Come l’unico racconto per bambini di Borges è passato dalla parola alla carta

Esce per Pequeño Editor "El secreto de Borges", la trascrizione di una storia raccontata dal grande letterato argentino a un gruppo di studenti di quarta elementare: “Vi spiegherò come ho fatto a vivere tanti anni”

Come l’unico racconto per bambini di Borges è passato dalla parola alla carta

Jorge Luis Borges nel suo studio, Argentine National Library, 1973

Si intitola “El secreto de Borges”, ed è l’unico racconto per bambini di Jorge Luis Borges. Ma esce ora, a 31 anni dalla sua morte. È firmato da altri due autori, Matías Alinovi e Diego Alterleib. E tecnicamente non fu “scritto” da lui: ma questo si può dire praticamente per tutte le opere da lui firmate a partire da quando divenne cieco, alla fine degli anni ’50. Come spiega la sua vedova María Kodama nelle interviste, una volta anche all’autore di queste note, “Borges diceva di essere troppo pigro per mettersi a imparare il sistema Braille a sessant’anni. Così si faceva leggere a voce alta, e dettava”. Molto lo aiutava la madre, che morì 99enne. Ma è noto che spesso in cambio di un’intervista chiedeva all’intervistatore di leggergli qualcosa, e la stessa María Kodama, 38 anni più giovane di lui, prima di diventare sua moglie era stata un’assistente contrattata per aiutarlo a studiare senza occhi l’antico anglosassone e l’islandese.

 

María Kodama testimonia della straordinaria abilità di Borges nel comporre i suoi racconti e i suoi saggi direttamente a mente, dettandoli poi senza alcuna esitazione e praticamente senza alcuna necessità di correzione. Sempre lei ama raccontare di una volta in cui loro due si trovavano in un mercato marocchino ad ascoltare un cantastorie che raccontava a un pubblico attento una lunga storia, in cui ricorreva la parola “Borges”. “Curioso!”, disse lui. “In arabo c’è una parola uguale al mio cognome! Chiedi che significa?”. “Borges significa Borges”, gli spiegarono. Chissà se sapeva della presenza dell’illustre visitatore, ma il cantastorie si era messo a sceneggiare il suo racconto “La ricerca di Averroè”: storia di un famoso equivoco del filosofo della Spagna islamica medievale, che commentando i testi di Aristotele non capisce cosa siano la commedia e la tragedia dal momento che la cultura araba dell’epoca non conosce il teatro, e ascoltando a una cena con amici il racconto di un viaggiatore sul teatro cinese conviene con loro che si tratta di una stranezza, senza capire di aver avuto davanti agli occhi la chiave del mistero su cui si stava scervellando. María Kodama spiega che allora entrambi pensarono a come la cecità aveva costretto Borges a tornare a quella fase di oralità ancora perpetuata da quel cantastorie, e che era stata agli albori della letteratura fin dai tempi di Omero. Non a caso, secondo la tradizione, anche lui un poeta cieco.

 

Proprio questa sua abilità a comporre storie oralmente spiega quel che accadde nel 1981, quando Borges nella sua casa fu visitato da un gruppo di bambini, e lui per intrattenerli inventò una favola. Si trattava di alunni di una quarta elementare, compagni di classe di un nipote di quella Fanny che fu domestica dello scrittore per quarant’anni. “Avevo due paure”, disse loro a mo’ di benvenuto. “Una, che veniste. L’altra, che non veniste”. I bambini avevano portato in regalo un grosso pacco di caramelle, e ne erano stati ricambiati con altre caramelle, sparse su un gigantesco vassoio. Avevano anche preparato una lista di domande a volte indiscrete: dal sapere quante volte si era sposato a quanti Nobel aveva ricevuto. Ma la maestra impedì loro di farle. Per far trascorrere il tempo, lo scrittore iniziò a chiedere loro il nome e la provenienza. E poi iniziò a raccontare: “Vi spiegherò come ho fatto a vivere tanti anni”. Allora ne aveva 82, ma María Kodama testimonia che proprio per il precedente della madre era convinto che sarebbe arrivato a cent’anni, e il famoso racconto “L’immortale” testimonia come forse gli fosse venuta addirittura la paura di non morire più.

 

“L’immortale” sembra comunque essere proprio l’antecedente della favola. Come il tribuno militare romano Marco Flaminio Rufo in quel racconto è infatti diventato immortale bevendo l’acqua di un fiume magico, Borges spiega che da ragazzino aveva bevuto acqua da un “aljibe”: una di quelle cisterne sotterranee di origine araba che sono tipiche del mondo ispanico. Ma quella particolare cisterna era popolata da tartarughe, animale proverbialmente longevo. E così la longevità si era trasmessa allo scrittore.

 

Quella volta, nessuno trascrisse il racconto orale, che sarebbe stato così destinato a essere perduto. Ma tra quei bambini c’era Matías Alinovi, che poi è diventato scrittore a sua volta. 36 anni dopo, ha deciso di mettere per iscritto quella storia, che gli era rimasta vivida nella memoria. Corredato col racconto di quella visita e con una biografia di Borges per bambini, illustrato con i disegni di Diego Alterleib, il libro di 42 pagine esce per Pequeño Editor: vincitrice nel 2015 del premio per la miglior casa editrice per bambini di tutta l’America Latina.

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