Senza veli

Quando la religione giustifica la violenza sulle donne è più difficile scappare. Storie tristi, racconti di botte e di rinascite. E di un hijab lasciato su un tavolo

Senza veli

Ci ha pensato per un anno, durante il quale in casa ha fatto lo sciopero del silenzio. Poi una mattina Fatima, nome di fantasia perché i volti che si svelano non possono svelare la propria identità, ha deciso che aveva sopportato troppo. Che aveva toccato il fondo della sua tolleranza al dolore. Dopo anni di dinieghi all’attività sportiva, alle gite scolastiche, alle materie scandalose – fra le quali i genitori avevano annoverato persino la filosofia, probabilmente perché strideva troppo con la loro visione del mondo. Dopo anni di no alla frequentazione delle compagne e compagni di classe italiani fuori dalla scuola. Così, dopo aver perso i migliori anni della sua adolescenza, che le erano stati negati con vessazioni fisiche e psicologiche dal fratello maggiore, dal padre, dalla madre e persino dalle sorelle più piccole che l’accusavano di essere una cattiva musulmana, Ftima si è chiusa nel suo impenetrabile guscio per un anno intero. Finché un giorno si è acceso un interruttore interiore, e ha compreso di essere pronta ad andarsene. Con un gesto simbolico e potente: lasciando il velo scuro che, non aveva scelto di indossare, sul tavolo del salotto, vicino all’ingresso dell’appartamento. Un gesto violento per chi crede e osserva il Corano senza cercare interpretazioni inconsuete e appartiene alla Ummah sunnita. Lasciato il velo alle spalle, Fatima oggi ha 19 anni, è riuscita a trovare rifugio in una comunità protetta. Riconquistata la fiducia nel futuro, ha ricominciato subito a parlare. Perché poi la molla che l’ha spinta a uccidere dentro di sé il suo mondo fatto di privazioni e a recidere ogni legame familiare (ha dovuto cambiare città e nome per non essere ritrovata e punita, se non ammazzata) è stata una tragica tradizione: un matrimonio forzato con uno sconosciuto della sua stessa etnia, un ragazzo pakistano. Un matrimonio che le avrebbe impedito di continuare a studiare per diventare invece una moglie e una madre, segregata in casa, controllata ogni volta che sarebbe uscita da casa. Dopo l’arrivo nella comunità, Fatima una sera è uscita con una delle volontarie per partecipare a un concerto jazz, perché la presidente della comunità non voleva passasse dalla segregazione in famiglia a una prigionia volontaria nella casa-rifugio. Durante la serata osservava sullo schermo del proiettore, allestito per il concerto, volti e corpi di donne scoperte. Alle sue orecchie arrivava una melodia che non aveva mai potuto sentire. Così, alla fine della serata, ha commentato con un sorriso ebbro di gioia, rivolta alla donna che l’aveva accolta: “Questo è stato il momento più felice della mia vita”.

 

Non esistono dati ufficiali, ma in Italia nelle seconde generazioni di immigrati si sta assistendo a un risveglio femminile che va in direzione contraria a quello della radicalizzazione integralista: aumentano le denunce, le fughe, le richieste di aiuto a scuola da parte di adolescenti e di giovani donne sposate che decidono di ribellarsi. Stiamo parlando di numeri ancora piccoli, esplosi dopo anni di silenzio e di omertà. Un processo lento, ma graduale, di emancipazione femminile. Accade soprattutto fra le adolescenti che si guardano allo specchio attraverso le loro compagne di scuola italiane e vogliono assimilarsi, o quanto meno assomigliare al mondo in cui sono cresciute. La rete antiviolenza è riuscita a penetrare nelle comunità, fino a pochi anni fa blindate. Poi il tam-tam, le discussioni e lo scambio di informazioni su gruppi chiusi su Facebook hanno contribuito al lento risveglio a cui si sta assistendo. Così può anche accadere, come ci ha raccontato Parvaneh Hassibi, responsabile del Casd, il Centro ascolto soccorso donna dell’ospedale San Carlo di Milano, che magari una donna arrivi direttamente dal pronto soccorso, dove è stata medicata dopo una violenza subita dal marito, a chiedere aiuto. E che, accompagnata da una parente, durante il colloquio anche l’accompagnatrice decida di confidare i maltrattamenti subiti. “Da noi arrivano soprattutto donne giovani, ma già adulte e sposate”, spiega al Foglio Parvaneh Hassibi, iraniana, “e la maggior parte spera in una possibilità di riconciliazione. Ma è vero che sono aumentate le denunce. Credo che le campagne contro la violenza sulle donne abbia aiutato anche le musulmane. Per le adulte non è l’imposizione del velo ad avviare un processo di emancipazione, ma piuttosto le continue violenze e maltrattamenti. E tutte hanno una sola paura: la sottrazione dei figli da parte del marito.

