La perversione della libertà

Una mostra al Meeting racconta la Rivoluzione russa del 1917, una tragedia epocale che ancora parla all’uomo d’oggi. Intervista allo storico Boris Belenkin

La perversione della libertà

Può ancora raccontare qualcosa, all’uomo d’oggi, del Ventunesimo secolo, la Rivoluzione d’ottobre che spazzò via il plurisecolare dominio degli zar sulla Russia, cambiando il corso della storia del mondo intero? Cosa ha da dire, quell’avvenimento, all’uomo posto dinanzi al crollo di tutte le evidenze? “Russia 1917. Il sogno infranto di un mondo mai visto” è il titolo della mostra ospitata nei padiglioni del Meeting di Rimini. Boris Belenkin ha partecipato all’inaugurazione. E’ uno storico moscovita, direttore della biblioteca “Memorial” dalla sua fondazione, nel 1990. E’ lui che in una conversazione con il Foglio tenta di dare risposta ai due interrogativi di fondo, e cioè perché sia decisivo riguardare a quanto avvenne cent’anni fa tra Pietrogrado e Mosca. “Diciamo che l’atteggiamento che abbiamo verso questo evento è importante perché è l’occasione per chiarire la nostra posizione oggi. E anzi dovremmo fare tesoro di un evento che ha colpito il mondo intero. Ci sono state tante rivoluzioni, tante guerre anche sanguinose, ma solo della rivoluzione russa del ’17 si può dire che ha determinato le linee di sviluppo dell’intero Ventesimo secolo. Noi tutti oggi possiamo dire in qualche modo di essere eredi, ‘figli’ della rivoluzione d’ottobre. Allora – prosegue Belenkin – oggi come oggi, dare un giudizio sulla strada imboccata allora, dire se è stata giusta o sbagliata, se era erronea alla radice e non portava da nessuna parte o no, fare questo, diceva, ci definisce, dice chi siamo, dove guardiamo, quali sono i nostri orizzonti e come concepiamo il futuro”.

 

La crisi della chiesa ortodossa, che maturava da duecento anni, fu un fattore determinante della rivoluzione leninista

Nonostante le apparenze, la Russia oggi è un paese scristianizzato. Il bolscevismo è quasi riuscito nel suo intento

Chiediamo a Belenkin se il ritorno di Lenin e la conseguente guerra civile sia stata resa possibile dallo svuotamento della politica e della società cristiana, fattori questi che hanno favorito l’avanzata del nichilismo. “Sì, anche se questo fattore si sommò a molti altri”, risponde. “Tuttavia, la crisi della chiesa ortodossa, che maturava da duecento anni, fu certo un fattore determinante. Nonostante la profondità del sentire religioso tradizionale, la crisi profonda che andava crescendo nella chiesa determinò non i fatti del 1917 in quanto tali, ma la situazione di sfacelo interiore del paese che trovò il suo coronamento proprio nel 1917”. Una crisi che con la dissoluzione sovietica pare essere finita, essendo il legame quasi santo tra Cremlino e Patriarcato sempre più forte e sicuro. Come ai tempi dello zar, insomma. E allora ci si domanda perché, a differenza di altre realtà europee che hanno vissuto e patito sotto il comunismo, in Russia il senso religioso presso il popolo sia così forte, relegando a parentesi (benché lunga) la fase dell’ateismo di stato. Apparenze, errori di valutazione, dice Belenkin: “Non è così. La realtà riguardo al grado di religiosità e di partecipazione alla vita della chiesa dice tutt’altra cosa. Il bolscevismo è quasi riuscito a sradicare la fede in Russia e quello che abbiamo davanti oggi è l’esito post sovietico. La chiesa negli ultimi decenni di regime sovietico era diventata la chiesa delle vecchiette; i giovani, i neofiti erano merce rara là dentro. E’ un dato statistico. Oggi la stampa rileva che c’è un alta frequenza nelle chiese cittadine, ma non è vero: le persone che frequentano la chiesa rappresentano l’uno o massimo il tre per cento della popolazione. Per questo bisogna distinguere tra quanti affermano di appartenere a una certa religione ma si fermano alla dichiarazione verbale e la realtà, la quale ci dice che la religiosità della popolazione russa è estremamente bassa. Il paese è profondamente scristianizzato”. Gli oltre due milioni di fedeli che tra San Pietroburgo e Mosca hanno omaggiato quest’estate le reliquie di san Nicola eccezionalmente inviate dall’Italia non devono trarre in inganno, dunque.

