Lezioni di un maestro della devozione atea

Il nuovo libro di Roberto Calasso, che disvela le infinite complicazioni della universale disponibilità informatica e mortifica il bisogno di sentirsi buoni

Giambattista Tiepolo, L’Olimpo e i continenti (particolare)

Giambattista Tiepolo, L’Olimpo e i continenti (particolare)

Anche nel suo ultimo libro, che riprende nel titolo l’intuizione di un “innominabile attuale” presente altrove nelle sue opere, Roberto Calasso è maestro della devozione atea. L’opuscolo, sono appena centosessanta pagine, è un capitolo della sua apocalisse letteraria, senza la detestata storicizzazione e senza profezia, privo al tutto di qualunque aderenza a un canone confessionale o di una sua nostalgia. Istantanea di questo inizio di secolo, in cui si perfeziona l’Homo saecularis con la sua superstizione della società e la...

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    11 Settembre 2017 - 11:11

    Mia madre santa donna di casa e chiesa cominciò a martellarmi già ai tre anni con vari Gesù bambino madonne varie preghiere e tutto l'armamentario della chiesa romana ed io a tre anni mezzo mi ero già rotto i tabernacoli così per istinto ho creato un cordone sanitario attorno al mio pensare e avvenne che a me l'esistenza o meno di dio non non ha mai avuto il credito del minimo pensiero ,per spiegarmi l'esistenza di dio è un problema di chi si vuole crearsi quel problema.L 'agnosticismo è una culla comoda e confortevole che consente di dedicarsi ad altro . I frati di 'ora et labora' non erano speculatori ,altri fedeli mettevano a frutto il non far nulla per penetrare l'impenetrabile.

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  • agostinomanzi

    10 Settembre 2017 - 12:12

    (scusate, proseguo qui) Frans de Waal che nulla dimostra ma che qualche consolidamento all'idea del bene come propensione evolutivamente vincente la dà. Non so se questa idea svilisce l'ateismo devoto: sicuramente non serve tirarla in ballo per trovare il motivo di comportamenti paraculetti - certamente "molto sociali e superstiziosi" ( la storia della tartaruga) - che tanto irritano sia la non devozione atea che la devozione atea di cui sopra. Devozione atea che spero non abbia, come unica ragione per definirsi, il fondamento metafisico ( religioso, divino ecc.) del bene. Leggerò Galasso

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    • Skybolt

      11 Settembre 2017 - 12:12

      Se posso cinicare, la devozione atea mi ricorda molto la classe dirigente romana pre-costantiniana nei confronti della religione: mentre il popolo riteneva tutte le religioni vere e i filosofi tutte le religioni false, essa (la classe dirigente) le riteneva tutte utili.... Ai tempi di oggi, molti atei devoti vedono come il fumo negli occhi ogni indicazione che gli esseri umani possano avere scritto da qualche parte (fisica) la propensione al bene (che si intende come altruismo) perchè leva l'ultimo pezzetto teoretico di sostegno all'istituzione religiosa (leggasi Chiesa Cattolica). Ma io sono un cinico.

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  • perturbabile

    10 Settembre 2017 - 12:12

    Non ho capito pressoché niente.

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  • agostinomanzi

    10 Settembre 2017 - 12:12

    “Ma i puri secolaristi, privi di qualsiasi affiliazione religiosa e poco inclini alle fisime spiritualistiche, non riescono a rinunciare al bisogno di sentirsi buoni. Sarebbe il loro ideale se qualche biologo neodarwinista dimostrasse che la società, sin dai primordi, si fonda sull’altruismo e sulla tolleranza. E perciò che essere buoni costituisce un vantaggio evolutivo, unico criterio con cui possono misurare il bene. Ogni anno, qualche volenteroso prova a dimostrarlo, invano”. Consigli la lettura dei libri di Frans de Wal

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