Primato dell’italiano?

La lingua protetta dalla Corte costituzionale: una sentenza che rende meno libere le università

Primato dell’italiano?

Professor Cassese, una nuova guerra agita mondo giudiziario e accademia italiana, la guerra della lingua. Lei da che parte si schiera, tra i sostenitori del primato della lingua italiana o tra i fautori dell’internazionalizzazione?

 

Cominciamo con il dire che non mi piacciono gli schieramenti. Si schierano le truppe in battaglia. Per questo non firmo appelli. Provo invece a spiegare, partendo dalle conclusioni. Mosse da una sentenza della Corte costituzionale, circa 1.500 persone appartenenti per lo più all’accademia fanno circolare una lettera aperta alle autorità, lettera che si conclude con la proposta di inserire nella Costituzione l’affermazione che la lingua italiana è la lingua ufficiale della Repubblica e suo fondamento culturale, proposta avanzata già da tempo dall’Accademia della Crusca.

 

Andando a ritroso, che ha deciso la Corte costituzionale?

 

In breve, ha stabilito che la lingua italiana deve avere il “primato”, che “singoli insegnamenti” possono essere fatti in altre lingue, ma queste non possono essere utilizzate per “interi corsi di studio universitari”.

 

Da dove era nata la questione?

 

Dalla decisione del Politecnico di Milano di attivare corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in inglese, affiancati da piani di formazione e di sostegno per docenti e studenti. La decisione non è piaciuta ad alcuni docenti, che hanno visto le loro ragioni riconosciute dal Tar. Il Politecnico e il ministero dell’Istruzione, per contrastare questa decisione, hanno fatto ricorso al Consiglio di stato che ha pensato bene di sollevare la questione di costituzionalità.

 

Lei come la pensa?

 

Vedo con preoccupazione questa rinascita del nazionalismo, che si collega allo statalismo. Non mi preoccupa meno di quello d’oltreoceano, quello di Trump, per intenderci. Provo a spiegarmi. Le università nascono come istituzioni non nazionali e non statali, diremmo oggi sovrastatali. Vi si parlava una sola lingua, il latino. Furono poi, tra ’700 e ’800, conquistate dagli stati che si misero a dettare legge sull’insegnamento universitario e sull’ordinamento delle facoltà. Ma ancora nel ’700 alla Sorbona l’insegnamento non si faceva in francese, o in italiano o in alemanno, cioè nelle lingue degli studenti o in quelle del contesto nazionale, bensì in latino. Una grande studiosa francese, Françoise Waquet, ha scritto pagine memorabili sul punto. Lo stesso vale per l’ateneo pisano e per quello napoletano, dove le lezioni erano sempre tenute in latino, non in toscano o napoletano.

 

Ma questa è la storia lontana, lei parla di una tradizione che si è perduta.

 

Nient’affatto. Perché, pur sotto il dominio degli stati, le università hanno cercato di far rispettare la loro autonomia, tant’è vero che essa è affermata nella nostra Costituzione (che invece non proclama l’italiano lingua ufficiale). Poi sono venuti altri cambiamenti. Due sono l’Unione europea e la costituzione di comunità epistemiche sempre più strette, di dimensioni ultranazionali: come vuole che lavorino i membri nazionali di queste comunità epistemiche, fisici, filosofi, giuristi? Ciascuno nella propria lingua? Acuti sociologi americani hanno studiato la formazione di queste comunità epistemiche e la scelta di lingue veicolari comuni. La scelta diffusa va verso l’inglese (l’inglese medio, che è diverso da quello praticato da anglosassoni – britannici e da nordamericani – statunitensi), perché è la seconda lingua più diffusa al mondo, praticata da più di un miliardo di abitanti della terra (su circa 7 miliardi e mezzo di abitanti totali), equamente distribuiti tra i diversi continenti.

 

Quali sono i vantaggi di questa “koinè”?

 

Un enorme progresso della scienza, grazie a contatti consentiti e facilitati dall’uso di un mezzo comune. Questo vale non solo per la fisica o la trigonometria o la biologia o la medicina, che sono la stessa cosa ovunque nel mondo, ma anche per altre discipline, considerate, a causa dello statalismo e del nazionalismo, come necessariamente legate a ciascuna nazione. Penso al diritto, la cui cultura sta riscoprendo princìpi universali e rivalutando il giusnaturalismo. Ricordiamoci che universalità del diritto e universalità della lingua vanno di pari passo.

 

Insomma, dobbiamo rinunciare alla nostra lingua?