 

Le storie che abbiamo raccolto sono tantissime. Una donna algerina, dopo aver partorito una bimba e non un maschio come voleva il marito, è stata chiusa in casa. Lei non aveva neanche la chiavi. Le avevano solo il marito e sua cognata. E quando il marito ha cominciato ad aggredire anche la bimba, ha deciso di chiedere aiuto. Ora vive in una comunità protetta. Una giovane donna egiziana usciva per lavorare perché il marito aveva perso il lavoro. Lui aggrediva sia lei, per punire le sue ore di libertà, sia la figlia perché si metteva lo smalto sulle unghie. Un giorno ha preso la moglie, l’ha fatta salire in macchina e l’ha portata in un luogo isolato per massacrarla. E poi l’ha buttata sul divano, e ficcava coltelli tutt’intorno a lei per terrorizzarla. E’ riuscita ad andare via grazie all’intervento e all’aiuto di un vicino di casa.

 

Purtroppo non sono solo i padri-mariti-fratelli-padroni a esercitare le violenze nelle famiglie musulmane che vogliono preservare la legge di Allah e le tradizioni. In un altro centro antiviolenza interpellato dal Foglio ci hanno raccontato un’altra storia, che riguarda un’irachena. Una storia che pare quasi inverosimile. Raghad veniva punita per le sue ribellioni dalla madre, che le dava calci nella pancia. “Forse anche per sfogare la sua rabbia per una vita di vessazioni che non aveva scelto”, ci ha raccontato la volontaria che ha parlato con Raghad quando è arrivata al centro senza null’altro che i documenti e un telefono tenuto spento. E’ difficile, quasi impossibile, comprendere come una madre possa accanirsi contro la figlia che ha partorito per vietarle ogni velleità di ribellarsi, ma è accaduto. Raghad è una ragazza sveglia che aveva ambizioni scolastiche, completare gli studi ed emanciparsi. Avere una vita diversa da quella della madre, sognava di andare a vivere da sola. I genitori avevano ribaltato i ruoli. Il padre faceva il poliziotto buono e apparentemente comprensivo, mentre la madre svolgeva il ruolo del poliziotto cattivo che elencava tutti i divieti e puniva con violenza tutte le trasgressioni. “Quando è arrivata, ci ha raccontato la sua storia con lo sguardo chino e gli occhi rivolti sempre a terra. Poi, giorno dopo giorno, ha raggiunto la piena consapevolezza e ha compreso che poteva cambiare città, identità, e trasformare la sua prigionia in libertà”, ci hanno raccontato. “E’ una ragazza triste, ma molto forte. E non ha rimpianti perché associa il ricordo della madre alla violenza”. Preoccupata per le sorelle minori che sono rimaste indietro e che non può aiutare perché dopo la sua fuga, prima di cambiare cellulare, le scrivevano sempre la stessa parola: “Vergognati”. E infatti è stata lei che ha deciso di andarsene. Un giorno si è presentata alla polizia e ha chiesto aiuto. Non ha denunciato la madre, ha semplicemente detto: “Non ce la faccio più, aiutatemi a scappare”. La violenza sulle donne è un fenomeno che colpisce tutte le etnie, anche le donne italiane, è noto, ma le musulmane subiscono imposizioni che mescolano l’osservanza delle tradizioni a quelle religiose.

