I love Jane

Per la festa della Austen rimettiamo a posto le leggende (e anche il suo nipote smemorato)

I love Jane

LaPresse/PA

Da oggi sta sulla banconota da dieci sterline, scalzando il barbone di Charles Darwin. Il solito e unico ritratto che abbiamo di lei – a schizzarlo fu la sorella Cassandra, il disegno faceva parte dell’educazione di una fanciulla – appena un po’ ritoccato per maggiore carineria. Si usa così con le dive, le proteste son fuori luogo. Accanto al ritratto, una miniatura mostra Jane Austen allo scrittoio. Piccolo, pieghevole, dotato di un cassetto per tenerci i manoscritti, le era stato regalato dal padre – il pastore anglicano George che l’aveva fatta studiare dandole libero accesso ai 500 volumi della biblioteca di famiglia – e si agganciava a un tavolo più grande.

  

Sullo scrittoio son fiorite le leggende. Per esempio, che Jane Austen scrivesse di nascosto, riponendo il manoscritto nel cassetto appena qualcuno entrava nel salottino. Da qui il lamento di Virginia Woolf sulle scrittrici che non hanno una stanza tutta per sé, citazione che ha fornito alla critica femminista di che campare per anni. Dimenticando un dettaglio: a Mrs Woolf “Orgoglio e pregiudizio” non piaceva, e si lasciò perfino scappare la frase “roba così non c’è bisogno di nasconderla”. Non eguaglia l’antipatia che per Miss Austen aveva Mark Twain: “Ogni volta che leggo ‘Orgoglio e pregiudizio’ mi prende una tale furia che vorrei disseppellirla e bastonarla sul cranio con la sua stessa tibia”. Comunque un giudizio velenosetto, accompagnato a una decisa predilezione per le sorelle Brontë .

   

Jane Austen non scriveva di nascosto, e neppure se ne vergognava. Non è per timidezza o timore del vicinato che la sua firma non compare sulle prime edizioni dei romanzi, ribadisce sul New York Times Devoney Looser, professore all’università dell’Arizona (un nome e un luogo così poco austeniano sarebbero difficili da inventare). Nei primi decenni dell’800, il sessanta per cento dei romanzi – non importa se scritti da maschi o da femmine – usciva senza il nome dell’autore in copertina. E se andiamo a leggere le sue lettere, risulta chiarissimo che scriveva mentre attorno a lei i familiari e gli amici prendevano il tè e facevano conversazione.

   

A inventarsi la timidezza fu un altro nipote, che all’epoca del funerale era un bambinetto. Quando da grande James Edward Austen-Leigh scoprì che la zia era una romanziera di successo, decise di mettere a frutto la parentela. Aveva già pubblicato un noiosissimo libro sulla caccia alla volpe, decise di ritentare il colpo con “A Memoir of Jane Austen”, giusto 150 anni fa. Solo che non ricordava nulla, meno che mai di aver visto la zia al tavolo di lavoro con la penna in mano. Quindi inventò la leggenda, e per renderla credibile aggiunse anche un dettaglio del tipo “solo chi era lì può saperlo”. Raccontò di una porta che scricchiolava, segnalando a Jane Austen che qualcuno si stava avvicinando, e dandole il tempo di nascondere carta e penna. La zia, aggiunse, aveva vietato di ripararla.

  

Siccome tra verità e leggenda si stampa la leggenda – e siccome il parentado dopo la morte della scrittrice fece sparire quasi tutte le sue carte – viene fuori la signorina schiva e mai fidanzata. Non è vero neppure questo, spiace doverlo precisare giacché tra i compiti dello scrittore ci sarebbe l’invenzione: se una inventa Elizabeth Bennet e Mr Darcy, e i loro dialoghi, non importa sapere come è arrivata fin lì, il genio esiste. Sennò poi chiunque abbia sperimentato un amore infelice, un fidanzamento andato a male, un fascinoso antipatico, si convince di essere Jane Austen. E sforna inutili romanzi, che dovrebbero arrossire di fronte all’originale.

  

Sarà sulla banconota da 10 sterline, lei che all’epoca aveva ricavato 110 sterline dai suoi libri (circa 10 mila dollari di oggi). Depositò i suoi guadagni in banca, e da domani il famigerato scrittoio pieghevole si potrà vedere alla mostra “The Bank Of England in Literature”. Davano discreti interessi, che Jane Austen non fece in tempo a godere. Prelevò i primi soldi dal conto sua sorella Cassandra, per pagare le spese del funerale.

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