Destra e sinistra non hanno ancora fatto i conti con la globalizzazione

In che senso la sinistra dovrebbe guardarsi allo specchio? Il nuovo libro di Luca Ricolfi, la crisi di un paradigma e un cambiamento lungo trent'anni

Destra e sinistra non hanno ancora fatto i conti con la globalizzazione

Foto LaPresse

Luca Ricolfi è un eminente economista-sociologo e politologo che non ama rinchiudersi all’interno di libri “specialistici”, e che preferisce sottoporre al pubblico colto le sue provocatorie riflessioni: provocatorie nel senso migliore della parola, perché esse fanno a pezzi tutte le “verità” venerande, tramandate e largamente accettate per fede o per pigrizia mentale. Ricordate il libro dell’autore “Perché siamo antipatici?”, scritto quasi 15 anni fa? Lo stesso Ricolfi lo caratterizza così: “In quel libro mi occupavo della sinistra e del ‘complesso dei migliori’, una grave malattia che affliggeva l’establishment progressista del tempo, e ne rendeva gli esponenti profondamente antipatici ad almeno la metà degli italiani. Al centro di quella malattia vi erano l’astrattezza del linguaggio, l’indifferenza ai fatti, la distanza dal senso comune, l’infatuazione per il politicamente corretto, il sentimento di superiorità morale. In breve e prima di tutto, la convinzione – tanto sincera quanto infondata – di rappresentare ‘la parte migliore del paese’”.

 

Allo stesso jeu de massacre Ricolfi sottopone nel suo nuovo libro (“Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi”, Longanesi, 280 pp.) i pregiudizi, i tabù, le illusioni, le autoconsolazioni, i sogni di buona parte della sinistra (e di buona parte della destra).

 

E’ significativo che l’autore dedichi molte pagine, all’inizio di questo suo nuovo libro, a Norberto Bobbio, figura molto importante, ma a suo modo patetica, della cultura di sinistra. Scrive Ricolfi: “Strano destino, quello di Bobbio. Inascoltato quando aveva ragione, ascoltato e venerato quando aveva torto. Tutta la parte centrale della sua vita è trascorsa nel tentativo, tanto appassionato quanto vano, di convincere i comunisti dell’alto valore delle istituzioni democratiche [liberali], del carattere tutt’altro che formale delle libertà ‘borghesi’. Purtroppo ha perso, ed è un peccato, perché l’Italia oggi sarebbe un altro paese, un paese migliore, se il Partito comunista non avesse atteso la caduta del Muro di Berlino per fare quella svolta che Bobbio aveva invocato per decenni. La parte finale della sua vita, invece, è stata segnata dall’inatteso e strepitoso successo di ‘Destra e sinistra’, un testo fortunato quanto infelice”. Un testo fortunato perché divenuto una sorta di Bibbia laica in cui, per anni e anni, una sinistra scioccata dal successo del berlusconismo ha potuto cercare conferme, e soprattutto darsi una spiegazione rassicurante delle sconfitte, da allora invariabilmente ricondotte alle tv del Cavaliere e alla mutazione antropologica che esse avrebbero prodotto negli italiani. “Un testo infelice perché quello schema teorico, in cui la sinistra è il bene e la destra è il nulla, ha contribuito ad avvelenare la lotta politica in Italia e ha impedito alla sinistra di guardarsi davvero allo specchio. Qui purtroppo Bobbio ha vinto, e anche questo è un peccato, perché di una sinistra che sa guardarsi allo specchio ci sarebbe più bisogno che mai”.

 

In che senso la sinistra dovrebbe guardarsi allo specchio? Qui incomincia la parte più impegnativa del libro di Ricolfi, il quale non schiaccia mai il suo discorso sui problemi immediati del presente, ma ne ricostruisce la genesi, sempre complicata e complessa, in un quadro europeo e mondiale.

 

La sinistra, dice Ricolfi, è rimasta spiazzata almeno due volte negli ultimi venti-trent’anni, anche se per ragioni opposte. Una prima volta, all’inizio degli anni Novanta, è stata spiazzata dai successi del capitalismo, sicché si è convertita alla filosofia del mercato: ha esaltato le virtù dell’apertura commerciale, del libero scambio, della meritocrazia, delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. E’ successo nel Regno Unito con la Terza via di Tony Blair, in Germania con la Neue Mitte (nuovo centro) di Schröder, in Italia con lo scioglimento del Partito comunista e la vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi, negli Stati Uniti dove Clinton (eletto nel 1992) non ha rinnegato le politiche pro impresa dei suoi predecessori.

