Jacovitti, la sfortuna di chiamarsi Benito  

Mentre il suo Cocco Bill compie sessant’anni ricordiamo uno dei più grandi fumettisti italiani, anarco-liberale osteggiato dalla sinistra nei poco favolosi Settanta

Jacovitti, la sfortuna di chiamarsi Benito  

“Mi raccomando: Jacovitti con J lunga!” A questa precisazione, l’annunciatrice va in tilt e si limita a dire: “Jacovitti”. Così nel 1954 (la televisione italiana ha solo un anno) va in onda Benito Jacovitti (1923-1997), il primo fumettista italiano ad apparire in televisione. L’annunciatrice, Marisa Borroni, si lamenta poi con Jacovitti della surreale raccomandazione, ma è servita al fumettista per non rimanere bloccato davanti alle telecamere. Basta questo episodio per raccontare il genio anarchico di “uno dei più grandi autori di fumetti di ogni tempo, enorme sia come inventore di storie e personaggi sia come disegnatore” come dice al Foglio il giornalista e critico Giuseppe Pollicelli, che l’8 aprile ha organizzato una conferenza su di lui a Romics, la fiera romana del fumetto. “È stato uno dei pochi capaci di creare un mondo che prima di lui nessuno aveva mai neppure ipotizzato potesse esistere; un mondo compiuto e coerente pur essendo all’insegna dell’assurdo, del nonsense e del grottesco”.

 

L’occasione della conferenza sono i sessant’anni del suo personaggio più famoso, Cocco Bill, il pistolero che beve camomilla, apparso il 28 marzo 1957 su “Il Giorno dei ragazzi”, supplemento del “Giorno”. “Mi sono ispirato a delle parodie italiane del Far West che stavano nascendo in quel periodo, certi fortunati film comici con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello” racconta Jac in una lunga intervista contenuta nel volume che nel 1992 gli hanno dedicato Luca Boschi, Leonardo Gori, Andrea Sani e Franco Bellacci (l’ultima edizione, dal titolo “Jacovitti. Sessant'anni di surrealismo a fumetti è del 2010). “Così ho pensato di realizzare una storia con un cowboy così violento che per calmarsi, anziché bere whiskey, ordina camomilla, è l’esatto contrario di quello che succede nei western tradizionali.”

 

Non è un caso se nel famoso film di Jean-Luc Godard “Fino all’ultimo respiro” (1960) il fotografo italiano antesignano di Corona (fa foto pseudo scandalistiche a vip) ha sottobraccio “Il Giorno” (assieme alla “Gazzetta dello Sport”): all’epoca il quotidiano dell’Eni (fondato quattro anni prima, nel 1956) vende molto ed è uno dei simboli del miracolo economico italiano. Jacovitti ha soltanto trentaquattro anni quando crea Cocco Bill ma fa fumetti dalla fine degli anni Trenta, ancora adolescente, ha già creato personaggi come il trio Pippo, Pertica e Palla e il criminale Zagar, e il suo cowboy influenzerà i successivi spaghetti western. In estate partirà per la Hachette una ristampa di Cocco Bill e del meglio di Jacovitti, autore adesso poco conosciuto dalle nuove generazioni, dopo essere stato famosissimo.

  

Negli anni Sessanta e Settanta il suo “Diario Vitt” viene comprato da decine di migliaia di ragazzi, i suoi salami e le sue lische di pesce sono già nell’immaginario italico, ma il Nostro, anarco-liberale, è dalla parte sbagliata della storia. È contro la contestazione e il conformismo di sinistra, in una storia di Cocco Bill dei discoli sono messi in fuga dalla maestra che li insegue armata di lazo, mentre il pistolero ride a crepapelle commentando: “E che movimento! Un bel movimento studentesco!”.

