Il cortile dei gentili nacque dal genio di Ratzinger. Ora è il talk dei compiacenti

Iniziò con Brague e Casanova. Oggi invece ospita Rula Jebreal e Formigli

Il cortile dei gentili nacque dal genio di Ratzinger. Ora è il talk dei compiacenti

Foto tratta dal profilo Facebook del cortile dei gentili

Roma. L’idea e il nome furono di Benedetto XVI: aprire un “cortile dei gentili”, ovvero uno spazio per “favorire il dialogo tra credenti e non credenti”. Quei “gentili” che a Gerusalemme accedevano al tempio nello spazio che a loro, non ebrei, veniva riservato. Alla messa in pratica pensò monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura. Il debutto avvenne a Parigi, dove la chiesa chiamò a dialogare grandi intellettuali come la semiologa Julia Kristeva, il medievista della Sorbona Rémi Brague, il fondatore di Commentaire Jean-Claude Casanova, lo storico dell’arte Jean Clair, gli storici Alain Besançon e Jean-Luc Marion e altri. Da allora, questa iniziativa ha perso sempre più di significato. L’edizione di quest’anno ne segna, forse, la definitiva consegna al grottesco.

 

Basta sfogliare l’elenco degli invitati all’edizione di quest’anno: Massimo Giannini, Ermete Realacci, Uto Ughi, Rula Jebreal, Corrado Formigli, Oliviero Toscani… Al “Cortile di Francesco”, questo il nome che ha assunto da tre edizioni, si parlerà di “acqua”, di “stanziali e migranti”, di “parole ostili”, di “dove ci porta il web”, della “tenda come luogo di incontro e dialogo” e di altre questioni strategiche. Più che un dialogo, un monologo. Una iniziativa che ovviamente non può essere ascritta né a Papa Francesco né alla chiesa tout court, ma che qualcosa dice. Ci dice che quel dialogo fra laici e cattolici è arrivato a un punto morto (a meno che non si consideri Eugenio Scalfari un valido successore di Brague e Casanova nel dialogo), che il Vaticano dovrebbe fare di più per renderlo fertile (non basta una kermesse ad Assisi) e ci dice anche dello stato pietoso della “cultura laica”, assimilata questa sì a un pensiero unico debordante, quasi puerile. Altro che acqua e tende. La chiesa cattolica oggi si trova di fronte a due sfide epocali: la secolarizzazione militante e massiccia in una Europa a elevato tasso di islamizzazione e lo sradicamento forzato dei cristiani dalle terre orientali. Padre Enzo Fortunato, fra i coordinatori del Cortile, ieri ha spiegato la scelta della tenda come simbolo dell’edizione di quest’anno: “Indica al tempo stesso accoglienza, sosta e cammino, provvisorietà. Qui si potranno ascoltare le storie di chi viene dalla Siria, di Tuna che viene dalla Palestina, di tanti altri”. Di chi viene dalla Palestina? Non sarebbe stato male se il cortile si fosse occupato invece delle tende in cui vivono le centinaia di migliaia di cristiani perseguitati in terra islamica. “I cristiani del medio oriente sono testimoni dell’origine di una religione che ha continuato a trasformare l’Europa” ha scritto sul Figaro il filosofo canadese Mathieu Bock-Côté. “Non dovremmo dire in Europa e in occidente che anche questi attacchi sono rivolti contro di noi? La civiltà europea avrebbe dovuto favorire un rapporto speciale con i cristiani in medio oriente”. L’ultimo numero della rivista Foreign Policy si apre così: “Siamo sul precipizio della catastrofe e, a meno che non agiamo subito, a breve i minuscoli resti delle comunità cristiane potrebbero essere sradicati dal genocidio commesso contro i cristiani in Iraq e Siria”. Se nel cortile non entrano queste due questioni, secolarizzazione e sradicamento del cristianesimo, diventa il talk-show dei compiacenti e dei meschini.

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