"Truth", ovvero "verità" in inglese (foto Jason Taellious via Flickr)

Il fantasma dei fatti (e della libertà)

Alfonso Berardinelli

Cos’è la realtà? E la verità? Un tempo era lavoro da filosofi, oggi si diffida degli esperti e i cittadini-elettori mettono in dubbio anche la statistica

Una pioggia di articoli sulle nostre stressanti incertezze. Sia gran parte dell’ultimo numero di Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che la copertina di Internazionale sulla “Fine dei fatti”, sono dedicate a una serie di problemi fra loro connessi e interattivi, che convergono sul funzionamento della nostra mente e sul suo rapporto con realtà e verità. Che cosa siano l’una e l’altra non è mai stato del tutto chiaro. L’immaginazione, per esempio, ha a che fare con la realtà? Questo è uno dei problemi del romanzo e del reportage narrativo, della fiction e della non fiction. La nostra vita ha a che fare con la logica matematica? Gli algoritmi e i procedimenti di calcolo hanno cominciato a dettarci qual è la scelta migliore, il comportamento giusto, liberandoci dalla responsabilità morale e dalla fatica di decidere secondo coscienza? La coscienza è affidabile o è anche, spesso, incosciente, parziale, bugiarda, sedotta da idoli, fantasmi, faziosità, antipatie, istinti e passioni?

 

L’incertezza generale che si respira nel mondo di oggi sembra che ci stia spingendo a diventare filosofi. Ma che tipo di filosofi? Secondo logica: cioè arte del ragionamento giusto, corretto, infallibile? O secondo ontologia: cioè conoscenza, consapevolezza e senso di ciò che nella realtà esiste?

 

La realtà… esiste, senza dubbio, ma non è facile sapere cos’è. Una volta questo era un problema dei filosofi e se ne occupava la gnoseologia, o metodo e teoria del conoscere. Oggi abbiamo un’infinità di ramificazioni specializzate per capire in che mondo e situazione siamo: dalle scienze economiche e sociali a quelle naturali e ambientali. Ma anche il giornalismo e la letteratura, per quanto con minor metodo e minore controllabilità, ci dicono che cos’è la realtà. Le narrazioni (reportage, film, romanzi) offrono suggestive scorciatoie e affascinanti sintesi capaci di connettere e tenere insieme una grande quantità di dati e di fatti, veicolati da forme estetiche e idee che colpiscono l’immaginazione e restano quindi più facilmente nella memoria. Naturalmente le sintesi, la loro indubbia comodità, il fatto di essere veloci e nitide, non è detto che siano più fedeli alla realtà degli aridi elenchi di cifre. In molti casi le narrazioni creano false immagini e mettono in circolazione dei miti fuorvianti e pericolosi.

 

William Davies, sociologo e politico britannico, ha scritto sul Guardian (ripreso poi da Internazionale) che oggi si stanno diffondendo in misura statisticamente allarmante i dubbi sulla validità oggettiva della statistica. Questo arriva a inasprire e insieme a rendere insuperabili gli scontri di opinione e i conflitti politici proprio all’interno delle democrazie liberali, che credono nella funzione regolatrice e civilizzatrice della razionalità illuministica. Si è constatato che il 68 per cento degli elettori di Trump non credeva nei dati economici diffusi dal governo Obama e che nel Regno Unito più della metà della popolazione immagina che il governo stia nascondendo la verità sul numero degli immigrati presenti nel paese.

 

Da una parte i dati statistici, dall’altra la percezione soggettiva diffusa. Del resto le contrapposte parti politiche giocano ora sui dati e ora sulle percezioni diffuse. La conoscenza della realtà non viene solo dalle scienze e dall’uso dei loro metodi, emerge caoticamente ma con straordinaria energia anche dall’esperienza quotidiana della popolazione.

