Nino Frassica è l'unico talento comico in grado di rianimare i suoi stessi libri

"Il libro di Sani Gesualdi" (1985) è ormai un classico

Nino Frassica

Nino Frassica (foto LaPresse)

I libri dei personaggi televisivi, specie dei comici di successo, vengono al mondo già rassegnati a una vita brevissima: qualche settimana di gloria sui banchi delle librerie, e poi lunghi anni a vagare come ombre nell’Averno delle bancarelle. I passanti li sfogliano distrattamente, ritrovano brandelli di tormentoni dimenticati e capiscono che a quei libri manca qualcosa di essenziale: solo se a leggerli è la voce dell’autore, o meglio del personaggio che lo ha reso celebre, c’è speranza di rianimarli. Ma chi se la ricorda, la voce di un personaggio televisivo di venti o trent’anni prima? Le poesie di Rokko Smithersons erano divertenti, ma senza Corrado Guzzanti che le recita alla Rokko Smithersons, con quella voce e quella giacca di pelle, “Il Libro de Kipli” resta un oggetto inerte. Anche chi ha le mani bucate come me lo soppesa un poco e poi lo lascia sulla bancarella senza troppi rimpianti.

 

Può però capitare di aprire un libro ed essere subito travolti da un incipit folgorante e impeccabile come questo: “Sani Gesualdi nabbe nel 1111 (millecentoundici) e morve nel 1888 (milleottocentottantotto). Nabbe da Sgallatta Alfredo, soprannominato Scandurra Gaetano, e da Scamarda Agata, vista da destra, o Agata Scamarda, vista da sinistra. Il padre faceva l’indossatore, la madre era casalinga, tutta casa e chiesa, era madre di 106 figli. Sani era il primo gemito, e lo chiamarono Gesualdi, e, per non confondersi, i rimanenti 105 fratelli li chiamarono ‘Coso’ oppure ‘Cosa’ a seconda del sesso. Il fratello più piccolo, di nome ‘Coso’ (106° figlio, ultimo nato), ancora vive. Gli ultimi saranno i primi nella vigna!”.

 

E’ un bene che “Il libro di Sani Gesualdi” di Nino Frassica sia stato pubblicato all’epoca (era il 1985) nella collana La Gaja Scienza di Longanesi, così ora posso tenerlo fieramente tra “Sono apparso alla Madonna” di Carmelo Bene, “Il meglio” di Giuseppe Prezzolini, gli epigrammi di Gino Patroni o di Giorgio Calcagno, “Parliamo dell’elefante” dello stesso Longanesi. Anche chi ricorda poco di “Quelli della notte”, di Nino Frassica e del suo personaggio, frate Antonino da Scasazza, potrà amare “Il libro di Sani Gesualdi” e forse ancor più il suo seguito, “Terzesimo libro di Sani Gesualdi” (il secondo si disperque in una battaglia navale), meno legato alla trasmissione di Arbore e più al film di Maurizio Nichetti, “Il Bi e il Ba”, surreale capolavoro in anticipo o in ritardo su tutti i possibili tempi dove un gruppo di vitelloni siciliani faceva una colletta e mandava Frassica a Roma come delegato per consultare un misterioso professore che avrebbe rimosso la causa di tutti i loro mali: la forfora.

 

Erano oggetti strani, quei libri: le pagine avevano macchie d’inchiostro a coprire scandalose rivelazioni sulla vita del Sani, bruciature che le rendevano illeggibili e soprattutto eleganti illustrazioni d’epoca con didascalie memorabili (“Disegni molto belli, ma che però non c’entrano niente”). Le libertà che Frassica si prendeva con la lingua italiana erano infinitamente più inebrianti e più felici delle comuni storpiature di altri comici. C’era qualcosa di Palazzeschi più che di Totò. Dunque attingete alle vostre mani bucate e riscattate Frassica dall’Averno editoriale. Non foss’altro per i deliziosi ringraziamenti finali di un suo libro più effimero, “Il manovale del bravo presentatore” (nato sull’onda di “Indietro tutta”): “Ringrazzio tutti i correttori di bozze, i quali vedendosi arrivare i miei dattiloscritti li andavano correggendo e mi mandavano le bozze, poi io le rivedevo e correggevo le loro correzioni, poi sono stato costretto a scrivergli: ‘Attenzione ogni errore corretto da voi è un errore!!!’. Così loro non solo non hanno più corretto i miei dattiloscritti, ma ogni tanto gli schiaffavano un bell’errore personale. ‘Tanto’, dicevano, ‘è un libro di Frassica’”.

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