L'incomprensibile culto del passato che sta strozzando Roma

Sei notizie a uso e consumo di intellettuali e amministratori per svelare la bufala dell’intoccabile skyline della Capitale

L'incomprensibile culto del passato che sta strozzando Roma

Foto LaPresse

Probabilmente la possibilità che si faccia il nuovo stadio della Roma, dopo vari stop and go, potrebbe verificarsi, anche se la telenovela è lungi dall’essere conclusa. La discussione ha avuto il merito, fra le altre cose, di far riemergere un minimo di dibattito sul futuro urbanistico di Roma, compresi i tic, i luoghi comuni, le idiosincrasie ideologiche che da decenni impiombano in molte parti d’Italia qualsiasi tentativo di innovazione. Sia reso merito a Milano di aver spazzato via nel giro di un decennio una montagna di polvere grazie alle straordinarie trasformazioni che ha messo in atto. Ma l’esempio della metropoli lombarda evidentemente non è sufficiente, vista la mole di vecchie idee messe in campo dall’opposizione conservatrice in quel di Roma.

 

Vorrei per questo fornire alle autorità competenti e agli intellettuali che vivacemente difendono lo skyline delle borgate di Decima e di Malafede, alcune notizie.

 

Tutte le maggiori città al mondo sono costruite lungo i fiumi. Londra, Parigi, New York, Roma, Firenze, Milano, persino il mio paesello che si chiama Fiorano al Serio. Quindi quasi tutte le città più belle del mondo sono costruite in zone che sarebbero oggi sottoposte a vincolo idrogeologico

Notizia numero uno. Tutte le maggiori città al mondo sono costruite lungo i fiumi. Londra, Parigi, New York, Roma, Firenze, Milano, persino il mio paesello che si chiama Fiorano al Serio. Quindi tutte le città al mondo sono costruite in zone che sarebbero oggi sottoposte a vincolo idrogeologico. E infatti di tanto in tanto andavano sott’acqua. Solo per restare in Italia ci andava Roma fino all’Unità, quando si decise di risolvere il problema, Garibaldi ci teneva moltissimo, con quei bei muraglioni in cemento, che proteggono la Capitale dal suo fiume. Firenze ha subìto l’alluvione ancora negli anni Sessanta e oggi è relativamente al sicuro anche grazie alle opere idrauliche realizzate e in corso di realizzazione. Venezia continua regolarmente ad andare sott’acqua in attesa del Mose. Milano pure, grazie al Lambro, che la attraversa e di tanto in tanto allaga il nord della città. Quindi. Se Romolo e Remo, gli Sforza, i Medici, i Dogi, i loro antenati e i loro successori avessero previdentemente dato retta ai nostri burocrati della bellezza, oggi non avremmo città che sono considerate capolavori assoluti. Segnalo inoltre che una delle zone più ricche d’Europa si chiama “Paesi bassi”, costruita addirittura sotto il livello del mare. Tutte queste situazioni sono state risolte con apposite opere idrauliche, prodotto dell’ingegno umano, da sempre impegnato a strappare terra alle acque e mettersi al riparo. Figuratevi se possiamo preoccuparci del fosso, di un fosso infatti si tratta, che scorre in quell’ansa del Tevere.

 

Notizia numero due. Le città sono luoghi costruiti per ospitare gli umani nelle loro diverse funzioni. La specie umana ha inventato le città per raccogliersi, commerciare, lavorare, sentirsi sicura, scambiare cultura, sesso, costumi e informazione. Gli animali e i vegetali sono stati espulsi dalle città diversi secoli or sono per evidenti incompatibilità. Poi magari sono stati reintrodotti in forme controllate, per esempio nei parchi, che non sono zone naturali selvagge, ma paesaggio sottoposto al controllo umano. Spiace per le rane che vivono nell’ansa del Tevere e che la Soprintendenza ritiene meritevoli di protezione, ma ce ne faremo una ragione. Siamo sicuri che troveranno altrettanti habitat confortevoli da qualche altra parte.

 

Notizia numero tre. Lo spazio in città è prezioso. Ce n’è poco e va utilizzato al meglio. Prima di tutto per gli umani. Per questo le città si sono sviluppate prima orizzontalmente e poi, con le nuove tecnologie costruttive, verticalmente. Guardate il centro storico di Roma, quello di formazione antica e barocca. Gli imperatori romani si contendevano lo spazio per erigere edifici sontuosi e imponenti fra il Palatino e il Tevere. Vespasiano dedicò alla sua gloria personale e al divertimento dei romani una costruzione non a caso chiamata Colosseo. E i Papi, per non essere da meno, realizzarono basiliche immense fra le quali ne spicca una per dimensioni francamente gigantesche e fuori scala: San Pietro. Per fortuna. Nel centro barocco della città invece sono stati realizzati palazzi alti quanto allora possibile, i grattacieli di allora. Ciò che era consentito dalle tecnologie costruttive dell’epoca e dall’assenza di ascensori, gru e montacarichi. Ma l’elettricità ci ha liberato da questa schiavitù e con gli ascensori sono arrivati i grattacieli. Edifici atti a ospitare molte persone con poco consumo di suolo. Tra parentesi, si noti che i nostri antenati del verde pubblico se ne sono allegramente disinteressati. Il centro storico di Roma è fatto interamente di pietre e di cemento, ogni spazio occupato da costruzioni. Pochi dei palazzi nobiliari romani, autentici capolavori, costruiti uno addosso all’altro, supererebbero oggi le norme di qualsiasi ufficio di igiene. Un modello fra l’altro molto più efficiente anche dal punto di vista ambientale ed energetico, come dimostrano molti studi comparati, per esempio fra Los Angeles, città dispersa, e New York, città concentrata.