 

Attenzione a non cadere nella trappola degli “avvocati dell’italiano”, che vedono nella decisione del Politecnico la scelta di “bandire la lingua italiana”. Vale ancora quel che scrisse il grande storico del cristianesimo Ernest Renan: una nazione è una lingua, è un’anima, è una storia comune. Ma gli ultimi secoli ci hanno anche insegnato che esistono minoranze linguistiche da tutelare all’interno delle nazioni (pensi all’art. 6 della Costituzione italiana), che vi sono non italofoni che vanno tutelati nel processo (mi riferisco all’art. 111 della Costituzione), che non vanno fatti trattamenti diseguali sulla base della lingua (lo dice l’art. 3 della nostra Costituzione), che esistono stati multinazionali e con più lingue (pensi soltanto all’Impero austriaco), che le lingue europee, pur essendo diverse, hanno elementi comuni, che costituiscono lingue transglottiche di superstrato, che convivono con le lingue locali e le influenzano. Insomma, che vale per la lingua quel che vale per la nostro viver civile: siamo nello stesso tempo romani, italiani ed europei. Nessuna di queste qualifiche esclude le altre. Gli italiani che frequenteranno corsi (biennali e triennali) impartiti interamente in inglese non saranno meno italiani, ma avranno avuto anche l’opportunità di far parte di una comunità più ampia, di incontrare svedesi, russi, francesi, tedeschi, e di studiare, comunicare e lavorare con loro.

 

Passiamo all’aspetto pratico. Lei ha spiegato perché questa è una classica battaglia di retroguardia. Perché è contrario?

 

Invertiamo i rapporti. Immagini un giovane italiano che voglia andare in Olanda a studiare, o in Finlandia. Ci andrà se vi sono facoltà dove l’insegnamento è impartito in inglese, come in effetti accade. Ma se gli si chiede di seguire anche un 20 o 30 per cento di corsi in olandese, perché mai quel giovane italiano dovrebbe andare in Olanda o in Finlandia?

 

Concludiamo: come giudica la sentenza della Corte costituzionale?

 

Mi pare una decisione contorta. Formalmente, dichiara la questione infondata, fa salva la legge che consente di istituire insegnamenti, corsi di studio e forme di selezione in lingua straniera. Dà quindi ragione al Politecnico di Milano. Ma dichiara infondata la questione di costituzionalità “nei limiti e nei termini che seguono”, formula arcana che indica l’intento della Corte di dire la sua, interpretando la legge e delimitandone la portata.

 

E che cosa dice la Corte?

 

Qui la Corte si sbizzarrisce su “primazia”, “primato” e “centralità” dell’italiano, per poi ammettere che anche l’internazionalizzazione è esigenza da soddisfare. E per giungere all’ambigua conclusione che ho prima indicato: sì a singoli insegnamenti, no a interi corsi di studio in altre lingue. E finire invocando “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza”. Insomma, si può peccare, in inglese, ma con cautela. Lamentiamo tanto spesso il carattere approssimativo, impreciso, contraddittorio del diritto dei politici (quello legislativo), invocando l’opera razionalizzatrice del diritto delle corti e della cattedra. Ma che si può fare se anche quest’ultimo cade nella approssimazione e nella contraddittorietà?

 

Insomma, trova la sentenza criticabile?

 

La sentenza si presta a numerose critiche. Una storica: ne deriva, infatti, che era più autonoma l’università di Napoli sotto i Borboni, quella di Pisa sotto i Granduchi di Toscana e quella di Parigi sotto i re di Francia, del Politecnico di Milano oggi, secondo il “dictum” della Corte costituzionale. Lì, infatti, tutti gli insegnamenti potevano farsi in latino, che non era certo la lingua comune di quegli stati, qui si possono fare in inglese, ma “con juicio”, in piccole dosi. Altra singolarità di questa sentenza: il Parlamento italiano, con la legge del 2010 impugnata dinanzi alla Corte costituzionale, ha lasciato più autonomia alle Università di quanta la Corte consideri accettabile. Quest’ultima, che dovrebbe essere la garante di quella Costituzione che assicura autonomia agli atenei, ha messo – nel modo ambiguo che ho detto – le braghe all’Università.

 

Alla fine, lei è contrario a disporre nella Costituzione che la lingua è protetta come la bandiera o tutelata come il patrimonio culturale, secondo la proposta avanzata da anni dall’Accademia della Crusca?

 

Ci sarà pure un motivo per cui la Costituzione garantisce e protegge le minoranze linguistiche, ma non la lingua italiana? Non sarà per caso vero quel che ha osservato un linguista, Luca Serianni, che la lingua la proteggono i parlanti? 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    07 Marzo 2017 - 14:02

    A quanti possa sembrare buffo (a prescindere dal merito) che ci si prenda la briga di consultare il Professor Cassese nientepocodimeno che sulla vigenza o meno di un “primato costituzionale” della “lingua di Dante”, forse apparirà meno buffo quanto accadrà tra qualche tempo (non molto): quando il genio di turno porrà la domanda - magari allo stesso Cassese - sulla inopportunità che l’ordinamento giuridico di un paese così gioiosamente immerso nella magnifica e progressiva “civilità dei diritti”, possa impunemente tollerare la celebrazione in pompa magna prossima ventura del divino poeta (si avvicina il 750mo dalla nascita), delle cui opere non mancherà chi (l’UNAR?) denuncerà, immagino, “un imbarazzante portato omofobico, razzista ed anti islamico”. Magari sul sito della Presidenza del Consiglio.

    Report

    Rispondi

Servizi