Il senso di Paola per la vita

Madri da far nascere, malati da accompagnare. Parla Paola Bonzi, del Cav Mangiagalli

Maurizio Crippa

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Il senso di Paola per la vita

Paola Bonzi, fondatrice e direttrice del Cav, Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli (foto LaPresse)

Non la inviteranno al Quirinale per le mondanità dell’8 Marzo, ma non se n’è mai preoccupata, il premio che la fa felice è la quota ventimila bambini nati in ventitrè anni, che a giorni sarà raggiunta. L’Ambrogino d’oro l’ha già avuto, nel 2013, ma anche è quello è un dettaglio nel fiume di vite riuscite che è la storia del Centro Aiuto alla Vita della Mangiagalli di Milano. Il senso di Paola Bonzi per la positività della vita – quell’ineffabile “vale la pena” della vita – non si misura in premi, traspare tutto dalla voce argentina con cui parla e ride, dalla mobilità degli occhi con cui ti osserva. Occhi che non vedono: da quando aveva ventitrè anni e una figlia di quattro, senza un motivo medico che sia mai riuscito a spiegare il perché. Il perché di una malattia invalidante – oggi si chiamerebbero impedimenti a vivere una vita piena. Ma che per Paola Bonzi è stata l’inizio di una riuscita, la ricerca di un motivo, che anche quella malattia “servirà a qualcosa”. Certo, c’entra anche la fede, dice. Non bastano “la razionalità, la filosofia, per convincere qualcuno di una positività che non si ritiene possibile”. Dunque bisogna avere il massimo rispetto, un rispetto silenzioso, per chi pensa altro e fa altre scelte.

 
Eppure il senso di Paola Bonzi per la vita, la sua capacità (comprovata dai numeri) di trasmettere ad altre donne la facoltà di diventare madri, inizia da lì: da una solitudine avvertita su se stessa, da una sua gravidanza piena di dubbi. E allora aveva pensato, e poi l’ha fatto, “che la prima cosa è l’accoglienza, l’ascolto, di una donna. Volevo che non fossero sole”. Ma come si fa a essere tanto positivi da riuscire a trasmettere – mica sempre riesce, è un’esperienza e non un algoritmo, tantomeno morale – questo senso della vita? Questo senso che è innanzitutto il proprio, se no non funziona, a chi non ce l’ha? A chi non la vorrebbe questa vita, per un futuro bambino, oppure per sé? Non basta un entusiasmo generoso. Ci vuole metodo. Nel senso esatto del suo significato greco: un percorso, una strada. “Ci vuole una capacità anche tecnica, ma ci vuole innanzitutto una capacità di condivisione”, dice.

 
Lo spunto della chiacchierata non sono stavolta le mamme e i bambini, non è l’aborto. E’ un’idea della vita, la scelta di morire. La storia di Dj Fabo. Difficile giudicare. C’è un limite che è personale e insondabile. Qual è la soglia oltre cui anche chi ha una grande fede nella vita può avvertire lo strappo? C’è l’esempio di un grande amico, Nanni Anselmi, era malato di Sla e creatore di Slanciamoci, un innamorato della vita: ma anche lui un giorno si pose la domanda: se un giorno perdessi la capacità di comunicare? Allora una legge serve? Non ama parlare di leggi. Rispetta per convinzione e regola di lavoro la posizione e la libertà di chiunque. Ma non la vorrebbe, una legge. E anche per le Dat, o il testamento biologico, non pensa sia un bene. Non si può legiferare sulla vita, sulla morte. Certo, protocolli medici chiari, condivisi. Ma “fin quando c’è una vita, chi si sente autorizzato a farla finire”?

 
E allora? Allora cosa? Il vero problema non è giudicare o legiferare. Ma è esattamente come per “far nascere una madre” – è l’espressione che preferisce. C’è bisogno di una condivisione. Allora, probabilmente anche per accompagnare a morire, più che le teorie servono dei passi, dei fatti. E’ una cosa che si può insegnare, trasmettere? “Deve essere un lavoro, professionalità ed esperienza, non è un generico volontariato. Ma per farlo ci vuole anche una cosa che non mi vergogno a dire è amore”. E allora si ricomincia da quello che Paola Bonzi e i suoi collaboratori sanno fare e fanno. “Non basta la tecnica, non basta un cuore.

