Chi non si lagna cresce

Invece di lamentarsi per i tagli e il sistema che non funziona, tre università italiane si sono messe assieme per offrire agli studenti un polo d’eccellenza. Prendere appunti

Chi non si lagna cresce

Lezione di filosofia a Parigi – miniatura dalle “Grandes chroniques de France”, fine XIV secolo – Castres, biblioteca municipale

Almeno in università, uno non vale uno. Al ministro Fedeli è stato appena presentato il progetto sinergico fra tre istituti accademici d’eccellenza: due pisani, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna, e uno pavese, l’Istituto Universitario di Studi Superiori. L’occasione è stata un convegno in piazza dei Cavalieri in cui i rettori dei tre istituti hanno agito come padroni di casa in simultanea, nonostante che materialmente la sede dell’evento coincidesse con quella della Normale. Tutti e tre – Vincenzo Barone per la Normale, Pierdomenico Perata per il Sant’Anna e Michele Di Francesco per lo Iuss – hanno parlato al ministro e al pubblico sul tema “Scuole universitarie federate: eccellenza nella ricerca per costruire il futuro” e hanno presentato un piano di azione per gli anni a venire che, nell’immediato, avrà forse il suo momento più significativo negli incontri di orientamento congiunto che si terranno sia a Pisa sia a Pavia, presentando ai migliori liceali d’Italia i tre istituti universitari di eccellenza come articolazioni di una medesima visione accademica innovativa, in grado di coprire il corso di studi dall’immatricolazione fino alla fine del dottorato di ricerca.

      

Non è un evento da poco. L’Italia è terra di campanili, famosa per la scarsa attitudine alla collaborazione fra realtà distanti, e in particolare il mondo universitario ha visto di recente una parcellizzazione dovuta al perseguimento di un sempre maggiore radicarsi sul territorio. Questa scelta può essere vantaggiosa nell’immediato ma appare inesorabilmente destinata allo scacco a lungo andare. Il proliferare di nuove piccole università strettamente legate a una realtà locale può intrigare chi privilegia la quantità; e senza dubbio, in linea di massima, è più comodo che uno studente possa frequentare corsi vicino a casa propria senza dover sobbarcarsi trasferimenti più o meno traumatici. Se però si considera la qualità, la prospettiva si ribalta. Garantire ai nuovi iscritti la possibilità di frequentare l’università sotto casa implica nella peggiore delle ipotesi che l’università tenda a trasformarsi in propaggine del liceo; nella migliore delle ipotesi, invece, significa che gli studenti migliori, privilegiando la comodità, resteranno sparpagliati su un elevato numero di atenei che per definizione non potranno essere tutti eccellenti (per quanto in Italia ci sia un concetto talmente democratico dell’eccellenza da ritenere che tutti debbano goderne un po’). E’ vero anche che da qualche tempo invale nell’accademia una tendenza unificatrice che in teoria dovrebbe controbilanciare questa parcellizzazione; se non che si tratta in buona parte di consorzi che sorgono per far fronte a ristrettezze economiche. In soldoni: c’è da finanziare un dottorato, non c’è abbastanza denaro, si federa l’università con altre secondo convenienza acciocché venga istituito un consorzio per il dottorato e i pochi soldi di ciascun ateneo, messi assieme, sembrino un po’ di più. L’accordo fra Normale, Sant’Anna e Iuss va invece in direzione opposta a parcellizzazione e rassegnazione.

    

Concentrare le risorse, fare ricerca e venderla, creare reti con altri atenei. Così si limitano i danni dei tagli, dice il rettore Rugge

La discriminante sta nella controtendenza rispetto al comune sentire sul mondo accademico: tutti e tre fanno del numero chiuso e della drastica selettività non solo un vanto ma una ragion d’essere. Giova ricordare, a titolo di esempio, che all’Università Statale di Milano la proposta del rettore di introdurre il numero chiuso anche nelle facoltà umanistiche ha trovato l’opposizione congiunta di docenti e studenti, i quali sono giunti all’ammutinamento: il voto del Senato accademico chiamato a esprimersi sulla proposta rettorale è stato rinviato a seguito dell’irruzione di manifestanti con lo striscione “Filosofia facoltà aperta”. Sempre quest’anno, in ragione del medesimo ideale di apertura, a Bologna ci sono stati scontri e vandalismo per la ragionevole scelta dell’ateneo di apporre tornelli all’ingresso della biblioteca di Discipline umanistiche. Aggiungete la gragnola di ricorsi, presentati da sconfitti poco sportivi, contro i risultati degli esami di ammissione nelle facoltà di tutta Italia che prevedano il numero chiuso (medicina su tutte) e otterrete la misura di quanto coraggioso sia fare della selezione in entrata una bandiera, come hanno fatto i tre istituti di Pisa e di Pavia.

