L’inesorabile sentore della verità nell’ultimo libro di Don Winslow

Giusti e corrotti. Astenersi moralisti

L’inesorabile sentore della verità nell’ultimo libro di Don Winslow

Foto di Coco Curranski via Flickr

"Dentro, l’aria è calda e viziata, ma in quei vecchi appartamenti è sempre così: troppo caldo o troppo freddo. Nessuno riesce a capire esattamente come funzionano i radiatori. Un termosifone lancia un sibilo, come per dire a Malone di andare affanculo, se la temperatura non gli piace”. In un romanzo di Don Winslow, dove anche la mobilia è noir, il frustrante problema è spesso cosa “non” citare. Già nei suoi poderosi (e ferocemente divertenti) precedenti, questo ex investigatore aveva raccontato il mondo del narcotraffico, della marijuana, del carcere, del surf californiano. E spesso, per gli schizzi di sangue, alla fine di un capitolo de Il cartello si avvertiva l’esigenza di farsi una doccia. Di almeno mezz’ora. Il potere del cane conteneva anche una delle risposte più belle che un prete della teologia della liberazione abbia mai rivolto a un poliziotto che vuole allontanarlo da una possibile sparatoria che vuole impedire (“Andiamo, viejo – Gesù mi ha detto che devi attraversare la strada”. “Davvero? A me, Gesù ha detto di mandarti a fare in culo”).

 

Nel suo nuovo romanzo Corruzione (Einaudi) protagonista non è più, apparentemente, il mondo dionisiaco del crimine, ma quello apollineo dell’ordine. Della polizia di New York dopo l’11 settembre. Che però col mondo dello spaccio, della prostituzione, delle violenze e rapine non è intrecciata solo per note e stranote collusioni e debolezze (sarebbe stato troppo facile mostrare che, se il crimine ha le sue leggi, lo stato ha dentro di sé il caos e la violenza sistematizzata), ma a un livello diverso; quello per cui, in fondo, anche un bravo poliziotto, persino un uomo buono e coraggioso è ultimamente un gestore del crimine stesso, giardiniere di piante potabili ma non estirpabili, una sorta di piccolo o grande monarca de facto se non de jure.

 

Anche il detto “a brigante, brigante e mezzo” trova la sua icastica traduzione già nella prima scena, con i poliziotti fatti di dexedrina fino ai capelli per affrontare proprio i trafficanti in una sparatoria devastante. Nella voce narrante, che racconta la tragica caduta di un monarca in divisa e della sua squadra, si coglie l’omaggio a tanti protagonisti del noir, uomini duri e feriti dalla vita, che i puri guardano come dei fallimentari imbarazzi o dei perenni sospetti e il cui codice d’onore è inscindibile dalla matassa dei loro stessi compromessi. E come il dolente Marlowe di Chandler citato in exergo (“I poliziotti sono soltanto persone” – “Sì, ho sentito dire che cominciano così”) anche il protagonista Malone sfoggia una sua saggezza proverbiale (“Ha mai sentito parlare dell’Alzheimer irlandese? Si dimentica tutto, tranne i rancori… Un altro attributo kennediano è che gli piace la fica, e la fica ricambia”) ben resa – davvero chapeau – dalla bella traduzione di Alfredo Colitto (ma il titolo originale The Force aveva ben altra carica evocativa).

 

Il nostro modo concettuale vive di stolide e ripetitive cacce alle streghe, reprobi da prendere a sassate mediatiche, morali semplicistiche, chiare e lineari. Il nostro gruppetto su Facebook e “loro”, gli altri, gli infami, i corrotti. Chesterton ci ricordava che i cattivi libri hanno una morale, mentre i buoni libri sono una morale, che è tutt’altra cosa dal moralismo. Winslow non è pertanto un giustizialista, ma neppure antigiustizialista. La sua narrazione rifugge da questi schemi e opposizioni e ha piuttosto l’inesorabile sentore della verità, restituendoci la zona grigia nella quale viviamo ci muoviamo ed esistiamo, parafrasando liberamente san Paolo, dove innocenza e esperienza, compromesso e coraggio spesso coesistono e risultano persino inestricabili.

 

In un mondo dove per i media sei un eroe perché salvi una ragazzina da un rapinatore e al tempo stesso un sudicio razzista perché l’hai chiamata “negra” (per sorprendere il rapinatore stesso), dove le commissioni d’inchiesta interna ti chiedono inflessibili: “Ha mai dato della droga a un informatore. Da un punto di vista legale, si tratta di spaccio” e anzitutto si pensa: “Avete mai visto soffrire un tossico? In crisi d’astinenza, in preda a crampi e tremiti, piangente e disposto a tutto? Gliela dareste anche voi, una dose”, la domanda scomoda che ci accompagna tra risate e lacrime, pugni nello stomaco e slanci di tenerezza umana, dalla prima all’ultima pagina di questo viaggio nella vita segreta di New York resta proprio questa: è possibile essere al contempo giusti e corrotti?

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