Addio a Villaggio, che aveva fatto della tristezza di sopravviversi una scienza allegra

È stato anche un grande patriota: nessuno come lui ha incarnato l’italianità. La sua comicità anticulturale era un monumento alla cultura

Giuliano Ferrara

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Addio a Villaggio, che aveva fatto della tristezza di sopravviversi una scienza allegra

Paolo Villaggio (foto LaPresse)

Aveva assassinato Eisenstein, ma quando la scorrettezza è ilare, felice e liberatoria, anche i peggiori delitti hanno da passare impuniti. E così è stato. Villaggio anticulturale è stato un monumento alla cultura, e lui, grillino per affinità triste e genovese con un comico alle battute ultrafinali, ha fissato nel dialogo del tennis tra Filini e Fantozzi la sublime importanza della grammatica come arte liberale. Filini: “Batti”. Fantozzi: “Mi dà del tu?”. “No, batti lei”. “Ah, è un congiuntivo”. Tutte le volte che penso al futuro premier Di Maio immagino di rivivere quella scena italiana indimenticabile, all’altezza di Totò.

  

Italiana, sì, la scena, perché Villaggio è stato anche un grande patriota. Nessuno come lui, nemmeno Sordi che era fatalmente romanesco, ha incarnato l’italianità. L’impiego, la gerarchia, la frustrazione, il sadismo benigno dei rapporti sociali, la disperazione quotidiana che si riscatta nella fantasia, nel sentimentalismo, nella tazzina rovente del caffè, nei novantadue minuti di applausi, nell’iperbole come understatement rovesciato, in una verve letteraria brillante, autoironica, in un sarcasmo mai freddo, sempre caldo e intemperante: in tutto questo si sono buttati a capofitto la sua radiofonia, la sua televisionarietà, i suoi racconti esilaranti, il suo cinema bassissimo e altissimo, il suo umorismo ateo ma biffiano, nel senso della definizione del Cardinale in una lettera bellissima alla carmelitana scalza Emanuela Ghini: “Amare appassionatamente tutte le creature senza identificare alcuna di esse con il loro creatore”. La sua miscredenza di maschera era smentita dal giocoso suo culto della morte, la cui data per sé stesso e per gli amici veniva da lui fissata con anticipo opportuno al racconto delle esequie di ciascuno, e che racconto da ridere e piangere, in tanti salotti dove il suo gusto dell’assurdo, del non senso, dell’esorcismo, così profondamente cattolico, regnava incontrastato in mezzo agli elementi più cinici e più banali del solito sarcasmo e della solita ironia.

  

D’altra parte, con quelle sue palandrane da Grande Chierico Infermo, quegli occhi vigili, sospettosi e mai supinamente sinceri, sempre all’erta, negli ultimi anni sembrava un abate new age della Roma cinematografara, ma era il suo stupendo corpo obeso e diabetico, con tanto di barba bianca e profetica, a rivestire i suoi panni e le sue babbucce improbabili, spesso dorate, non l’opposto. Villaggio aveva fatto della tristezza di sopravviversi una scienza allegra, non so se lo sapesse fino in fondo, ma me lo auguro e lo sospetto. Nell’intervista finale alle Jene il “cagarsi addosso” e il “fottere una capra” erano preludi alla sceneggiatura dell’al di là, che pure considerava una truffa.

Il mio Cav. riferito a Berlusconi viene ovviamente da lui, dal suo Grand. Uff. Truff. e varianti. È stato un modo fantozziano e psicoanaliticamente subliminale di destreggiarsi tra il Dottore da impiegati fedeli e il Presidente protocollarmene repubblicano. La fronda, non nel senso rivoltoso francese, ma in quello nostro, longanesiano, è stata l’essenza dell’italianità riottosa, in maschera surreale, delle sue figure e figurine di una vita artistica prodigiosamente dissipatrice e generosa di sé. Villaggio fu autore politico insigne. La sua teoria e pratica dell’impiego, il suo senso acuto della apicalità nelle funzioni direttive più basse e sputtanate, la coniugalità infelice, e con essa tutta l’epopea ultracomica della famiglia degli eroi perdenti, con la signora Pina “animale domestico” e la bruttissima creaturina Mariangela, e i riti dell’infelicità amministrata come un sacramento, tutto questo è parte integrante dell’insalata informale e fresca del costume nazionale e della percezione di sé che abbiamo noi italiani. Io sono un causeur da bar, e di recente a Parigi mi è capitato un gentile personaggio di Fantozzi al tavolino accanto, che mi annunciava compunto e contento l’imminente arrivo “della mia signora”. Villaggio, l’infame, sorrise.

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Commenti all'articolo

  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    04 Luglio 2017 - 15:03

    Secondo me, dopo oltre quarant'anni, non abbiamo ancora capito quanto Fantozzi c'è veramente dentro ognuno di noi. E' ancora tutto da scoprire come nella foto sopra, in giacca sopra la tunica e le scarpe dorate, che dissimula ( almeno a chi non ne percepisce la grandiosa comicità) il fantozziano snobismo salottiero italico e, poiché imitatissimo, non solo italico ma globale.

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