    

La storia della Normale è nota. Fondata nel 1810 per decreto napoleonico, intende seguire il modello dell’omonima Ecole Normale Supérieure di Parigi, con la quale condivide lo scopo di creare sempre nuove leve di una élite intellettuale basandosi esclusivamente sui criteri del merito individuale: per questo la selettività degli esami di ammissione è pressoché leggendaria e ai suoi alunni, iscritti all’Università di Pisa, viene richiesto di affrontare parallelamente gli insegnamenti interni alla Normale, così da conseguire di fatto due titoli accademici nel tempo in cui nelle università generaliste se ne consegue uno. Alla selezione in entrata si affianca la selezione in itinere: a ogni studente è richiesto di terminare tutti gli esami dell’anno entro la sessione autunnale, ossia il 31 ottobre, e di mantenere la media dei voti sopra i 27/30. Sorprendentemente, a norme tanto rigide non corrisponde l’ecatombe che ci si aspetterebbe poiché all’accurata selezione in entrata la Normale congiunge la capacità di porre gli alunni in condizioni ideali per la produttività accademica. Ciò significa che è possibile essere esosi con gli studenti, e richiedere da loro un impegno che molti iscritti alle università generaliste parrebbe insostenibile, a patto di anticipare la scrematura di una élite di promettenti e garantirle agevolazioni che valorizzino l’impegno consentendo risultati fuori scala.

    

Simile è la struttura del Sant’Anna, aperto trent’anni fa per coprire le facoltà lasciate sguarnite dalla Normale (giuridiche, ingegneristiche e mediche) e che, in aggiunta, eroga corsi di alta formazione e master professionali. Dieci anni dopo, nel 1997, è stato fondato lo Iuss, che ha lo scopo di preservare e incanalare una tradizione accademica che distingue Pavia da secoli e che la rende unica in Italia. L’università di Pavia risale infatti al 1361, e già nel 1429 vi è stato fondato il primo collegio tuttora operante, il Castiglioni. Il sistema dei collegi è la specificità che distingue Pavia, trasformandola in una specie di città-campus: a disposizione degli studenti ci sono undici collegi pubblici, il più recente dei quali è stato costruito in pieno centro storico all’inizio di questo secolo, e quattro collegi privati di merito, ufficialmente riconosciuti dal ministero. Si tratta del Collegio Ghislieri, che quest’anno festeggia il 450° anniversario dalla fondazione, il coevo Collegio Borromeo, e i più recenti collegi Santa Caterina e Nuovo. Quanto a selezione all’ingresso e mantenimento del posto in itinere, i collegi di merito pavesi hanno criteri sovrapponibili a quelli della Normale, a testimonianza di una vocazione all’eccellenza che in alcuni casi ha saputo resistere ai secoli: in Ghislieri, ad esempio, hanno studiato fra molti altri Carlo Goldoni e Giuseppe Zanardelli, Agostino Gemelli e Gianfranco Contini, lo scopritore della serotonina Vittorio Erspamer e il padre fondatore della semiotica Gianfranco Bettetini.

      

 Tutte e tre le università fanno del numero chiuso e della drastica selettività non solo un vanto ma una ragion d'essere

Lo Iuss è sorto vent’anni fa con l’intento di convogliare le forze dei collegi di merito già esistenti da tempo, senza sopraffarli né sostituirli, ma impiantando un sistema di insegnamenti aggiuntivi sul modello della Normale. Gli alunni dello Iuss sono dunque iscritti all’Università di Pavia, in larga parte (ma non esclusivamente) membri dei quattro collegi di merito e selezionati con una ratio del 20 per cento sulle domande di ammissione; possono seguire corsi a libera scelta indipendentemente dalla facoltà ma sono obbligati a seguire almeno un corso afferente a una classe di studi diversa, così da consentire un minimo travaso di conoscenze fra studenti di discipline umanistiche, scientifiche, sociali e biomediche. All’atto di stringere l’accordo con gli istituti pisani (che dispongono di propri collegi: cinque acquisiti dalla Normale e uno dal Sant’Anna), lo Iuss era dunque già frutto di una pluriennale sinergia che si è avvalsa della benevola cooperazione dell’ateneo pavese. Ma che interesse può avere un’università generalista a favorire istituzioni d’eccellenza parallele?