 

Le parole di Vasilij Grossman sulla libertà non spiegano quanto accadde allora: "Grossman parla di un uomo che è già libero"

Il russo di cento anni fa non era mai stato libero, e la maggioranza della popolazione neanche si rendeva conto che la libertà esiste

Il bolscevismo che, almeno ai suoi albori, si riprometteva in qualche modo di ridare la libertà al popolo per secoli oppresso. Vasilij Grossman, guardando come l’utopia era evoluta negli anni, da Lenin a Stalin, ha scritto che “il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare ma non distruggere”. E questo perché l’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà”. “Ma queste splendide parole di Grossman purtroppo qui non servono a spiegare ciò che è avvenuto nel 1917, e non solo ciò che è avvenuto, ma anche ciò cui ha portato il 1917”, osserva Belenkin, autore di più di trenta opere biografiche su samizdat, destalinizzazione, storia dell’opposizione di sinistra. Tra le altre cose, poi, ha scritto circa venti sceneggiature di documentari su personaggi della rivoluzione e della guerra civile del Ventesimo secolo. “Grossman – commenta – parla di un uomo che è già stato libero, e una volta che ha assaggiato la libertà non vuole più rinunciarvi. Mi sembra che lui in ‘Vita e destino’ intendesse questo. Ma il russo di cento anni fa non era mai stato libero, e la maggioranza della popolazione aveva un concetto molto confuso di libertà, non si rendeva neanche conto che la libertà esiste. La stragrande maggioranza della popolazione, milioni di contadini russi, era sempre stata schiava, era stata liberata dalla servitù soltanto cinquanta anni prima del ’17 e la liberazione era stata molto graduale. Perciò, nel momento della rivoluzione al massimo due o tre generazioni di contadini russi avevano iniziato a godere della libertà senza ancora averla recepita chiaramente, e soprattutto senza rendersi ancora pienamente conto di cosa significasse. Pertanto – aggiunge non si può dire che nel 1917 la libertà abbia giocato un grande ruolo a livello popolare. Certo, allora tutti gli slogan parlavano di libertà, tutto si faceva in nome della liberazione, ma era la libertà nell’interpretazione di una parte infinitesimale della società, in sostanza degli intellettuali, dell’élite. Per la massa contadina la libertà era altro”, chiarisce il direttore della biblioteca “Memorial”. “Perciò tutto ciò che è seguito non è stata la perdita della libertà. O meglio, è stata sì la perdita della libertà soprattutto per gli intellettuali, ma per la massa contadina le cose stavano diversamente. Io – prosegue Belenkin – direi piuttosto che si è trattato di una perversione della libertà sin dalle prime settimane e dai primi mesi del colpo di stato bolscevico. Per cui, questa falsa libertà ha portato poi negli anni Trenta a una forma di terrore e di violenza mai visti prima. E questo è accaduto proprio perché la massa della popolazione non aveva esperienza e non sapeva affatto cosa fosse la vera libertà”.

 


 

Lo storico Boris Belenkin ha partecipato alla presentazione al Meeting di Rimini 2017 della mostra “Russia 1917. Il sogno infranto di un mondo mai visto”, sul centenario della rivoluzione d’ottobre.

 

La mostra, col catalogo che la accompagna e la completa (M. Carletti, A. Dell’Asta, G. Parravicini, “Russia 1917. Il sogno infranto di un mondo mai visto”, ed. La Casa di Matriona, Milano 2017, €12 euro) rappresenta un contributo cospicuo e innovativo alla ricerca storica e alla riflessione sulla natura della rivoluzione russa. La mostra presentata nei padiglioni del Meeting è itinerante e può essere noleggiata.

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