 

Su questa esperienza, poi, più che i dati statistici, influiscono i fatti di cronaca eclatanti e drammatici e il modo in cui i vari media ne danno notizia, li discutono e li enfatizzano. Il populismo, i populismi diffidano degli intellettuali e degli esperti al servizio dei governi e delle élite politiche professionalizzate: mettono da parte i dati statistici e seguono il loro intuito. Scrive Davis: “La perdita di autorità delle statistiche e degli esperti che le analizzano è al centro della crisi oggi nota come ‘politiche della post-verità’. In un mondo segnato dall’incertezza, i valori statistici dividono sempre più l’opinione pubblica. Legare la politica ai dati statistici è considerata un’operazione elitaria, antidemocratica, che non tiene conto del coinvolgimento emotivo delle persone nella vita della comunità e del paese. Appare come uno dei tanti modi in cui pochi privilegiati a Londra, a Washington o Bruxelles cercano di imporre la loro visione del mondo a tutti gli altri”.

 

In effetti la liberal-democrazia ha sempre avuto bisogno di idealizzare per ragioni di principio la cosciente e razionale libertà di scelta politica del cittadino: il quale, invece, a qualunque classe sociale appartenga, ha i suoi giudizi e pregiudizi fondati su idee ereditate o su esperienze limitate e personali, passionali e faziose, stravaganti o conformistiche. Quanto alla libertà di scelta, è più una utile finzione che una realtà. La nostra non è una società dell’informazione più di quanto sia una società affollata di pubblicitari. E’ certo vero che “le masse” sono meno stupide di quanto si tende a credere. E’ non meno vero che la loro “manipolazione” esiste, ha diversi gradi di efficacia, non sempre funziona. Ma sia il mercato che la politica mostrano un ininterrotto interesse a manipolare efficacemente i consumatori e gli elettori.

 

Anche Luigi Zoja sull’Espresso gioca sul contrasto fra la realtà e l’immagine che ne abbiamo e parla delle paranoie collettive come di “errori mentali”. Si credono cose irreali e ci si comporta politicamente seguendo tali errori. Quando si diffonde un allarme collettivo e internazionale, la percezione soggettiva diffusa ingigantisce ogni dato e sintomo. In Germania gli islamici sono il 6 per cento, ma la percezione fra i cittadini è che siano il 19 per cento. In Francia sono l’8 per cento ma si crede che siano il 31 per cento. In Italia peggio ancora: sono il 4 per cento e si immagina che siano il 20 per cento, cinque volte più del vero.

 

Sul Robinson di Repubblica viene infine considerato il principio di realtà nei romanzi e nei reportage. Secondo David Grossman la letteratura ha una sua priorità: “E’ l’inizio di una coscienza politica senza la quale sarebbe impossibile cambiare in meglio. Tragedie personali o assassinii di massa che si trasformano in statistica possono infatti avvenire solo in un mondo in cui gran parte della vita degli individui è asservita a una dimensione di ‘massa’. Solo ‘un’esistenza di massa’ ci permette di essere indifferenti ai genocidi”. Senza “Auto da fé” di Canetti, “Mario e il mago” di Thomas Mann e “Il processo” di Kafka non si capirebbe la “materia prima”, dice Grossman, da cui sono nati il fascismo e il nazismo.

 

E’ vero, certe opere letterarie risultano inesauribili. Continuano a emanare significati e a provocare interpretazioni per decenni e secoli, anche al di là del contesto e delle ragioni per cui furono scritte. C’è però una frase di Philip Roth che non riesco a dimenticare: “La letteratura è importante, ma conta poco”. Oggi i miti e le paranoie non sono prodotte dalla letteratura, ma dalla pubblicità e dai mezzi di comunicazione.

 

Quanto alla politica, ai suoi scontri e alle sue virulenze polemiche, sono d’accordo con l’articolo di Giuliano Ferrara “Contro la cainite che ci divora”. L’intelligenza combattiva ha sempre più bisogno oggi di ragionevolezza: per una “società civile che sia capace di una conversazione amichevole e di amicizia civica”. Sembra poco, ma è molto. Un mezzo che coincide con un fine. Soprattutto in Italia ci vorrebbero più serie controversie culturali che risse politiche.

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