 

“Sono stati fatti dei piccoli passi avanti, gli insegnanti hanno imparato a decifrare meglio i segnali delle studentesse e i poliziotti sanno agire con più tempestività davanti a una richiesta di aiuto. Così le donne che arrivano, quelle che sono state portate qui da noi da poliziotti o assistenti sociali, non quelle fuggite già consapevoli delle conseguenze del loro gesto, non pensano più che la violenza sia normale perché vedevano le madri martoriate dai padri” riflette Tiziana dal Pra, presidente dell’associazione Trama di terra che ha anche una comunità/rifugio antiviolenza ad Imola. Nata nel 1997, quando parlare di violenze e imposizioni nella comunità musulmana era ancora un tabù perché si temeva di essere tacciati di razzismo. Lei non sa dove cominci l’imposizione dei dogmi religiosi e dove inizi quella della tradizione, e cioè la violenza dalla famiglia che teme di perdere la faccia e l’onore davanti alla comunità e si mette in cerca della figlia ribelle per lavare l’onta col sangue, con l’omicidio di chi ha trasgredito: si tratta di una miscela di fattori. Ma Dal Pra ha osservato che tutte le donne che scappano, poi si tolgono il velo.

 

E se è vero come è vero che le denunce aumentano, non bisogna dimenticare che molte altre giovani donne musulmane temono la ribellione e hanno invece una doppia vita. Come Faiza, egiziana, che ha 21 anni e lavora in un call center. E’ stata obbligata dalla famiglia a un matrimonio combinato e ogni giorno arriva al lavoro presto per compiere un rituale: si toglie il velo, poi si trucca e sorride tutto il giorno. Prima di tornare a casa, dal marito e dal suo bambino, col viso adombrato dall’angoscia, si strucca e si rimette il velo. “In ufficio le ragazze fanno la gara per aiutarmi, mi regalano salviette struccanti per fare più in fretta”, ci ha spiegato via WhatsApp. “Io accetto di rimettere il velo perché temo che mio marito mi punisca e mi tolga mio figlio. La verità però è una sola e io la so: sono cittadina italiana, ma sottoposta alla legge della sharia’h”. Faiza ha paura a fare denuncia, ma ha una vita segreta: sottomessa a casa, diventa libera al lavoro, grazie alla complicità delle sue colleghe. E poi se non si arriva al punto di oltrepassare l’ingresso di un commissariato, la salvezza può arrivare grazie a un vicino di casa compassionevole. Aicha, una ragazza tunisina, 19 anni, è scappata dalla Sicilia quando era adolescente grazie all’aiuto di una vicina che l’ha nascosta in casa una notte e le ha dato soldi per un treno e un foglio con un indirizzo di amici per cominciare una nuova esistenza. E non solo si è tolta il velo, ha persino trovato un fidanzato con cui convive, senza essersi sposata. E quando ci ha parlato attraverso una sua amica, Delel Nabih – che molti anni anni fa ha subito una tragedia indelebile, e cioè ha visto suo padre uccidere a coltellate sua madre che voleva proteggerla da un matrimonio combinato e oggi è testimonial della battaglia contro la violenza alle donne – dice al Foglio di non avere rimpianti. Di essere felice. “Volevo un’altra vita e ora ce l’ho”, ci ha spiegato Aicha. “Volevo uscire dall’incubo e ce l’ho fatta. Ogni tanto sento mia madre di nascosto, ma non tornerò mai indietro”. Certo, non bisogna focalizzarsi solo sul velo perché ci sono alcune famiglie che lasciano libere le figlie di decidere se osservare o meno questa prescrizione molto controversa e contestata dalle donne musulmane che non lo indossano. E ce ne sono tantissime, la maggioranza, che invece lo portano. In ogni caso per le adolescenti togliersi il velo a scuola, essere scoperte e punite, è solo la punta dell’iceberg di un conflitto culturale e generazionale molto più profondo. Per chi si sta ribellando o gradualmente svegliando, il