Il volto terribile della "città del cuore"

La banalità del bene e la dittatura del consenso molle

Philippe Muray a Stanford nel 1983 vide la morte del sesso, della letteratura, del dissenso, dell’arte e di ogni differenza culturale. Una “crisi iperglicemica di buoni sentimenti” che sarebbe dilagata in tutto l’occidente

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

La banalità del bene e la dittatura del consenso molle

“I nuovi misericordiosi sono i cantanti, gli attori, gli sportivi, i creativi della pubblicità, sono loro, lo sappiamo, i veri modelli del nuovo esercizio di apologetica spettacolare”

E’ il 1983 quando Philippe Muray viene chiamato dal grande antropologo René Girard a insegnare letteratura francese per un semestre a Stanford. Muray stava già lavorando a quello che sarebbe diventato il suo capolavoro, “Le XIXe siècle à travers les âges”. Fu in quella università, tra le più quotate d’America, che per la prima volta si esclusero dai programmi Dante, Omero, Platone, Aristotele, Shakespeare e gli altri grandi protagonisti della cultura occidentale. Il motivo: secondo il comitato di professori e...

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