La Toscana senza letteratura

Aiuto: chi vuol far diventare la scuola di scrittori toscani un semplice “covo di artisti”? Viaggio spassoso di uno scrittore (toscano) tra i guai e i fasti di una scena letteraria

La Toscana senza letteratura

Palazzo Vecchio a Firenze

Sei a una presentazione a Treviso. Capita che alcuni poeti elogino la scena letteraria fiorentina. Siete fortunati, dice uno. Molto, dice l’altro. Vabbè, pensi, siamo pur sempre a Treviso. Pochi giorni dopo sei a Torino. E’ un bel tesoro, dice il critico che ti fa da relatore, la scena che avete dalle vostre parti. Ti chiedi se stia prendendo in giro: o’ non hanno la Einaudi, il Salone rinato, la Holden...? La settimana successiva sei a Roma. Roma che ha una sua bella editoria, come Firenze a inizio Novecento, non come adesso che c’è solo Giunti, un’enclave sulla via Bolognese, del tutto scollegata dalla città… Ah che bello che è a Firenze, dice la scrittrice romana, una vera scena, qua è tutto diviso in loggette… Quindi ha davvero un simile peso percepito?

 

Sei a una presentazione a Treviso. Alcuni poeti elogiano la scena letteraria fiorentina. Siete fortunati, dice uno. In che senso, diciamo noi

Finito il tour, vai a trovare Sergio Nelli, decano degli scrittori fiorentini. Ti riceve, come sempre, nel suo salotto buio e coperto di libri. Fuma nonostante si sia operato al cuore tre giorni prima. Si racconta che da giovane, quando era una delle promesse della filosofia italiana e da Parigi firmava Il libero arbitrio da Cartesio a Kant per Loescher, avesse sedotto la vedova Gombrowicz. Ti guarda con un’aria tutta sua, tra il sornione e il davvero preoccupato, attraverso il buio e la coltre di fumo. Niente, dice, non c’era niente qui. Niente! Racconta di quando la fece finita con Parigi, la filosofia, tutto. Venne a Firenze a fare l’insegnante. E a scrivere. Ma era solo. Soltanto a Milano, anni dopo, trovò dei sodali, tra cui Antonio Moresco. Qui non c’era niente prima che arrivassi tu, ride, tossisce, e si accende un’altra Camel.

 

Non è vero. Non del tutto. E’ vero che quando è arrivato lui, negli anni ’80, non c’era niente. Ma quando sei arrivato tu, nei primi anni zero, qualcosa c’era, altrimenti non avresti cominciato mai. Che poi, in realtà, hai cominciato per le ragazze, proprio come Garcia Madeiro dei Detective selvaggi. Se entri in contatto con una rivista letteraria, per cominciare, è solo perché bazzicate lo stesso posto, l’Elettropiù, ex stabilimento di produzione di prese elettriche dato in comodato d’uso a un gruppo di ragazzi che saltava da un’occupazione all’altra. Caso vuole che la rivista, che dei dodicimila metri quadri dello stabilimento occupa i sedici di una stanzuccia, sia ispirata, più di ogni cosa, a Borges. E tu, anche se là dentro ci sei entrato in prima istanza per la techno, Borges lo conosci bene. Così scrivi un racconto imitandolo a tua volta, anzi imitando loro che lo imitano, glielo invii, ti invitano in riunione, ti confronti con loro, la scintilla accende un fuoco, il fuoco si fa incendio…

 

Questo è ciò che al letterato piace ricordare. Ma se ha luogo il passaggio decisivo, quello tra prima e seconda riunione, è solo perché ti rimane addosso l’impressione che la rivista sia piena di belle figliole. In realtà, una era la fidanzata di uno dei fondatori, che peraltro si manifestava solo per darsi gelosa rispetto alla letteratura; la seconda era addirittura una che passava di lì per caso e dalla finestra aveva riconosciuto nella fidanzata in questione una sua vecchia compagna di scuola; la terza, infine, era la poetessa della rivista, ma aveva tredici anni, il che se da un lato la rendeva ancora più notevole come artista, la poneva (finanche per legge) fuori da ogni pensiero lubrico.

 

Così la seconda riunione, in cui ci sono solo i membri effettivi, è un test effettivo di amore per la letteratura. Tutto ciò che hai, però, è spirito competitivo. Non ti dà fastidio che tuo racconto sia stato scartato, ma che sia stato scartato perché i loro erano effettivamente migliori.