Non si può negare la vita per legge

Il caso estremo di Dj Fabo, portato in Svizzera per essere sottoposto a suicidio assistito, riapre il dibattito sul fine vita. Ma introdurre il “diritto” al fine vita nella legislazione non vuol dire riconoscere la libertà individuale

Serve tutto questo insieme. Il primo punto è la capacità di accogliere. Una assistente sociale, in Russia, qualche tempo fa mi ha detto, dopo un colloquio di formazione: ‘Mi hai donato un’ora del tuo cuore’. Che è più di un’ora di formazione. Ci vuole una motivazione forte”. Che, come il coraggio di don Abbondio, uno non se lo può dare. Per Paola Bonzi è stato: “Volevo aiutare le madri a non essere sole. Quindi il primo punto è la vicinanza. Mi piace una espressione di Silvia Vegetti Finzi: il grembo pischico”. Che va scoperto, portato alla luce, condiviso. La base del lavoro è un colloquio, attraverso cui una donna può diventare capace di essere madre. Il metodo, spiega, “è un counceling umanistico-esistenziale. Oggi va molto di moda la parola counceling, ma sigifica che la donna non è una ‘malata’, ma persona che va ascoltata, perché possa condividere e fare emergere il malessere che sta vivendo. La seconda cosa è quindi una relazione di aiuto”. Funziona? Funziona. Ma in una dimensione di libertà che è notevole, assoluta. Il Cav, ad esempio, non ha un feed-back automatico di tutte le donnne che incontra. Spesso vengono una volta, se non hanno necessità di essere seguite dal consultorio: “Saranno scese al piano di sotto? (dove si praticano le interruzioni di gravidanza, ndr). Non lo sappiamo. Ma qualche tempo fa mi ha telefonato una donna, una sera: ‘Stiamo festeggiando il settimo compleanno dei nostri gemelli’”. Sono percorsi di vita che si innestano. La facoltà di far diventare madri non è un percorso automatico. Paola Bonzi lo chiama il bisogno di Nicodemo (non state a googlare, è Giovanni, 3, 4-5: “Gli disse Nicodèmo: ‘Come può un uomo nascere quando è vecchio?’ Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’”).

  
E si può tornare così, seguendo i racconti mobili di Paola, all’inizio. Cioè alla fine della vita e al fine vita. Non ci sono leggi, possono esserci fatti. Anche per la vita vegetativa. “Ad esempio accarezzarli: molti studi segnalano che anche i malati in stato vegetativo conservano una sensibilità della pelle”. Poi serve un accompagnamento. Che sono anche sostegno morale, economico, strutturale alle famiglie, a chi si prende cura. Racconta di una sua amica e di sua madre che sta vivendo quella che chiamano “vita senza vita”. “I medici volevano togliere l’alimentazione, tanto muore. Ma sono 18 mesi che non è morta, che dà segni di una coscenza che c’è, e di una corrispondenza affettiva. Allora io mi dico: se c’è la vita, come si fa a spegnerla?”. Nascere e morire sono cose molto diverse. Ma, pensa Paola Bonzi, solo dei percorsi condivisi possono tentare risposte.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    01 Marzo 2017 - 10:10

    "Non ci sono leggi, possono esserci fatti". Per qualcuno neanche quelli. Per esempio Mentana, nel suo TGLa7 (il video è riproposto da Corriere.it) lamenta l'inerzia della politica che "come fece finta di non vedere nel modo più terribile 8 anni fa: ecco dal giorno di Eluana non è cambiato niente". Ma si può falsificare la realtà fino a questo punto. A parte l'impropria assimilazione della procurata morte per disidratazione di Eluana con il suicidio assistito del Dj Fabo, tutti dovrebbero ricordare che sulla dolorosa vicenda di Eluana si arrivò ad uno scontro istituzionale ai massimi livelli tra il governo Berlusconi e il Presidente della Repubblica. Si registrò non una inerzia ma un'iperattività della politica che in pochi giorni produsse una atto di indirizzo ministeriale, un decreto legge, un disegno di legge con tanto di sessione straordinaria del Senato: più fake news di questa! Ma perchè un tale falsario non viene minimamente sanzionato?

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