Zygmunt Bauman al 28° Salone Interazione del Libro (foto LaPresse)

L'anticapitalismo di Bauman è stato solo un gigantesco falso storico

Luciano Pellicani

Il sociologo citato anche dal Papa è stato uno dei più agguerriti e influenti interpreti dell’ossessione no global

Grande è stata l’enfasi con la quale sui principali mass media del nostro paese è stata ricordata l’opera del sociologo Zygmunt Bauman, morto recentemente. Da ultimo ne ha parlato venerdì scorso il Papa visitando l’Università Roma Tre, e il giorno successivo Bauman è stato ricordato sul Corriere della Sera da Andrea Riccardi. La cosa non può certo sorprendere, se si tiene presente che ciò che caratterizza la cultura politica di una parte non piccola della sinistra italiana è l’ossessione anticapitalistica. Un’ossessione che ha avuto in Bauman uno dei suoi interpreti più agguerriti e influenti.

 
Nei suoi scritti, infatti, la modernità viene descritta come un perverso sistema che tutto manipola e corrompe. “Nella sua forma attuale – questa la tesi che ha ribadito innumerevoli volte – permanentemente negativa, la globalizzazione è un processo parassitario e predatorio, che si nutre della forza succhiata dai corpi degli stati-nazione e dei loro sudditi”. E questo perché “il capitalismo non può sopravvivere senza le economie non capitalistiche: esso è in grado di progredire, seguendo i propri princìpi, fintantoché vi siano terre vergini aperte all’espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della verginità precapitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento. Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo di tempo quando trova un organismo non ancora sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l’ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza”. In aggiunta – così suona la perentoria conclusione del sociologo polacco – il capitalismo, assunte le forme della “società dei consumi”, “si fonda sulla insoddisfazione permanente, cioè sulla infelicità”. È, dunque, un sistema perverso. Fortunatamente, però, esso ha gli anni contati a motivo del suo intrinseco parassitismo. Infatti, quando non avrà più vittime da vampirizzare, la sua morte sarà inevitabile e l’umanità potrà finalmente uscire dalla gabbia nella quale è stata imprigionata.


Questa lettura della globalizzazione capitalistica non può non apparire un’accecante distorsione ideologica della realtà non appena la si confronti con quella formulata da Marx in quella geniale pagina del “Manifesto del Partito comunista” che così recita: “La borghesia per la prima volta ha mostrato che cosa possa l’attività umana. Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni di popoli e le Crociate. La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conservazione dell’antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e di credenze, rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era stabilito, e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, e ogni cosa viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci. Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stabilire relazioni. Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e i consumi di tutti i paesi. Con grande dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui produzione è questione di vita e di morte per tutte le nazioni civili, industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico internazionale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale così anche nella produzione spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili. E dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale. Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, e con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari verso lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nel loro paese la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa crea un mondo a sua immagine e somiglianza”.

 

Coerentemente con la sua interpretazione della rivoluzione permanente attuata dal capitalismo, Marx non esitò a vedere nel colonialismo “uno strumento inconscio della storia” destinato ad assolvere “una doppia missione, l’una distruttrice, l’altra rigeneratrice: abbattere le vecchia società asiatica e creare le fondamenta della società occidentale in Asia”. Che è esattamente ciò che sta accadendo. Infatti, oggi i proletari indiani e cinesi stanno faticosamente uscendo dall’atroce miseria che sempre ha caratterizzato la loro millenaria storia grazie al know-how prodotto ed esportato dal capitalismo. Un know-how scientifico-tecnologico che, facendo crescere la produttività del lavoro, ha reso possibile l’evasione dalla “trappola malthusiana” di centinaia di milioni di diseredati. Il che rappresenta una massiccia corroborazione empirica di quello che Marx ed Engels avevano scritto nella Ideologia tedesca, e cioè che “il presupposto pratico assolutamente necessario della emancipazione dei lavoratori è un grande incremento della produzione perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi con il bisogno ricomincerebbe il conflitto per il necessario e ritornerebbe la vecchia merda”.

Per contro, pur richiamandosi costantemente al magistero di Marx ed Engels, Bauman ci propone una versione aggiornata della (pseudo)sociologia terzomondista, secondo la quale l’occidente è ricco a motivo del fatto che, come un vampiro, succhia il sangue del “proletariato esterno”. Un falso storico di gigantesche proporzioni, il quale dimostra che la bancarotta planetaria del comunismo marxleninista non ha posto fine all’ossessione anticapitalistica, di cui l’ossessione antiamericana è un sottoprodotto che, “per i suoi metodi, per la sua bassezza, per i suoi furori”, continua ad essere quello che Angelo Tasca stigmatizzò come “l’antisemitismo del nostro tempo”.

 
Ben altro è stato l’atteggiamento del socialismo riformista nei confronti del capitalismo. Invece di demonizzarlo, ha seguito il saggio suggerimento di Olof Palme: lo ha trattato come “una pecora da tosare”. E, consapevole che non si poteva abolire il capitalismo senza produrre una catastrofe storica, è giunto alla conclusione che l’unica strategia capace di migliorare le condizioni materiali e morali delle classi proletarie era quella di correggere la distribuzione delle chance di vita via mercato. Lo ha fatto iniettando nel capitalismo una cosa del tutto estranea al suo codice genetico: il principio di solidarietà. Un principio che ha trovato la sua espressione istituzionale nel Welfare State. Di qui la brillante formula coniata da Giorgio Ruffolo: “I socialisti dicono sì all’economia di mercato, no alla società di mercato”.

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