 

Come nasce un fenomeno letterario,
chi lo alimenta,
chi lo costruisce,
chi ci specula,
chi prova ad affossarlo, e come

La più ovvia interpretazione di quel fatto – vai in una rivista a caso e i quattro che trovi sono tutti più avanti di te – porterebbe a determinate conseguenze logiche: là fuori c’è un mondo di gente ancora più abile e la scala è lunga e perigliosa. Ti allinei invece all’attitudine degli altri: vale la pena leggere solo i classici, tutto il resto è merda. Solo merdaccia fumante prodotta da idioti boriosi. È probabile che c’entri il fatto che non c’è nessun “venerato maestro” negli immediati pressi – lo stesso Nelli non ha ancora pubblicato per Einaudi e bazzica la Milano dove aveva trovato i suoi sodali; la Prato di Nesi e Veronesi appare come un continente lontano – e neppure qualcuno al grado sotto, a parte un paio di giallisti, ma proprio perché devoti ai classici sapete bene che in letteratura i commissari corrispondono pressapoco al male assoluto. Ma anche se ci fosse stato qualcosa, è probabile che non ve ne sareste accorti. Leggete Mann, Borges, Dürrenmatt, i saggi di Bachtin; tu porti in riunione le poesie di Celan, Bachmann, Plath, le tirate farneticanti di Artaud. Cosa può fregarvene di cosa fanno i vostri contemporanei?

 

Capisci di sbagliarti quando nel 2008 vai a Cuneo, a uno di quei festival letterari poi moltiplicatisi ovunque. Su consiglio di qualcuno acquisti tre libri, tutti usciti quell’anno (l’ultimo in riedizione): “Ultimo parallelo” di Filippo Tuena, “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta e “Puerto plata” market di Aldo Nove. Porti la buona novella in riunione: esiste una letteratura, là fuori. Ti guardano scettici. Del resto non ve ne eravate accorti neanche quando, tre anni prima, eravate andati in camper al Salone del Libro di Torino con l’idea di vendere la rivista (va da sé che nessuno la voleva, così vi metteste a distribuirla sugli scalini del Lingotto – quegli stessi scalini su cui, due anni prima, Roberto Bolaño rilasciò la sua ultima intervista, e pensare che anche di Bolaño in quegli anni diffidavate: la vostra natura ribelle, in letteratura, si esprimeva in un conservatorismo capace di farvi sospettare anche dei giganti, se recavano la colpa di aver calcato il mondo nella vostra stessa epoca).

 

Ovviamente è tutto falso. Tanto falso che c’è qualcosa nella vostra stessa città. Slipperypond, l’altra metà del cielo. Laddove Mostro è cupa, raffinata, manierata, sospesa tra ultraismo e Mitteleuropa, Slipperypond è buffa, scanzonata, ironica, imparentata con La Pesca alla Trota in America, Monicelli e Lester Bangs. Mostro cartacea, Slipperypond già online. In Slipperypond bisogna proprio entrarci, se non altro per quella desiderabile sezione “redazione” in cui i nomi dei membri figurano sotto ritratti dissonanti e titoli specifici (Il Feroce Direttore, Il Puntiglioso Redattore, Il Corrispondente dal Contado…). Dall’incontro tra lo yang di Slipperypond e lo yin di Mostro si sarebbe formato lo humus da cui sarebbe sorto l’apice di questa benedetta scena, “Torino una sega”. Ma prima doveva arrivare ancora un’infusione di sangue nuovo.

 

Un giorno ti arriva una telefonata. Sembrerebbero in tre: parlano a turno, quasi con la stessa voce, come i nipoti di Paperino. L’accento è del sud, difficile da qualificare. Lucano, avresti scoperto. Ti chiedono se sei “vannisantonidimostro”. Dici di sì. Esprimono ammirazione, chiedono se puoi dargli qualche dritta sulla loro rivista. Fissate in San Frediano e quei tre ragazzotti, a prima vista indistinguibili, ti consegnano il numero 7 di “Collettivomensa”. Disegni fatti a casaccio, racconti deliranti e non firmati. Messi maluccio, pensi, se è il 7… In realtà era il numero 1, la loro attitudine situazionista li aveva portati a darsi una storia che non avevano. Né si sarebbero fermati lì. Qualche giorno dopo arriva la notizia che a un qualche festival alla Fortezza da Basso a cui sono ospiti i Wu Ming, i tre diabolici ragazzini si presentano prima e si accreditano a loro nome (che facce hanno, del resto, non si sa), mangiando a sbafo mentre gli originali litigano all’ingresso. C’è del genio, e in effetti ci mettono giusto un paio di numeri a dimostrare di poter fare meglio di voi, non solo alzando di colpo la qualità ma facendo anche ciò che a Mostro non era riuscito mai: aprirsi al mondo, cercare i migliori in giro e portarli nella rivista. Finite tutti, che veniate da Mostro, da Slipperypond o da fuori, a scrivere su Collettivomensa.