    

In un colloquio col Foglio, il rettore dell’Università di Pavia Fabio Rugge, politologo, ha spiegato che “Pavia sta costruendo un modello. Da una parte, c’è un’università di qualità che è accessibile a tutti per la quale, l’anno prossimo, lanceremo un sistema di tassazione che esonera i redditi più bassi risultando due volte più inclusivo di quanto preveda la legge. Dall’altra parte, gli studenti dell’università ricevono un’offerta di formazione complementare strettamente basata sul merito: nei collegi si entra per concorso, allo Iuss si accede per concorso. La scelta dell’eccellenza è alla portata di tutti quelli che vogliono accettare la sfida”. Questo modello ancipite – università generalista per garantire il diritto allo studio a tutti, incentivi e infrastrutture istituzionali per garantire il diritto all’eccellenza solo ai migliori – è nell’ordine delle cose per chiunque ragioni a lungo termine. Spingendo lo sguardo una ventina d’anni oltre il proprio mandato, Rugge calcola che “nel 2040 gli studenti, nel mondo, saranno 660 milioni contro i circa 200 milioni di oggi. L’offerta di formazione di pregio non riuscirà a crescere in proporzione e si assisterà, perciò, a una stratificazione su scala globale del sistema formativo. Le migrazioni di studenti verso le sedi appetibili saranno massicce: già oggi i giovani che studiano all’estero sono quasi 5 milioni! La partita dell’attrattiva e dell’eccellenza si giocherà a livello mondiale. In questa partita Pavia ha buone chance ma queste chance si moltiplicano quando le eccellenze si alleano, mentre poche università italiane ce la faranno da sole. La soluzione aggregativa scelta da Iuss, Normale e Sant’Anna va nella direzione giusta”. Di conseguenza ecco cosa, secondo Rugge, un ateneo deve fare per limitare i danni a seguito dei tagli governativi alla ricerca alla formazione, che reputa pesanti: “Uno: concentrare le risorse in direzioni chiare e distintive. In Italia non c’è posto per venticinque università di punta in ingegneria sismica o studio delle migrazioni. Due: fare molta ricerca brevettabile e venderla, e con quei soldi finanziare la ricerca guidata dalla sola curiosità scientifica. E’ una ricerca che a volte finisce in nulla, a volte cambia il mondo. Tre: creare economie di scala con federazioni tra atenei e reti di ricerca, per essere in grado di competere in un’arena internazionale. E’ la formula Iuss-Normale-Sant’Anna”.

     

L’implementazione dei centri accademici di eccellenza è volto a un impatto sulla concorrenza globalizzata – non è raro il caso di studenti che dopo la laurea triennale in Italia cerchino direttamente la magistrale all’estero, in università prestigiose con le quali sembra impossibile competere – ma è caratterizzato dal legame con piccole località. Pisa ha meno di mezzo milione di abitanti, Pavia addirittura settantamila. Sarebbe possibile la stessa concentrazione di eccellenza in una metropoli? “L’attrattiva di Pavia”, conclude Rugge, “è di essere un ecosistema ad alta densità di sapere. In uno spazio urbano affascinante e di grande vivibilità, percorribile a piedi in pochi minuti, si trovano due atenei (l’Università e lo Iuss), un reattore nucleare, milioni di libri, un giardino botanico, tre ospedali di ricerca, simulatori sismici all’avanguardia, due incubatori d’impresa e uno dei cinque centri al mondo per l’adroterapia oncologica. Oggi, smaltita l’ebbrezza del teleconferencing e delle comunità di ricerca virtuali, la ricerca e la formazione tornano a essere vissuti in uno spazio quotidiano dove si generano incontri, scambi, contaminazioni, insomma comunità”.

     

Concorda il Direttore della Normale di Pisa, Vincenzo Barone, secondo il quale “la globalizzazione della ricerca è un’opportunità per l’Italia: con la facilitazione di trasporti e comunicazioni, si andrà a vivere lì dove la qualità della vita è migliore. E’ un fatto che tutte le grandi università (penso a Cambridge e Oxford) si trovano in piccole città. Oggi che i mezzi di comunicazione non sono più un problema, bisogna ridiscutere i rapporti fra centro e periferia: l’idea di centro diventa delocalizzata e integrata. Uno studente di beni culturali, poniamo, dove dovrebbe andare a vivere se non in Toscana? Io sono un chimico e ammetto che fare chimica non cambia molto a seconda dell’ubicazione del laboratorio. Ma se facessi ricerca sul Rinascimento?”. Al telefono col Foglio, Barone confessa che un suo cruccio è la mancata integrazione fra le scienze, la separazione fra campi di ricerca: “Bisogna che i beni culturali si portino dietro scienze e tecnologie”, spiega. “Beni culturali significa studiare il rischio sismico con gli ingegneri, il restauro coi chimici, la virtualità con gli informatici. Bisogna ribaltare la prospettiva: ciò che abbiamo e di cui siamo ricchi deve diventare trainante, mentre adesso in Italia si tende a parlare di beni culturali come se si trattasse di farne un giardino o un luna park”.

