Il sole poi torna

Il grande fermento per l’eclissi di sole negli Stati Uniti e una storiella british che ci dice tutto

Il sole poi torna

L'ultima eclissi di sole in Belgio, nel 2015 (Foto La Presse)

C’è grande fermento negli Stati Uniti per l’eclissi solare, visibile totalmente in una fascia al centro-nord e parzialmente più a a sud e a nord. La prima dal 1918. Un divertente aneddoto sull’eclissi totale del 20 giugno 1955 riguarda l’insigne biologo, genetista ed evoluzionista inglese John Burdon Sanderson Haldane (per gli amici era solo JBS – geibiess), anche un grande divulgatore di scienza. Recatosi nelle montagne dell’India per studiare l’evoluzione di interessanti popolazioni di insetti e uccelli in vallate isolate dal resto del mondo, sapeva che un’eclissi totale di sole si sarebbe verificata nei giorni successivi, appunto il 20 giugno. Ospitato da cortesi indigeni in un piccolo villaggio di una popolazione molto isolata, che all’epoca, senza peli sulla lingua, si sarebbe definita “primitiva”, era curiosissimo di scoprire quali speciali credenze i suoi ospiti avessero su un’eclissi di sole. Attraverso il suo interprete, cominciò a chiedere in giro che cosa ne pensassero. Ottenne solo monosillabi e alzate di spalle. Persuaso che l’interprete non si fosse ben spiegato, decise di aspettare il fatale momento in cui il fenomeno si sarebbe manifestato in tutta la sua possenza. Viene il fatidico momento, i circa sette minuti di totale oscuramento. Il capo tribù e i notabili sono seduti sotto un misero baldacchino e si preparano all’insolitissimo spettacolo. Haldane freme, aspetta i minuti precisi e, nel bel pieno del fenomeno, insiste con l’interprete perché chieda che cosa pensano. Il capo tribù, senza distogliere gli occhi dal disco oscurato, risponde laconicamente con una breve frase. L’interprete traduce: “Di’ allo straniero che non si agiti, il sole poi torna”. Saggezza dei piccoli popoli? Oppure un’intenzionale rabbuffo all’invadente e inopportuno straniero? Haldane mai lo seppe.

  

Negli anni successivi, nel 1961, prese la cittadinanza indiana e morì a Bubhaneswar nel 1964, dopo aver abbandonato il marxismo ed esser diventato un ammiratore della dottrina della non violenza di Ghandi e di Nehru. Dotato di grande sense of humour, molte sue battute sono state tramandate alla posterità. Le più gustose sono, a mio parere, le seguenti. Una signora gli chiese che cosa la biologia gli avesse insegnato su Dio. Haldane rispose: “Che è smisuratamente affezionato agli scarabei” (He is inordinately fond of beetles). Infatti, ne esistono oltre trecentocinquantamila specie diverse. Sul mondo e la natura disse: “Sospetto che l’universo sia non solo più strano di quanto noi immaginiamo, ma più strano di quanto noi possiamo arrivare a immaginare”.

  

Ateo convinto, Haldane disse che ogni nuova invenzione, dal fuoco al volo, era stata considerata un’offesa a un qualche dio. Infine va riportata, non una battuta, ma una delle sue intuizioni più brillanti. In una stazione ferroviaria di Londra, nel settembre del 1939, una moltitudine di giovani in divisa si avviavano al fronte. Un collega umanista chiese al grande biologo come la selezione naturale darwiniana poteva spiegare quel comportamento, suscettibile al rischio di morire. Haldane rispose: “Nessun paradosso evoluzionistico, se il loro sacrificio contribuisce alla sopravvivenza di almeno due fratelli oppure otto cugini”. Dopo decenni, questa intuizione divenne il fulcro della cosiddetta fitness inclusiva, e della sociobiologia. L’idea è: la sopravvivenza che conta è quella dei geni in comune, portati entro una parentela, non necessariamente solo quelli del singolo individuo. William Donald Hamilton perfezionò la teoria anche con rigorose equazioni matematiche e Richard Dawkins la portò all’estremo con l’ipotesi del “gene egoista”. Non sottoscrivo alla teoria e mi limito a constatare che si tratta proprio di una storia squisitamente inglese.

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