 

Ma nel 2008, allo scoppio della crisi, il sogno si è trasformato in un incubo, quando si è visto che non si trattava di una normale recessione, ma della crisi di un paradigma. Allora la sinistra ha ribaltato le proprie posizioni: la crisi era dovuta alla mancanza di regole, il mercato lasciato a se stesso aveva fatto crescere a dismisura le diseguaglianze sociali. Dunque, bisognava fare macchina indietro, riscoprire Keynes e le virtù dello stato sociale. Redistribuire la ricchezza per rilanciare i consumi. Ricostituire le tutele perdute, dare regole ai mercati.

 

Un problema colossale – In realtà, la sinistra non è riuscita a fare i conti con un problema colossale, la globalizzazione. “La sinistra continua a ragionare come se i problemi fossero rimasti quelli del mondo sostanzialmente chiuso dei primi decenni del Dopoguerra, quando l’80 per cento del pil mondiale era prodotto da una ventina di paesi, e la dinamica dell’economia dipendeva dalle decisioni di pochi paesi leader. Allora aveva senso chiedersi se era meglio accelerare o frenare, spendere in deficit o controllare i bilanci, abbassare le tasse o ampliare il Welfare, redistribuire o investire, dare di più ai ricchi o ai poveri. E aveva senso perché le recessioni erano brevi, la macchina dell’economia era relativamente controllabile, e, più importante di tutto, la ‘torta’ del reddito nazionale cresceva, e quindi aveva senso chiedersi come distribuire gli incrementi di reddito”. Oggi non è più così. Oggi il futuro delle economie avanzate (dunque anche della nostra economia) dipende anche dagli altri, anzi soprattutto dagli altri. Dobbiamo fare i conti con le economie emergenti. La globalizzazione ha prodotto una spettacolare riduzione della disuguaglianza fra paesi, ma questa uscita dalla povertà di alcuni miliardi di persone ha messo in ginocchio le economie avanzate. Senza esportazioni l’occupazione non cresce, ma senza competitività non crescono le esportazioni. E competitività significa investimenti, ma anche sacrifici, più impegno, più flessibilità.

 

Viviamo in un mondo che negli ultimi venti-trent’anni ha conosciuto mutamenti di straordinaria portata, indotti dalla globalizzazione. C’è stato un processo di deindustrializzazione nelle economie avanzate (e un processo parallelo di produzione di beni immateriali, grazie alla rivoluzione informatica). Nei ventidue anni che vanno dal 1990 al 2012 sono stati distrutti qualcosa come 23 milioni di posti di lavoro industriale (circa 1 ogni 5).

 

Il secondo grande cambiamento promosso dalla globalizzazione è stato l’apertura delle frontiere. Che significa circolazione delle merci e dei capitali, ma anche delle persone e delle informazioni. La conseguenza è stata un aumento imponente dei flussi migratori, nella loro duplice matrice: migranti economici attirati dal benessere dei paesi occidentali, rifugiati in fuga dai teatri di guerra.

 

Il terzo cambiamento è stata la lunga crisi del decennio 2007-2016, con l’ingresso di molti paesi occidentali in un regime di stagnazione o di bassa crescita: la torta del pil non cresce più o cresce a un ritmo estremamente blando.

 

Questi tre grandi mutamenti hanno alterato radicalmente le condizioni in cui si svolge il conflitto politico. Le ricette del passato non valgono più, né quelle di sinistra né quelle di destra: anzi, è assai probabile che queste due etichette (sinistra e destra) diventino sempre più obsolete. In ogni caso, la ripresa della crescita può avvenire solo attraverso la strada dei sacrifici e del duro lavoro (sempre più flessibile) per competere sui mercati. Lo statalismo nelle sue varie versioni (assistenzialismo, dilatazione dello stato sociale, servizi pubblici inefficienti a carico della collettività, nazionalizzazioni mascherate come che sia, ecc.) è tramontato definitivamente.

 

Questi sono, mi pare, i punti salienti della acuta e assai stimolante riflessione di Ricolfi.

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