All’improvviso viene considerato “fascista”. Lascia il “Corriere dei Ragazzi” (più o meno nello stesso periodo anche Montanelli se va dal Corrierone) e approda su “Linus”, accolto dal direttore Oreste del Buono, suo coetaneo, dove però viene sempre più boicottato dalla redazione e spinto ad andarsene di nuovo. “Io avevo fatto una critica contro gli estremismi di ogni colore, mentre loro volevano che lasciassi le frecciate contro i fascisti e che levassi quelle contro l’extrasinistra” racconta nel libro a lui dedicato. “Invece, le ho levate tutte e due!”

 

Commenta Pollicelli: “Lo boicotterebbe anche la sinistra estrema di oggi, se solo lo conoscesse. Ma non lo conosce. Così come ormai si è dimenticata di lui la destra, il che in un certo senso è ancora più grave (fermo restando che Jacovitti era un anarco-conservatore non etichettabile). La faziosità ideologica ha sempre afflitto l’Italia, tuttavia è giusto ricordare che Oreste del Buono era uomo di sinistra ma, a differenza di molti suoi lettori, intellettuale finissimo e di ammirabile intelligenza”.

 

“Forse l'ha penalizzato proprio il nome Benito” aggiunge per il Foglio Leonardo Gori che, oltre ad essere coautore del saggio su Jac, è romanziere e critico fumettistico. “Non era affatto fascista, credetemi, ma certo non era allineato al conformismo culturale di sinistra, negli anni di fuoco dei Sessanta e Settanta. La storia - penosa - della sua defenestrazione da Linus racconta molte cose. Se fosse sceso a compromessi, probabilmente avrebbe colonizzato riviste e giornali, ancora più di quanto ha fatto in vita”.

 

Peccato non sia conosciuto all’estero come meriterebbe. “Jac è stato pure uno straordinario manipolatore e reinventore dell’italiano e quindi il suo lavoro è difficilmente traducibile”, spiega Pollicelli. “È uno dei pochissimi fumettisti dalla personalità così forte da essere molto più noto di qualunque suo personaggio”. Secondo il giornalista Sauro Pennacchioli, che qui lamenta il declino degli ultimi anni dell’autore, “Jacovitti, trovatosi escluso dagli ambienti giusti negli anni Settanta, aveva finito per perdere la bussola e, alla fine, pure il talento”. Gori la pensa in parte diversamente. “La sua più grande sfortuna è stata essere nato tra noi. Se fosse nato in America, hanno detto in tanti, sarebbe diventato il rivale numero uno di Walt Disney. Non ne dubito, ma gli sarebbe bastato nascere Oltralpe, le sue grandi, coloratissime tavole sarebbero state stampate in lussuosi cartonati e avrebbero messo in ombra anche il Tintin di Hergé”.

È stato in un'estate dei tardi anni Ottanta il primo incontro fra Gori e Jacovitti. “Con Luca Boschi e Andrea Sani andammo a trovarlo nella sua leggendaria casa di Forte dei  Marmi: una spedizione in piena regola, sembravamo l'armata Brancaleone. Jac ci accolse con grande cordialità. A me colpì la somiglianza dell'autore con le sue opere. Spesso si racconta di autori di comics estremi che fanno vita da borghesucci, o anche viceversa, e a volte è vero. Ma nel caso di Jacovitti, genio e follia (in senso buono) andavano a braccetto, nelle tavole disegnate e nella vita privata. Jacovitti, all'epoca in cui lo incontrammo, era ancora un one-man-band, un artista completo che faceva davvero tutto da solo, dalle matite ai colori. Generoso fino all'eccesso, dava tutto se stesso nelle sue opere, senza risparmiarsi. Giurava di non avere neppure un canovaccio, quando iniziava a lavorare a un fumetto, eppure ci ha regalato dei romanzi grafici che non hanno alcunché da invidiare a quelle che vengono oggi chiamate graphic novel. Anzi, forse sono queste ultime, che darebbero chissà cosa per avere anche solo l'ombra dell'irripetibile anarchia creativa di Benito Franco Jacovitti.”

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