Qualche domanda sul senso di dare il Pulitzer all'inchiesta "Equitalia Informa"

Più che il (meritorio) trionfo del data journalism, è il trionfo dei big data in quanto tali, e dell’arte incontrollabile dello sputtanamento

Maurizio Crippa

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Qualche domanda sul senso di dare il Pulitzer all'inchiesta "Equitalia Informa"

La redazione del Miami Herald festeggia la vittoria del Pulitzer (foto LaPresse)

Chissà se gli oltre trecento giornalisti di quasi cento giornali di circa ottanta paesi che insieme hanno processato più di undici milioni di file dello studio legale Mossack Fonseca saranno sfiorati dal dubbio, come tanti riottosi Bob Dylan, se accettare o meno il premio Pulitzer loro assegnato per l’impresa collettiva dei Panama Papers. E chissà se a qualcuno verrà voglia di aprire un dibattito sulla corretta destinazione del premio, come a suo tempo sulla distinzione tra letteratura e canzonette a proposito del Menestrello. Non accadrà, ma sarebbe interessante. Perché è augurabile che la giuria del Pulitzer abbia inteso premiare non tanto la più grande e ininfluente fuga di notizie a metà strada tra la finanza e il gossip da conto corrente della storia del giornalismo, ma il data journalism in quanto tale. Ovvero la metodologia di tradurre in informazione giornalistica (in narrativa) la scansione di milioni e milioni di dati e di fogli di calcolo ad opera di legioni di cronisti inchiodati a macinare le suole dei computer. In questo senso, i Panama Papers sono in effetti la più grande investigazione della storia del giornalismo, grazie alla tecnologia.

 

Proviamo a spiegarci. Non che i giornalisti dell’International consortium of investigative journalists di Washington e i loro colleghi di mezzo mondo – la prima soffiata sui documenti da processare era arrivata alla Suddeutsche Zeitung, e nel club dei premiati c’è anche l’italiano l’Espresso – non abbiano meriti e non meritino il premio. Del resto, sull’immaginario collettivo fa sempre un bell’effetto il pool internazionale dei reporter senza macchia e senza paura (tranne poi magari perdere un po’ d’entusiasmo, quando ti capita tra i nomi anche il figlio del tuo editore: è successo agli italiani, ma avrebbe potuto capitare anche ad altri).

 

La cosa su cui riflettere non è, insomma, il data journalism in sé, pratica nobile e inevitabile, e nemmeno la logica del consorzio mediatico globale. Anche se ci sarebbe da interrogarsi sulla capacità di distorsione mediatica che una simile potenza di fuoco è in grado di produrre: per alcuni mesi, nel 2016, è sembrato che il mondo fosse sul crinale di una rivoluzione, con presidenti, premier e banchieri – e persino banali attori e stilisti e giocatori di calcio – sul punto di essere travolti dalla giustizia fiscale (o magari divina?). Invece non è accaduto praticamente un tubo: si è dimesso il premier islandese, per dire. Quasi come in certe inchieste italiane basate sull’origliamento e sul vuoto pneumatico probatorio. La questione decisiva è proprio che cosa siano quelle informazioni, quelle fondamentali informazioni brute che il Pulitzer ha voluto premiare. La genesi dell’inchiesta, com’è noto, è una gigantesca soffiata che arriva – ma nessuno ha mai spiegato bene perché, eppure sarebbe giornalisticamente interessante – nell’estate del 2012 all’Icij. La leggenda delle prime riunioni del pool, della costruzione della squadra, delle mail criptate avanti e indietro tra gli oceani, dell’adrenalina che sale è stata ben raccontata. Ma che cosa ha prodotto?

 

Ha prodotto una mole di nomi di società offshore non tutte illegali, di governanti, dittatori, ricchi ereditieri, investitori di piccolo cabotaggio, attori, mercanti d’arte che avevano spostato parte della loro ricchezza nei paradisi fiscali. E’ questa la scoperta degna del Pulitzer? Che c’è gente che porta i soldi nei paradisi fiscali? Il più delle volte lo fa senza commettere reati: e questo che cos’è? Gossip, arte dello sputtanamento, demolizione di carriere politiche? In Italia, per dire, sono in corso alcune centinaia di verifiche dell’Agenzia delle entrate. Il Sole 24 Ore ha notato “che la rivelazione dei documenti sottratti dai server della Mossack Fonseca” non è “stata inutile”, anzi è “il segno tangibile di quanto le fughe di notizie degli ultimi anni abbiano svolto una funzione importante nella lotta all’evasione fiscale internazionale”. Ecco: è giornalismo da Pulitzer, o era Equitalia Informa?

 

Il sospetto è che, magari inconsciamente, i signori della Columbia University che amministrano l’eredità morale del magnate della stampa Joseph Pulitzer abbiano finito per premiare i big data in quanto tali. E la capacità di chi ne entra in possesso di determinare gli eventi. Sapere cose, buttarle in pasto all’opinione pubblica. Senza stare a sottilizzare. Forse i soloni del Pulitzer hanno, involontariamente, consegnato il premio all’essenza del giornalismo nell’epoca dei big data e delle fake news.

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