     

Il superamento di questi steccati è uno degli obiettivi principali cui mira l’accordo col Sant’Anna, per molti anni visto come una sorta di complemento esterno alla Normale. “Certo, questa con Sant’Anna e Iuss è una sinergia rivoluzionaria. Siamo sottocritici: ovvero non vogliamo crescere oltre certi numeri, non vogliamo diventare una piccola università anche se messi assieme arriviamo quasi al numero ragionevole di studenti per un piccolo ateneo. L’obiettivo è piuttosto l’integrazione. Il Sant’Anna è complementare alla Normale e nel mondo di oggi lettere, scienze e tecnologie possono convivere creando qualcosa di molto interessante. Le singole scienze non possono più sussistere isolate ma devono integrarsi, allo stesso modo in cui nel nostro modello congiunto i ragazzi vivono insieme nei collegi e si integrano, anche quanto a conoscenze e competenze”.

    

In Italia lo sport nazionale è lamentarsi: nell’accademia, ci si lamenta del fatto che la mancanza di fondi non garantisca qualità sufficiente a trattenere i giovani ricercatori, e ora anche gli studenti, dal fuggire all’estero. L’accoro Pavia-Pisa sembra tratteggiare un presente più ottimistico, per quanto Barone ammetta che “in Italia c’è mancanza di flessibilità: non posso competere con istituzioni straniere se non posso garantire condizioni comparabili per una ricerca competitiva. Ad esempio, in Italia è vietato che marito e moglie lavorino nello stesso dipartimento; all’estero invece capita che due ricercatori sposati, entrambi bravi, vengano attratti nello stesso ateneo con una specie di pacchetto famiglia”. In Italia c’è ancor meno flessibilità riguardo alla necessità della selezione di una élite già all’imbocco dell’università. “La ratio di ingressi in Normale è inferiore al 10 per cento delle candidature”, continua Barone, “ma dobbiamo chiederci se questo metodo di ammissione ci consenta di ammettere gli studenti che si riveleranno più bravi. Ci vorrebbe un anno preparatorio, un periodo di stage in cui prendiamo un numero di studenti superiore al necessario, facciamo acquisire loro delle competenze di base e poi li selezioniamo col sistema attuale”. Detto in altri termini, significa che in Italia i licei non preparano adeguatamente? Significa che la selezione in ingresso che già oggi crea tante polemiche può risultare tardiva se effettuata all’inizio del percorso accademico? “E’ oggettivo che in Italia il livello dei licei non sia identico. Una soluzione potrebbe essere che l’ultimo anno del liceo venga concentrato in pochi posti d’eccellenza, dei superlicei per i ragazzi che si sono dimostrati più brillanti nei primi quattro anni di scuola superiore. Solo che c’è un problema logistico: i ragazzi non si spostano per fare il liceo. E a proposito, sapete qual è in Toscana l’unico reale ostacolo all’integrazione, anche con le università generaliste? I mezzi di trasporto. Da Pisa a Firenze (80 km) si va in un’ora, da Pisa a Siena (120 km) in due ore. Bisognerebbe fare delle metropolitane fra città universitarie; non delle metropolitane accademiche, ma mezzi di trasporto rapido in cui l’accademia sia pretesto e motore della connessione nel territorio italiano”.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    26 Maggio 2017 - 10:10

    Mi scusi, Gurrado, ma ha sempre e ben presente chi e' il ministro dell'Istruzione che il Pd e la Cgil hanno regalato al Paese? Lei conclude affrontando la questione della rete dei trasporti, ovvero della mobilità, dopo aver stigmatizzato il vizio antico delle lamentazioni generiche. Ha presente per caso la risposta istituzionale del ministro e del governo alle lamentazioni degli insegnanti il cui trasferimento e' stato impunemente etichettato come deportazione? Ha per caso presente che ministro e governo sono politicamente espressione del Pd di Matteo Renzi il riformatore?

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