Tutti al Salone del libro per scoprire che gli autori non esistono. Parla Culicchia

"Gli autori muoiono. Contano i libri e chi li legge”. Intervista allo scrittore torinese, grande esperto di luoghi comuni e capacissimo di sfatarli

L'ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, che non si beve il pol. corr.

Giuseppe Culicchia (foto via Facebook)

Roma. “Il Salone sarà il simbolo della Torino che alza la testa”, ha detto Mario Montalcini, presidente della Fondazione per il libro (organo voluto nel ‘94 da Regione Piemonte, Provincia e Città di Torino e principale promotore della Expo italiana dei libri). Notatelo: quando c’è di mezzo l’editoria, solo se si parla di Salone – e, forse, di Premio Strega – toni tanto entusiastici e sfidanti sono non solo ammessi, ma pure credibili. Quando, nel 1988, grazie ad Angelo Pezzana (libraio) e Giulio Accornero (imprenditore), Torino diede all’Italia un evento espositivo che altrove in Europa era una realtà consolidata, nessuno credeva che avrebbe avuto un futuro tanto radioso.

   

I grandi editori hanno abbandonato il Salone, quest’anno, per farsi un loro salotto, a Milano (Tempo di Libri, aprile scorso) e, allegoria delle allegorie, la cosa non sembra minimamente aver inciso sul successo della cinque giorni al Lingotto: a Rho sono stati staccati poco più di 70 mila biglietti, mentre a Torino, a un giorno dall’inaugurazione, siamo già intorno ai 100 mila. Sono numeri che, dentro un mercato che, va bene che siamo a Torino – città dove, ha detto Baricco, esiste una scena ideale per “l’incontro tra vocazione industriale e tradizione culturale” – si stagliano miracolosi in un settore il cui fatturato non supera quello della Nutella. “Mica della Ferrero intera, eh, solo della Nutella”, dice al Foglio Giuseppe Culicchia, scrittore (torinese granata, appena tornato in libreria con “Essere Nanni Moretti”, Mondadori), consulente del Salone (per il quale quest’anno ha ideato “Festa mobile”: 80 scrittori che leggono brani in giro per la città), grande esperto di luoghi comuni (l’anno scorso per Einaudi ha pubblicato “Mi sono perso in un luogo comune”) e capacissimo di sfatarli.

   

I libri vendono poco, gli italiani non mettono spesso piede in libreria, eppure in migliaia pagano un biglietto per entrare in quella gigantesca del Salone: luoghi comuni o paradossi? “Non ho numeri precisi – dice Culicchia – ma sono certo che il Salone attragga un pubblico di lettori: bisognerebbe avvicinare i non lettori. L’Italia possiede il più grande patrimonio storico e artistico del mondo eppure, per lettori, è all’ultimo posto in Europa: non è onorevole. Il tema della lettura dovrebbe essere in cima ai programmi politici, invece è del tutto assente. Le pubblicità progresso ministeriali non servono a niente, basterebbe un investimento di 20 milioni di euro all’anno per vent’anni per riempire le case degli italiani di libri e insegnare ai genitori a leggere ad alta voce ai propri figli. Nel nostro piccolo, con il Salone, intessiamo e irrobustiamo ogni anno il rapporto con le scuole di Torino e del Piemonte, abbiamo in animo di espanderci in tutta Italia, ma non basta”. La grande libreria del Lingotto (45 mila metri quadrati per 1.060 editori e 1.200 appuntamenti) non attirerà neofiti, almeno non in numero sostanziale, ma dovrà pur avere qualcosa di unico, se i lettori le sono tanto affezionati.

   

“Se entri in dieci librerie di catena, hai la sensazione di aver visto dieci volte lo stesso posto. Per i librai, ormai, funziona solo il principio della reperibilità a metro quadro, in virtù del quale si vendono soltanto i libri che già si vendono, il resto viene espulso. Al Lingotto tentiamo invece di offrire una panoramica equa su un mercato che, in Italia, produce 60 mila titoli l’anno, spesso spazzati via anche dai giornali”. Pure il giornalismo culturale si è impantanato? “Ai direttori dei giornali non interessa offrire informazioni ai lettori: credono di doversi aggiudicare l’anteprima di un libro, come se un romanzo durasse quanto una notizia, e se un ufficio stampa non garantisce l’esclusiva su un’uscita, quella uscita resta fuori dalle pagine del giornale. E’ una paranoia che non fa l’interesse del pubblico, né dei libri, la cui sorte, d’altronde, non dipende più dalle pagine culturali dei quotidiani: “Kent Haruf” (caso editoriale recente) avrebbe venduto duemila copie se non fosse stato scoperto dai lettori che, con l’invalsa arma del passaparola, hanno di nuovo dimostrato che il gusto del pubblico condiziona persino un mercato come quello editoriale”.

  

Ma allora non è più tanto interessante capire se esista ancora il potere editoriale, la oscura stanza dei bottoni dove tutto si decide a tavolino (Mattia Feltri, sulla Stampa, ha scritto di recente che Gian Arturo Ferrari, vicepresidente della Mondadori Libri, già pensa allo Strega del 2020), il salotto intellettuale che spartisce un potere ristretto ma influente, quanto chi ne viene schiacciato. Il gusto del pubblico no: è una notizia. Le case editrici nemmeno (60 mila titoli all’anno non è una cifra da viale del tramonto). Gli autori? “Fino a trent’anni fa le case editrici italiane erano restie a pubblicare autori che non avessero un imprimatur: oggi è molto diverso, c’è una caccia in corso costante alla scoperta dei nuovi talenti. La collana di Einaudi Stile Libero, nella Einaudi di un tempo, sarebbe stata impensabile”.

  

Forse più che l’autore si cerca la novità, quindi si conferma che l’autore, alla fine, conta poco. “Pirandello si fece seppellire nudo con un lenzuolo, volle un funerale popolare e una sepoltura nelle campagne di Girgenti. E’ giusto che gli autori non contino nulla: gli autori muoiono. Contano i libri e chi li legge”. E allora l’autofiction è un umanissimo antidoto? “E’ un falso problema: la letteratura è sempre autofiction. ‘Madame Bovary c’est moi’, scrisse Flaubert”. E perché quella italiana resta in Italia e, invece, quella di Carrère, è universale? “La Bibbia è entrata nelle case dei tedeschi nel ’500, grazie alla Riforma. Noi abbiamo avuto solo la Controriforma, l’italiano nelle famiglie è arrivato con la televisione e non con i libri: abbiamo ampi margini di miglioramento, diciamo pure che siamo giovani”. Smentiamo un luogo comune sugli scrittori italiani. “Che vivano in una torre d’avorio: non è più vero. Oggi o vai in giro, ti fai conoscere, diventi uno con cui poter prendersi un caffè oppure non esisti”. In barba a Franzen, l’isolazionista.

Simonetta Sciandivasci

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