Adesso l'Onu si preoccupa pure dell'appropriazione culturale indebita

Hai i rasta e sei bianco? Non puoi. Follie politically correct

James Anaya

James Anaya

Lo scontro sull’appropriazione culturale si sta progressivamente spostando dalle associazioni universitarie a sedi più alte. Dopo le polemiche sugli studenti bianchi coi rasta e le feste di fine semestre con i sombrero, a entrare a gamba tesa sul tema sono le Nazioni Unite. A metà giugno si sono riuniti a Ginevra i delegati del Wipo, l’organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, un’agenzia dipendente dal Palazzo di vetro che dal 2001 si occupa della tutela dei prodotti creativi. Tra i temi discussi anche quello della “cultural appropriation”, nell’agenda dell’organizzazione fin dalla sua nascita. A portare avanti la battaglia sul riconoscimento della proprietà intellettuale alle culture indigene o delle minoranze è James Anaya, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Colorado, di origini Apache e Purépecha e costituzionalista esperto nelle questioni relative ai popoli indigeni, di cui si è occupato anche in seno all’Onu. Nel corso della riunione del Wipo, Anaya ha chiesto che il documento finale dell’agenzia sull’appropriazione culturale debba “obbligare gli stati a creare procedure criminali e civili efficaci, tese a riconoscere e prevenire il possesso illegittimo e non consensuale, la vendita e l’esportazione delle espressioni della cultura tradizionale”.

 

Il professore cita l’esempio di Urban Outfitters, il negozio di abbigliamento casual americano che nel 2012 lanciò la linea “Navajo”, con “pantaloncini hipster Navajo” e altri prodotti con il nome della tribù del sud-ovest. Navajo Nation, la rappresentanza semi-autonoma del territorio della tribù compreso tra Arizona, Nuovo Messico e Utah, lanciò all’epoca una battaglia legale per violazione di marchio registrato riuscendo a risolvere la disputa con un accordo stragiudiziale. Più recentemente la stilista Tory Burch è stata costretta da una campagna sul web a cambiare il nome di un cappotto realizzato per la sua collezione “Resort” 2018. Burch inizialmente scrisse nella descrizione del capo di aver tratto ispirazione dalla moda africana, ma il cappotto è praticamente identico a una blusa romena conservata nel Metropolitan Museum of Art di New York.

 

La disputa sull’appropriazione culturale non è limitata ai blog universitari e ai gruppetti terzomondisti degli atenei, ma sta assumendo una rilevanza sempre maggiore nell’ambito delle industrie creative. Dove tratteggiare la complessa linea di demarcazione tra influenza, ispirazione e plagio vero e proprio? Non è semplice e sta al legislatore difendere i diritti delle culture indigene senza disegnare leggi draconiane ai limiti del ridicolo. Lo spiega bene il dj e produttore britannico Mark Ronson, accusato di appropriazione culturale per molti dei suoi successi, da “Back to black” (cantata da Amy Winehouse) ad “Uptown funk” (con Bruno Mars), durante un discorso per TED: “Anche se ripeti a te stesso che non stai rubando, nel subconscio sei influenzato, che ti piaccia o no. La cosa più importante è come combini tutte queste influenze per fare qualcosa di nuovo”.

 

L’ispirazione resuscita e rende mainstream prodotti culturali che sarebbero rimasti sepolti nel passato, nella nicchia delle realtà locali, dandogli nuova vita e contribuendo a creare un interesse sulla cultura da cui provengono. E’ giusto riconoscere correttamente i retaggi da cui un nuovo prodotto è stato creato, anche se è complesso quando a richiederlo non sono aziende private o stati nazionali, ma gruppi tribali spesso privi di un’organizzazione strutturata. Al tempo stesso è pericoloso mischiare il patrimonio con il monopolio, dando patenti di genuinità a specifiche culture e impedendo ad artisti, designer, cantanti e stilisti di utilizzare le influenze positive che si traducono in idee innovative. La missione del Wipo pare lontana dall’essere realizzata, soprattutto nei termini auspicati dal professor Anaya. Non esiste una definizione accettata a livello internazionale di “espressione culturale tradizionale” o di “espressione folkloristica”, né sembrano esserci le condizioni per trovare un consenso in merito. Proteggere la tradizione locale nel mondo globale in maniera valida ed equilibrata è complesso, mentre pare più facile prendersela con Justin Bieber perché canta “despacito” in inglese o gira con i rasta.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    08 Luglio 2017 - 16:04

    La regressione culturale imposta dalla paranoia censoria politically correct è tale che le opere di cinquant'anni fa - cinema, spettacoli, testi di canzoni, e soprattutto la comicità per il suo carattere disvelatore - se riprese oggi sembrano novità rivoluzionarie. Per chi già le conosceva da prima sono anche la misura di quanto lentamente ma inesorabilmente il socialismo reale del pensiero al ribasso, la dittatura della stupidità uguale per tutti, stia spegnendo l'intelligenza occidentale.

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