L’altra fuga dei cervelli

“Altro che poveri sfigati, i terroristi dell’Isis sono laureati e benestanti”. Un rapporto della Banca mondiale: nell'“Economic and Social Inclusion to Prevent Violent Extremism”, spiega che “le reclute dello Stato islamico sono più istruite rispetto ai loro connazionali”.
L’altra fuga dei cervelli

foto di Raimon Ribera (via Flickr)

Roma. Tutta la storia del terrore politico è segnata da fanatici con un’istruzione elevata e che hanno condotto esistenze dorate. La palingenesi genocida dei Khmer rossi è uscita dalle aule della Sorbona ornate dai ritratti severi di Racine e Cartesio (lì Pol Pot ha letto “Umanesimo e terrore” di Maurice Merleau-Ponty, mentre il suo futuro ministro degli Affari sociali, Ieng Thirith, traduceva Shakespeare). Le Brigate Rosse sono state il gioco di pochi privilegiati e ricchi borghesi. C’è stato il “Giangi” dei salotti milanesi, rimasto ucciso sotto un traliccio mentre detonava una bomba rivoluzionaria. Fusako Shigenobu, leader dell’Armata rossa giapponese, era una coltissima specialista di letteratura antica che nel tempo libero uccideva turisti all’aeroporto di Tel Aviv. Abimael Guzmán, fondatore di quel Sendero Luminoso che avrebbe scatenato una delle più spietate guerriglie della storia, insegnava all’Università di Ayacucho, dove sognava di rovesciare “la democrazia delle pance vuote”. La sua furibonda utopia ha trovato radici non sulle Ande, ma nei miti della sinistra europea. Si arriva poi all’11 settembre. Ad Ahmed Omar Saeed Sheikh, la mente dell’uccisione del giornalista ebreo Daniel Pearl, brillante laureato alla London School of Economics. A Zacarias Moussaoui, il ventesimo uomo delle Torri gemelle, un dottorando in Economia alla South Bank University di Londra. I terroristi di Hezbollah che, come avrebbe scoperto Alan Krueger di Princeton, erano “più colti ed educati” della maggioranza dei libanesi. E all’élite bengalese che questa estate ha ordito il macello di otto italiani in un ristorante di Dacca.

 

Adesso ci pensa la Banca mondiale a smontare la menzogna del lumpenproletariat del terrore. La stessa Banca mondiale il cui presidente, James Wolfensohn, dopo l’11 settembre a ripetizione diceva ai media che quell’attentato era legato a povertà e diseguaglianza. Una menzogna che sarebbe finita sulla bocca di tutti come un pettegolezzo, di John Kerry, di Colin Powell (“Poverty aids terrorism”), di Bill Clinton, di George W. Bush e di Tony Blair. Il nuovo, mega rapporto della Banca mondiale, “Economic and Social Inclusion to Prevent Violent Extremism”, spiega che “le reclute dello Stato islamico sono più istruite rispetto ai loro connazionali”. Povertà e privazione non sono alla base del sostegno per il gruppo. Studiando i profili di 331 reclute da un database dell’Isis, la Banca mondiale ha scoperto che il 69 per cento ha almeno una formazione di scuola superiore, mentre addirittura un quarto di loro ha conseguito la laurea. La vasta maggioranza di questi terroristi aveva una professione o un lavoro prima di entrare nell’organizzazione islamista. “Le proporzioni di combattenti suicidi aumentano con l’istruzione”, si legge. Più sono colti, più vogliono entrare nel paradiso delle vergini urì. Alla faccia della superstizione. “Questi individui sono ben lungi dall’essere ignoranti”, continuano gli esperti della Banca mondiale Meno del due per cento dei terroristi è analfabeta. Lo studio indica anche i paesi che riforniscono maggiormente l’Isis di reclute: Arabia Saudita, Tunisia, Marocco, Turchia ed Egitto. Esaminando la situazione economica di questi paesi, i ricercatori hanno infine scoperto che “i paesi più ricchi hanno maggiori probabilità di fornire reclute straniere al gruppo terroristico Isis”. Il terrorismo è una gnosi delle classi abbienti e colte. Ieri era Jean Genet che metteva in versi “la violenza imperiosa e necessaria” della Rote Armee Fraktion. Oggi sono i versetti del jihad. Guerra santa, non di classe.

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