 

Chi ha le spalle larghe,
e buoni contatti costruiti nel passato, se la cava. Gli altri faticano
e il percepito oggi
è diverso dal reale

In quegli anni trovate anche i critici: perché i critici li trovi se fai i libri, non bastano le riviste, e tu nonostante il vuoto editoriale fiorentino quei volumi riesci a buttare in libreria lo stesso. Grazie a Se fossi fuoco arderei Firenze, che esce per Laterza nel 2011,conosci Raoul Bruni, che si divide tra Alias e L’Indice; col fantasy di Terra ignota (Mondadori 2013)intercetti Edoardo Rialti, traduttore per la stessa casa editrice e critico proprio per il Foglio; infine, con la scrittura collettiva del progetto SIC, fondato assieme a Magini di Mostro, entri in contatto con il gruppo di accademici senesi facenti capo alla rivista 404:File not found. I critici c’erano, serviva solo qualche libro per stanarli. E tuttavia serve ancora un ultimo tassello. L’ostensione. Quando Mostro chiude, patite la solitudine dello scrivere. Senza le riunioni del venerdì, in effetti vi pare proprio di non star scrivendo. Per sfangarla vi eravate inventati un progetto di scrittura collettiva ma non vi bastava. In effetti odiate scrivere a casa. Vi viene in aiuto un bar. Caffè Notte, angolo dietro Santo Spirito, in pieno Oltrarno. Un bar di vecchiacci e figuri loschi. Danilo, noto come il Goblin, è il gestore. Una tela di tre metri per due, nella saletta, testimonia gli anni d’oro del locale, gli Ottanta: un Danilo giovane ed elegante dietro il banco, e davanti personaggi tormentati, occhi da calo e volti esasperati, vorticanti. Secondo alcuni è un Bacon: voi stessi alimentate la leggenda. Lì, ogni sera scrivete. La gente vi prende per alienati che si costringono sui social anche quando escono. Siete voi, ma solo dopo anni, a fare coming out. E' un periodo di forte produzione e una sera decidete di leggere in pubblico. Dovendo trovare un nome per la kermesse, nasce Torino una sega: non, come avrebbero pensato poi molti, in opposizione al Salone o per spirito anti-juventino, bensì per ironia sugli wannabe dell’editoria i quali, invece di darsi da fare, con l’arrivo di maggio sono tutti un dire “ci vediamo a Torino?”, sottintendendo così di avere un ruolo nella filiera. Lanciate Torino una sega e il Caffè Notte si riempie di gente. Danilo, mentre vende tutte le Moretti da 66 che ha in magazzino, non crede ai suoi occhi. Scoprite, senza volerlo, che la gente odia presentazioni di libri e reading ma ama la letteratura: a liberare tutto sono le regole di “TUS”: dieci minuti a testa, non importa se hai vinto il premio Strega o sei il primo matto di passaggio, e due brani a testa, uno proprio e uno altrui, a ribadire, con la lettura in parallelo dei giganti, la sostanziale nullità di tutti i presenti, che siano celebri o sconosciuti.

 

