Così la lingua della politica è diventata populista ma non popolare

C’è una spaventosa corrispondenza d’amorosi sensi fra la crisi della politica e la crisi della lingua. Un libro di Antonelli

Così la lingua della politica è diventata populista ma non popolare

Foto LaPresse

Roma. Tutto è semplicemente “straordinario”, ovviamente “bello”, naturalmente compiuto in nome del “popolo” e contro le élite, da mandare, letteralmente, a “fanculo”, ma sempre con il giusto e sapiente “storytelling”. L’impoverimento del lessico politico è un fatto palmare: basta sfogliare un giornale, sbirciare un profilo Facebook o un account su Twitter di qualche leader o parlamentare per accorgersene. Il turpiloquio è stato elevato a cifra stilistica, e persino a programma politico, come dimostra Beppe Grillo con i suoi “vaffanculo”. Ma basta anche ascoltare il discorso pubblico pieno di parole che si ripetono ossessivamente – in una sorta di lallazione continua – fino a perdere il loro significato autentico, si pensi a “fake news”, che ormai vuole dire tutto e niente. E il problema non è tanto il congiuntivo sbagliato, quanto la diretta correlazione fra l’impoverimento della lingua – che è passata dal politichese al gentese – e l’impoverimento dell’offerta politica.

 

L’analisi del professor Giuseppe Antonelli, ordinario di Linguistica all’Università di Cassino, autore del libro pubblicato ieri “Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica” (Laterza), è giustamente impietosa. L’assenza di una separazione fra pubblico e privato, connessa alla distorsione dell’idea che la politica debba essere vicina a tutti, ha prodotto un’unica camera comune, senza filtri, in cui il dialogo fra istituzioni e gggente è stato volutamente abbassato, livellato. Per Tullio De Mauro, alla cui memoria il libro è dedicato, un modello di italiano era rappresentato dalla lingua della Costituzione: precisa, nitida, trasparente. “Parole di tutti e per tutti”. A un certo punto si è pensato che il contrario delle espressioni gergali, delle formule incomprensibili della lingua politica della Prima Repubblica, fosse un improbabile e non meglio codificato lessico del popolo, fatto di parolacce (portano voti, riferiscono studi scientifici) e luogocomunismo, frasi con cui promettere molto al succitato popolo senza però essere in grado di offrire niente di concreto.

 

C’è una spaventosa corrispondenza d’amorosi sensi fra la crisi della politica e la crisi della lingua, è quello che Antonelli chiama “il paradigma del rispecchiamento”. Tutto, scrive il professore, “è cominciato con la seconda Repubblica. La crisi dei partiti tradizionali, infatti è stata prima di tutto una crisi linguistica. La mitologia del nuovo ha reso improvvisamente vecchie le formule identitarie che fin dal dopoguerra avevano caratterizzato il discorso di destra, di sinistra e di centro”.

 

I partiti dunque hanno iniziato a rivolgersi al cosiddetto uomo medio, non capendo che in realtà stavano parlando con una sua caricatura o quasi. Il risultato finale è il disastro cui assistiamo quotidianamente.

 

Prendiamo il dibattito (estenuante) sulla legge elettorale, pieno di “Verdinellum”, “Rosatellum” e “Anticinquestellum”: che cosa ci capirà mai la famosa gente cui i politici d’oggi – nessuno escluso – dicono di volersi rivolgere in termini chiari e comprensibili? Niente. Sicché “affermare che i politici di oggi usano un italiano popolare, in effetti, è sbagliato: il loro è un italiano populista. Cosa ben diversa, perché l’italiano populista ostenta una popolarità artificiale: orgogliosamente becera, consapevolmente o inconsapevolmente dolosa. Puntando sul politicamente e sul grammaticalmente scorretto, trasforma il paradigma del rispecchiamento in un paradigma deformante.

 

L’italiano populista è altro da quello popolare perché non solo non evita gli errori, ma li usa come nella retorica classica si usavano i vari ornamenti stilistici. I suoi strumenti non sono più le clausole bilanciate, i parallelismi sintattici, le citazioni in latino o in greco. Sono le sgrammaticature, gli anacoluti, l’inglese maccheronico e gli inserti dialettali. Sono le parole storpiate, il turpiloquio, i verbi inventati, i congiuntivi sbagliati”. La politica insomma cerca di parlare come parla il popolo. Ma perché il popolo deve essere incline alla volgarità? Viene dunque il dubbio che questa del “parlar chiaro”, cioè male, sia solo una truffa, non solo lessicale, di una classe dirigente inadeguata, che ha ceduto al fascino dell’antipolitica. Le cosiddette élite che parlano “alla pancia”, in una società post-ideologica priva di sovrastrutture, sono la spia di un regresso culturale, corrispondente a un pensiero prepolitico e non politico. Un pensiero nel quale contano le emozioni e le narrazioni, ben condiviso sui social netowork ma senza sostanza. Sotto lo storytelling, niente.

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