Testamento poco bio

Il senso del destino nel racconto che il poeta Roversi dettò poco prima di morire. Da leggere

Testamento poco bio

Cimitero Monumentale di Staglieno

Cronaca felice di un testamento per niente bio, commissionato da un millennial italiano a Roberto Roversi, poeta.

 

Il testo. Il cavallo di nome Scalabrino era bellissimo e velocissimo ma non vinceva mai perché durante le gare si distraeva per guardare le femmine ed era la disperazione dei suoi padroni tanto che alla fine lo avevano castrato, ma lui, ostinato, se n’era fregato e aveva continuato a perdere. “Addio, Scalabrino. Qui ti ho celebrato con un piccolo ricordo e non ti ho lasciato morire”, è scritto alla fine del racconto che Roversi dettò al suo assistente, poco prima di morire, nel settembre del 2012, a Bologna, “la città che mi piace perché è bella”, sei mesi dopo Lucio Dalla, per il quale scrisse i testi di “Automobili”, il disco con dentro “Nuvolari”, “Merlino e l’ombra”, “Ulisse coperto di sale”.

 

Quell’assistente si chiama Matteo Totaro, ha 32 anni, fa l’editore e oggi ha deciso di pubblicare questo gioiellino che ci dice tanto sulla debolezza dei forti e gioca a biglie con le idee che abbiamo della morte, l’agonia, la vecchiaia, la giovinezza, la solidarietà, l’assistenza. Stampato in linetype, il racconto è il primo testo di narrativa della HEKET (acquistabile su www.heket.it), che Totaro ha fondato con Valerio Grutt (poeta, per anni alla guida del cento di poesia contemporanea di Bologna, pure lui poco più che trentenne) e che da qualche anno pubblica volumetti tascabili di poesia (di solito in 33 copie, tutte rifinite a mano). In squadra, c’è anche Ivonne Mussoni, 23 anni, poetessa.

 

“Scusi, lei è quel Roversi? Sono Matteo, il suo dirimpettaio, mi sono appena trasferito, sto scrivendo una tesi su di lei, ho notato il cognome sul campanello, posso entrare?”. Poté entrare. Era il 2006. “Quanto tornerai dalle vacanze di Natale mi darai del tu”, gli disse Roversi mesi dopo, mesi che Totaro trascorse ad aiutarlo a tenere la corrispondenza, scrivere, riscrivere, fare, disfare, ordinare la biblioteca. Diventarono amici dentro quella casa piena di fogli, riviste, pubblicazioni autonome che Roversi aveva realizzato durante la sua vita. Furono quelle a ispirare Totaro per la sua HEKET e ad avvicinarlo alla stampa a caratteri mobili, che oggi non è più solo roba per libri d’arte (che in Italia possono contare su un innamorato pubblico, che ogni anno si dà appuntamento a Gubbio, lontano dagli spin off del Salone del Libro di Torino e dalla loro post depressione). Quando ebbe l’idea di HEKET, una piccola collana preziosa e artigianale, Totaro ne parlò con Roversi, gli chiese se avesse voglia di scrivere qualcosa per lanciarla, una pubblicazione pilota, lui rispose di sì, ma che ci doveva pensare e alla fine lo fece tempo dopo, quando era molto anziano e molto stanco e la collana era nata e aveva già il suo pubblico che comprava i suoi libricini da 15x15 cm per 40 grammi, insomma era quasi una startup (oggi è adulta, espone a Gubbio, a Bologna tutti i librai la conoscono perché si ritrovano spesso i libri esposti in vetrina riempiti di bigliettini con sopra scritto versi firmati #heketfuorilegge: regalini clandestini ai lettori di best-seller).

 

Pochi mesi prima di morire, Roversi chiamò Totaro e gli dettò la storia di Scalabrino. C’era in quel cavallo perfetto ma distratto, vincente d’aspetto e inconcludente di fatto, “l’immagine che mi palpita nel cuore a farmi ricordare che anche lui ha avuto le sue possibilità di vittoria e non ha saputo o non ha voluto afferrarle per la coda”. Ostinandosi a perdere, anche dopo la castrazione e guadagnandosi la macellazione certa, Scalabrino rifiutava il destino che gli uomini gli avevano assegnato: correre a comando, arricchire gli scommettitori, collezionare trofei di cui un cavallo non sa che farsene. Non è detto che un cavallo veloce voglia per forza correre: la vita è spesso una rivolta ai dati di fatto. Vicino alla sua morte, Roberto Roversi sentiva che la vita non deve mai rassegnarsi ad aderire al destino. “Il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure», si legge nel disegno di legge sul biotestamento, approvato alla Camera il 20 aprile: assomiglia assai a una resa al destino.

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