Il grande equivoco post-moderno che ha reso l’emozione il fine della comunicazione

Non sapere più distinguere i sentimenti dal fine vero della comunicazione rischia di renderci tutti schiavi del potere

Il grande equivoco post-moderno che ha reso l’emozione il fine della comunicazione

Sulla stazione di Porta Susa a Torino campeggia una grande pubblicità di Fastweb che dice che “la connessione più potente sarà sempre l’emozione”. Del resto i richiami all’emozione, all’emozionare e all’emozionarsi da qualche anno sono di gran moda. Cantanti, politici, giocatori, giornalisti, esperti, magistrati e imputati: siamo tutti commossi e piangenti. Gli emoticon sovrappopolano ogni nostra conversazione elettronica. I comunicazionisti usano il verbo “emozionare” come un mantra, che gli studenti di comunicazione a Campobasso come a New York sanno ripetere dal primo anno, a discapito di ogni insegnamento diverso. Ma l’emozione è davvero il fine e la potenza della comunicazione?

 

Una volta il verbo “emozionare” si sentiva solo coniugato nella forma passiva, essere emozionati, o in quella riflessiva, emozionarsi. L’emozione era considerata un avvenimento dovuto alla presenza eccezionale di un oggetto o persona o evento. La forma attiva è diventata di moda negli ultimi anni e riflette l’idea che l’emozione possa essere creata ad arte dall’abile comunicatore. Tuttavia, non bisogna confondere i fini e i mezzi. Il fine della comunicazione resta legato al suo oggetto. Nessuno fa comunicazione per emozionare. Si fa comunicazione per vendere un prodotto, per convincere di un’idea – dal matrimonio al cinema della sera – per convogliare un messaggio, per affermare un’appartenenza, fosse pure quella alla squadra di calcio. Quando qualcuno crea delle emozioni, le crea per un fine e le emozioni restano e resteranno sempre un mezzo, almeno nel senso letterale del trovarsi a metà tra la realtà dei concetti e la conoscenza compiuta.

 

Una volta sgombrato il campo dagli abbagli, si può invece entrare in una considerazione più profonda. L’attuale abuso del termine, nella sua forma attiva o passiva, nonché nella sua esternazione comportamentale, sembra essere l’effetto contraccolpo, il backlash, del razionalismo della nostra cultura occidentale. Per secoli si è cercato di minimizzare l’importanza dell’impianto emotivo nella conoscenza, apprezzando ingiustamente matematica e scienze per la loro presunta asetticità emotiva – cosa peraltro falsa quando si guardi all’aspetto creativo di ogni disciplina – e opponendole ancora più ingiustamente alle discipline umanistiche, intese come le inutili bellezze dell’emozione artistica. Oppure si è screditata l’emozione in nome delle idee e delle cause che ne obbligavano al sacrificio. In poche parole, si è bollata l’emozione come un impedimento alla conoscenza oggettiva e importante. Con il tramonto post-moderno di questo sogno di conoscenza oggettiva, scientifica, impersonale, l’emozione ha riguadagnato il suo spazio. Solo che si è ora giunti all’altro estremo, dove l’emozione è scambiata per la conoscenza medesima, fine e giustificazione di ogni mossa umana.

 

Ciò che i comunicazionisti sanno bene, però, anche quando fanno finta di non saperlo, è che l’emozione è parte decisiva della conoscenza ma non il suo fine. L’emozione è essenziale per essere interessati a qualche cosa, è l’origine della vera conoscenza. Il filosofo americano William James diceva che conosce oggettivamente la bellezza di una donna solo chi la ama. In questo senso, l’emozione è irrinunciabile come motore della ricerca e come qualità intrinseca di ogni ragionamento che faccia conoscere qualcosa di nuovo, in matematica come in filosofia o in letteratura. L’emozione conduce alla conoscenza oggettiva ma quest’ultima poi si esprime in ragionamenti e giudizi – onore e onere del genere umano – e in abiti di azione o gesti. Tuttavia, quando l’emozione viene spacciata come fine, qualcuno, magari noi stessi, sta facendo un’opera manipolativa. Nulla di meglio, infatti, per ogni potere, incluso quello che si annida in ciascuno di noi, di aver davanti persone sentimentali, incapaci di dire, in nome dell’emozione, se qualcosa è bello o brutto, bene o male, vero o falso. Le emozioni senza giudizio impoveriscono l’essere umano almeno quanto lo fanno i giudizi senza emozioni. L’emozione, in quanto primo passo della conoscenza, è certamente la connessione più veloce, ma quella più potente e più stabile viene dai giudizi e dalle pratiche, dai gesti, che li realizzano. Non bisogna dimenticarselo, se non si vuole diventare schiavi di chi è capace di creare le reazioni di un istante.

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