-2015. Nello stesso periodo la speranza di vita dei paesi a basso reddito ha avuto questo andamento: 49,1 anni nel 2000-2005, 53,1 anni nel 200-2005 e infine 60,3 nel 2010-2015.


Negli ultimi venti anni – i venti anni della globalizzazione più spinta – i paesi ad alto reddito hanno incrementato mediamente la loro speranza di vita di 4,4 anni, mentre i paesi a basso reddito l’hanno incrementata di ben 11,2 anni. Vorrei che l’attenzione del lettore si concentrasse bene su quest’ultima cifra: negli ultimi venti anni di calendario i paesi cosiddetti poveri hanno incrementato la quantità di anni che vivono mediamente di 11 anni e 3 mesi.

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In pratica, per ogni anno di calendario degli ultimi venti anni, la loro vita si è allungata di quasi 7 mesi l’anno, per l’esattezza di 203 giorni all’anno. Una enormità senza precedenti, inarrivabile. Ma guardiamo i risultati dal punto di vista dei continenti. Negli ultimi venti anni la vita media alla nascita è cresciuta di più in Africa, dove ha guadagnato 7,8 anni; seguita dall’Asia con 6,5 anni, dall’America latina con 6,1, l’Oceania con 5, l’Europa con 4,4, e infine dall’America del nord con 3,3 anni di incremento.
L’America del nord comprende, nella ripartizione che fa l’Onu delle regioni della terra, i soli paesi del Canada e degli Stati Uniti. Questi ultimi hanno segnato un incremento della vita media pari a 3,2 anni negli ultimi venti anni, uno dei più piccoli. In pratica, il paese che ha guidato la globalizzazione ha avuto il minore beneficio in termini di aumento della lunghezza della vita dei suoi abitanti. Negli ultimi venti anni i paesi a basso reddito hanno recuperato quasi 7 anni di vita media ai paesi ad alto reddito, che hanno ancora un vantaggio di ben 18 anni di vita media, è vero, ma ne avevano 25 appena venti anni fa.


Ma le tendenze non si fermano qui. Nel futuro continuerà la marcia di avvicinamento dei paesi poveri ai paesi ricchi sotto l’aspetto più decisivo rappresentato dalla speranza di vita alla nascita o vita media. Tra trent’anni da oggi le previsioni danno 5,3 anni di incremento medio nei dieci paesi del mondo con la più alta speranza di vita alla nascita (tra i quali c’è l’Italia, unico paese europeo con la Svizzera) e un incremento di ben 12,4 anni nei dieci paesi del mondo, tutti africani, con la più bassa speranza di vita alla nascita.

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Tutte le cifre che ho riportato sono strettamente ufficiali o derivano dalle elaborazioni fatte sui dati della Population Division dell’Onu. E’ bene citare la fonte, per ricordare che queste cifre, e le tendenze che mostrano, non sono “discutibili”. Chi intendesse fare un discorso serio e fondato sulla globalizzazione è da queste cifre che dovrebbe partire. Come invece quasi mai avviene. Ci si scandalizza della concentrazione della ricchezza, delle immani differenze tra i paesi e gli uomini della terra, ma è raro sentire un discorso sui passi avanti fatti nei paesi in via di sviluppo, sul balzo proprio degli “ultimi della terra” non soltanto in termini di speranza di vita alla nascita ma anche di contrazione della mortalità nel primo anno di vita (mortalità infantile) e della mortalità nei primi cinque anni vita (mortalità della prima infanzia). Le differenze coi paesi più evoluti, sia chiaro, sono ancora grandi e drammatiche, ma sono tendenze mediamente in rapida restrizione, tutte, nessuna esclusa.
La globalizzazione fa bene, e fa bene ai paesi che hanno più bisogno, quelli col più basso tenore di vita, con le condizioni socio-economiche più critiche. Chi parla di globalizzazione ignorando questa verità che ci deriva dalle statistiche insieme più ufficiali e significative dell’evoluzione dell’umanità non rende un buon servizio all’informazione. Al contrario, mostra di essere ideologicamente legato a schemi che la realtà si incarica regolarmente di fare a pezzi. Non fosse che ad essere fatta a pezzi dall’informazione è spesso proprio la realtà del mondo.

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