Dopo l’autunno demografico, l’inverno

I dati del nostro paese non consentono nemmeno un cauto ottimismo.
Dopo l’autunno demografico, l’inverno

Come faremo a tirarci fuori dalle secche di una demografia che ci sta letteralmente trascinando verso il fondo è impossibile dire. La popolazione italiana è un cetaceo spiaggiato che nessuno sa come rimettere in acqua. Questo dicono i dati di oggi – e che neppure se ne parli, che ci si trastulli un po’ futilmente, una volta l’anno, attorno a qualche migliaio di nati in meno, senza che peraltro nulla succeda, appare come una testimonianza del fatto che (a) non capiamo che stiamo doppiando il capo di non ritorno del nostro futuro; (b) per capire capiamo, ma abbiamo mollato la presa per non sapere che fare; (c) non ce ne frega pressoché nulla, tanto se la vedrà chi viene dopo di noi. Dunque sottolineiamo volentieri il numero dei nati, di anno in anno sempre più piccolo, e sembra che la cosa si chiuda qui.

 

Ma meno nati si trasformeranno in meno braccia e cervelli per tutte le attività, materiali e intellettuali, del paese, in un invecchiamento della popolazione impossibile da sostenersi e, ancora, in un sempre più ridotto numero di donne in età feconda di 14-49 anni, il motore di tutta la macchina riproduttiva. Peggioramento che i dati mettono impietosamente a nudo. Le donne in età feconda rappresentavano il 47,3 per cento di tutte le donne italiane nel 2003. Alla fine del 2015, rappresentano il 43 per cento, essendo diminuite di oltre mezzo milione in una popolazione femminile cresciuta nel frattempo di 1,6 milioni. Questo calo, già proporzionalmente nettissimo, racchiude in sé verità ancora peggiori.

 

Prima verità: le donne in età feconda di nazionalità italiana subiscono nello stesso periodo un tracollo di 1,7 milioni, scendendo da quasi 13,5 milioni a meno di 11,8 milioni, con una perdita percentuale del 12,5 per cento. Più di un punto percentuale l’anno; un tasso che, se persistesse, porterebbe alla pura e semplice sparizione delle donne italiane feconde alla fine di questo stesso secolo. Seconda verità: le donne straniere in età feconda residenti regolarmente in Italia nel frattempo sono aumentate di oltre 1,1 milioni, passando da poco più di mezzo milione a quasi 1,7 milioni. Vero. Ma a parte il fatto che il loro aumento non compensa la contrazione della perdita delle italiane, c’è da considerare che i figli di queste donne stanno diminuendo a vista d’occhio, tanto che mentre nel 2003 le donne straniere in età feconda mettevano al mondo 63 bambini per ogni 1.000 di loro, nel 2015 si sono fermate a 43 scarsi. Un calo precipitoso che ci dice quanto possano cambiare i costumi riproduttivi anche di popolazioni di forte fecondità quando mettono radici in una società ormai senza bambini com’è sempre di più quella italiana.

 

Conclusione: non c’è oggi, in Italia, chi fa figli.  Mancano le donne in età feconda e dunque la potenzialità dei figli, oltre alla propensione, da parte di queste stesse donne, a farne. Si sono prosciugate le fonti della vitalità della popolazione italiana.
In questa situazione, ch’è già ora da allarme rosso, c’è forse qualche pensiero forte o anche soltanto qualche serio interrogarsi su come cercare di venirne fuori? Non sembra. E’ tutto un cantare le lodi dei diritti fuori dal campo dell’eterosessualità, un inneggiare al gender, un ingrugnirsi permaloso per unioni civili che ancora non sono i matrimoni tra omosessuali accompagnati dalla possibilità di avere figli; è tutto uno spensierato bypassare il binomio così desueto mamma-babbo, dal momento che oggi si avanza una strana coppia genitoriale mamma-mamma e una ancor più innaturalmente strampalata coppia genitoriale babbo-babbo, cosicché genitore uno-genitore due apparirà a breve come la soluzione politicamente più corretta anche in Italia.

 

Ora mi si dica se, di fronte allo sprofondo demografico ch’è già sotto i piedi del paese, di fronte all’immagine già cadaverica della nostra popolazione, questo comportamento non sembra un po’ da alienati che credono di vivere in un mondo che non c’è pensando di costruire un mondo che, semmai fosse, non reggerebbe un’ora. Risucchiati anche loro nel nulla che avranno contribuito caparbiamente a creare. 

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