 

La storia di Roma città orizzontale è quindi una evidente falsità. Le stesse élite hanno per decenni, per odio giustificato, ma per altri motivi nei confronti del fascismo, svilito l’architettura dell’Eur i cui grattacieli dell’epoca sono oggi considerati capolavori assoluti. Come lo sarebbero state, se fossero state realizzate, le torri di Libeskind, che fra cinquant’anni qualche solerte soprintendente avrebbe sicuramente sottoposto a vincolo, in quanto capolavori architettonici.

La favoletta della “colata di cemento”

Raggi perpetua la fobia per le costruzioni che fanno grandi le città. A Roma le opere di architettura contemporanea si contano su poche dita, poi bisogna tornare al razionalismo mussoliniano. A New York e Londra ne nascono decine l’anno.

Notizia numero quattro. Roma è una città immensa. E’ per esempio il più grande comune agricolo d’Italia. La densità della popolazione è di un terzo rispetto a Milano. Potrebbe tranquillamente ospitare al proprio interno tipologie architettoniche diversissime. Se non vi è dubbio alcuno sul fatto che il centro storico rappresenti un unicum da proteggere, come lo sono ampie aree archeologiche, pretendere di estendere vincoli a opera di architettura moderna, seppur di qualità, indipendentemente dalle loro funzioni, spesso desuete e abbandonate, fa diventare le città come le case di certi amici che scambiano il modernariato con l’antiquariato e si riempiono di carabattole da spolverare. E’ evidente che nessuna città al mondo dispone delle risorse necessarie alla conservazione tal quale di tutto il suo passato e un’amministrazione intelligente, dovrebbe in primo luogo sapere che le risorse disponibili sono sempre limitate e vanno attribuite avendo ben chiare le priorità. Se non sei in grado di aprire al pubblico la Domus Aurea in nome di quale interesse pubblico pretendi di utilizzare risorse scarse per tutelare l’ippodromo di Tor di Valle? E una volta vincolato che ce ne facciamo? Ci portiamo i turisti a vederlo al posto della Domus Aurea? E dove troviamo i soldi per evitare che diventi, come sta diventando, un cumulo di macerie? Domande semplici, terra terra.

 

Notizia numero cinque. Le città crescono, crescono, crescono. In questo ultimo decennio più della metà della popolazione mondiale si è insediata in aree urbane. E’ una tendenza inarrestabile, perché da sempre “l’aria della città rende liberi” e gli uomini sono esseri sociali, che amano la solitudine solo nel fine settimana e solo se la città rimane comunque a portata di mano. Anche città che a noi sembrano incredibili con 10-20 milioni di abitanti sono acceleratori sociali enormi. Campagne e piccoli centri non offrono se non poche occasioni di scambio, di relazione e di lavoro.

 

Discutere di quanti immobili residenziali o commerciali servano in una città come Roma ha poco senso. Non è la domanda che ne determina la quantità, ma piuttosto l’offerta che crea la domanda. Roma offre ben poco per esempio alle grandi società, che potrebbero sceglierla come loro sede. Anche le grandi aziende storicamente romane sono ospitate in building storici, spesso costosi e inadatti, non essendoci mai stata una vera e strutturata offerta di un centro direzionale. Per non parlare di ministeri e uffici pubblici che da decenni si discute come decentrare, e intanto continuano a intasare la parte storica della città.

 

Notizia numero sei. Il futuro dopo un po’ diventa presente e poi passato. Perché attendere, sempre, che tutto diventi passato perché sia degno di attenzione e di considerazione? E’ una forma mentis per me incomprensibile. Non c’è praticamente manufatto realizzato a Roma, ma anche in gran parte dell’Italia nel Novecento, che non abbia all’epoca sollevato polemiche. Salvo qualche rara eccezione. Accuse di speculazione e di caduta estetica rispetto alla gloria del passato. Salvo divenire dopo pochi decenni oggetto di tutela e di considerazione. Come se non avessimo mai fiducia in noi stessi e nel nostro presente e volessimo solo vivere dei nostri ricordi. Mentre le capitali di tutto il mondo sperimentano, danno vita a forme architettoniche inedite, trasformano i loro contesti urbani, noi ci culliamo esclusivamente nel culto del passato. Ma non c’è passato se non si affronta il presente e non si progetta il futuro. Si oppone a questa argomentazione il carattere unico e particolare della Capitale d’Italia e della sua storia. Ma questo dovrebbe solo aumentare la qualità della sfida. Roma è stata protagonista di diverse trasformazioni urbanistiche, complessivamente positive. Il Rinascimento, il Barocco, la fase post-unitaria, lo stesso fascismo. E anche del secondo Dopoguerra non tutto è certo da buttare.

 

La fortuna della storia dello stadio della Roma è che la Roma, intesa come squadra di calcio, gioca a Roma. Non è, quindi, un bene delocalizzabile. Almeno per il momento. Se fosse possibile per la Roma giocare in qualsiasi altra parte del mondo avremmo cento città che si sarebbero già candidate per accogliere un investimento da due miliardi di euro e relativo giro d’affari. Ma noi no. Non ne abbiamo bisogno come è noto. A Roma c’è la piena occupazione e i cittadini possono godersi in pace il sole della Capitale. Discettando di vincoli idrogeologici, di rane da proteggere, di ippodromi dichiarati monumenti nazionali mentre cadono a pezzi e di uno skyline che deve rimanere immutabile. Per sempre.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    07 Aprile 2017 - 12:12

    Chicco Testa vox clamans in deserto grillino una pena indicibile insopportabile ,mala tempora currunt ( ho rispolverato il latino delle medie ,evviva)

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