Tanta produzione spinge per uscire, e in effetti nel 2013 esce: l’antologia Selezione Naturale curata da Merlini di Slipperypond per il piccolissimo editore orbetellano effequ mette assieme Mostro (Magini e D’Isa, oltre a te), Slipperypond (Raveggi oltre al curatore) e Collettivomensa (con un racconto collettivo del trio); Toscani maledetti curato dal critico Bruni per l’altrettanto minuscola Piano B di Prato, collega gli stessi autori al resto della Toscana, rendendo manifesta una vitalità che va oltre la cerchia delle mura: ci sono Luca Ricci a Pisa, Fabio Genovesi a Forte dei Marmi, Flavia Piccinni a Lucca, Emiliano Gucci a Prato, per poco non intercettate Teresa Ciabatti da Orbetello e Filippo Bologna da San Casciano dei Bagni… Torino una sega 2 arriva neanche sei mesi dopo, troppa la voglia di leggere e sentir leggere, troppa la pressione da parte della città: gli autori vengono convocati in massa, e il reading, che si protrae fino al mattino successivo, vede anche la partecipazione di una delegazione romana, oltre a quella di Sergio Givone, ai tempi assessore alla cultura, che legge a sua volta, mentre sotto al suo tavolo il poeta Olmi da Rignano sull’Arno si denuda urlando, nell’atto di simulare una possessione diabolica. Qualcuno dirà che il “filosofo prestato alla politica” aveva tentato di mettere il cappello sulla manifestazione con la sornioneria che gli è propria; a conti fatti, ora che Firenze l’assessore alla cultura neanche ce l’ha, si può dire che, almeno, ai tempi, qualcuno provava almeno a andare a vedere cosa ci fosse di buono in giro.

 

Se nel frattempo chiude anche Collettivomensa – i tre lucani, spirito pratico da emigranti, preferiscono disperdersi dietro a opportunità concrete (uno giornalista a Milano, uno illustratore per riviste romane, il terzo architetto a Bologna) – l’eredità viene raccolta dalla nuova rivista Riot Van, che dedicherà anche uno speciale a Torino una sega 3, dove, l’anno successivo, si presenta pure Antonio Moresco. La manifestazione cresce al punto da far intasare il traffico in metà Oltrarno, tanta è la gente che infogna le strade nel tentativo di raggiungere le salette del Caffè Notte.

 

Nei bar di Firenze
non capiscono più.
"Ma icché vu fate tutte le sere con codesti computer?", chiede l'omone burbero
al banco

In una tale temperie, a Riot Van arriva ad affiancarsi una pletora di nuove riviste: Con.tempo, Street Book Magazine, A few words, L’eco del nulla… Ma il tempo passa, l’eco di tutto questo raggiunge lidi nazionali, e come in un film il proprietario del Caffè Notte riceve un’offerta. Il nuovo proprietario immagina di comprarsi anche voi e l’aura data a quel barraccio, che su Yelp e Tripadvisor comincia a venir descritto come “ritrovo di artisti”. Al giungere della notizia non aspettate neanche un giorno per andarvene in massa. La vecchia Cité, essa pure nata da una costola dell’Elettropiù, si fa rifugio, anche in forza di un accordo di prezzi calmierati per gli alcolici.

 

Arriva l’estate, la Cité è troppo calda, il Caffè Notte tabù: finite per rifugiarvi al Torrino di Santa Rosa, sede dei Bianchi, una delle quattro compagini del Calcio Storico, forse per questo risparmiato dalle speculazioni: l’ultimo baretto vecchio stile dell’Oltrarno.

 

Ma icché vu fate tutte le sere con codesti computer?, chiede l’omone burbero al banco. Scriviamo. Si riparte da lì. Iniziano a ronzarvi intorno, mentre scrivete, anche tutta una serie di aspiranti che non c’erano ai tempi di Mostro: ora c’è una reputazione, anzi un’aura. Ma si è più vecchi, tutti, e a molti mancano le sponde editoriali. Tu hai le spalle larghe, gli editori sei andati a trovarli a Milano e Roma, ma senza nessuno che porta tante buone promesse a fare il libro, ad avere quella conferma che il libro in sé costituisce, il rischio è che tutto finisca per rientare. La effequ ci mette una pezza, porta all’esordio Gabriele Merlini di Slipperypond e Francesco D’Isa di Mostro; Daniele Pasquini di Riot Van esce con l’ancor più piccola Intermezzi di San Miniato; sempre con effequ trova una sponda Simone Lisi, uscito dalle riviste di ultima generazione, ma in tutto questo un grido non può che levarsi dall’Oltrarno. Non è un grido rivolto alle istituzioni, la cui sordità è nota. E' un grido rivolto al privato, a via Bolognese: Giunti, dove sei? Perché non fare un piccolo investimento in questa scena così ribollente – invidiata non solo a Treviso ma financo a Torino e Roma, si potrebbe aggiungere – permettendo a lei di non disperdersi e a voi di trovare, attraverso i gangli rappresentati proprio da tali autori, quel radicamento in città che vi è sempre mancato?

*Vanni Santoni è nato a Montevarchi nel 1978. Nel 2017 ha partecipato al premio Strega con il romanzo “La stanza profonda 

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