velo è solo il porto di partenza per arrivare in mare aperto e cambiare la rotta al proprio destino. E, a cavallo fra due mondi, uno laico e uno composto solo da rigide prescrizioni e dall’integralismo, decidono di scivolare su un piano inclinato che le porti ad essere cittadine europee e non prigioniere della Ummah. Certo, molte psicologhe e assistenti sociali dicono che è soprattutto alla tradizione che si ribellano, e infatti spesso quando scappano è per le violenze subite per il diniego a un matrimonio forzato. Ma nella comunità musulmana tradizione e religione coincidono e quindi il loro risveglio le porta anche lontane dalla rigida interpretazione del Corano. Come ci ha spiegato Paola Giani, presidente di un’associazione torinese, il Nostro Pianeta, che organizza molti corsi formativi di alfabetizzazione per donne straniere: ” Le cose stanno cambiando, infatti ora ci siamo attrezzate e abbiamo deciso di fare degli incontri per parlare del velo. Perché vogliamo capire se le donne che frequentano il nostro centro nato per favorire l’integrazione, hanno subito delle imposizioni”. E questo lo scriviamo per sottolineare quanto la faglia che attraversa molte famiglie musulmane stia aprendo gli occhi a tutti. Non sappiamo fino a che a punto sia arrivata, ma abbiamo scoperto il segreto di numerose adolescenti che non indossano il velo per libera scelta. Un fenomeno impensabile fino a qualche anno fa. Come ad esempio Karima, marocchina di 15 anni che si era rivolta qualche anno fa con un’amica a uno sportello antiviolenza perché i genitori volevano che lei indossasse il velo che lei si toglieva una volta arrivata in classe. E con la scusa di andare da una compagna a studiare, spesso si incontrava con dei ragazzi, adolescenti come lei. Cose così, da adolescenti insomma. Il padre venne a saperlo, la insultò, la picchiò, minacciò di ritirarla da scuola per rimandarla in Marocco. La madre non si oppose. Così Karima chiese di essere allontanata da casa e fu affidata a una famiglia italiana, mentre i genitori vennero obbligati a fare un percorso presso i servizi sociali e dopo molti mesi poterono iniziare a vedere la ragazza in uno spazio neutro. Ora loro gli hanno chiesto di tornare a casa, ma lei è indecisa perché appena è stata libera si è tolta il velo e ora sogna di diventare psicologa per aiutare donne e bambini.

 

Tutte queste tragiche storie, solo apparentemente simili, che stanno emergendo devono essere affrontate perché la frattura culturale fra i due mondi, questa faglia che rischia di diventare un terremoto, deve essere osservata e monitorata con attenzione perché spesso quando si arriva a un processo penale, “gli uomini si difendono, dicendo che loro rispettano la legge di Dio”, spiega l’avvocato milanese Alessia Sorgato che collabora alla rete femminile antiviolenza e ci ha rammentato una sentenza della Corte di Cassazione del 2012 inserita nel suo libro giuridico sui maltrattamenti e lo stalking che dovrebbe fare scuola. Riguarda un padre che maltrattava la figlia minorenne perché non si dimostrava in grado di ripetere perfettamente a memoria i versi del Corano: la Corte ha ribadito che il delitto sussiste poiché nella vicenda si è prodotta la violazione dei diritti inviolabili della persona, i quali rappresentano uno “sbarramento invalicabile” contro l’introduzione di consuetudini, prassi e costumi “antistorici”, contrastanti con i diritti inviolabili garantiti dalla Costituzione”. Perché in Italia non vige la legge di Dio, ma quella laica che dovrebbe difendere i diritti umani. Violati in continuazione nelle famiglie musulmane, non in tutte, niente generalizzazioni per carità, ma in nome di Allah e della sharia’h.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi