Il campus di Yale

L'iconoclastia dei campus americani e l'illusione di scacciare gli spettri del passato

Stefano Basilico

All’Università di Yale è stata rimossa l’intitolazione di un edificio a un senatore apologeta dello schiavismo. L’ennesima coperta di Linus per non affrontare le storture di oggi

“Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato”, scriveva Faulkner in “Memorie di una monaca”. Negli atenei occidentali però c’è una continua tenzone tra passato e presente, in una battaglia tra antiche vestigia e nuove sensibilità, tra una storia sanguinosa e un presente focalizzato sul rispetto della diversità. Le controversie che hanno già chiamato in causa le statue di Cecil Rhodes e della Regina Vittoria nel Regno Unito in ottica post-colonialista, registrano un degno contraltare oltreoceano. Nella scuola di legge di Harvard è stato rimosso uno scudo con il vessillo di una famiglia di schiavisti. Nell’Università della North Carolina è stata ribattezzata una sala intitolata a un leader del Ku Klux Klan. L’ultimo caso si è verificato nell’ateneo di Yale, in Connecticut, dove a una residenza studentesca è stato dato il colpo di spugna: liquidata l’intitolazione dell’edificio all’ex vicepresidente schiavista John C. Calhoun, rimpiazzato dalla matematica e informatica Grace Murray Hopper. Nazionalista e protezionista, Calhoun fu senatore del South Carolina, difensore dei “diritti delle minoranze” (gli stati del sud, nella sua prospettiva) e apologeta, appunto, dello schiavismo. Si laureò a Yale nel 1804. Le sue idee sul tema della schiavitù come “bene positivo”, basato sulla supremazia bianca e il paternalismo, sono ritenute da molti storici tra i fondamenti ideologici dei Confederati durante la Guerra di Secessione che scoppiò 11 anni dopo la sua morte.

 

Il dormitorio dedicato a Calhoun non cambiò nome dopo una prima valutazione nell’aprile 2016: il presidente dell’Università, Peter Salovey, deliberò di spogliare Calhoun del titolo di “Master”. Spiegò che un cambio di nome sarebbe stato un disservizio alla missione educativa di Yale, che avrebbe evitato a studenti e docenti di fare i conti con il passato. “Mantenere il nome ci obbliga a imparare di nuovo e a confrontarci con uno degli aspetti più sgradevoli di Yale e del passato della nostra nazione”, scrisse. Princeton nello stesso mese deliberò in maniera simile in merito alla scuola di Affari pubblici e internazionali, che porta il nome di Woodrow Wilson. Il promotore della Società delle Nazioni, che guidò gli States nella Grande Guerra, era vicino ad ambienti suprematisti e segregazionisti. Il comitato che decise di mantenere invariata la toponomastica di Princeton diede come motivazione il dovere di “riconoscere apertamente e candidamente che Wilson, come altre figure storiche, lascia un’eredità complessa fatta di ripercussioni positive e negative”. La deliberazione finale di Yale arrivata sabato è stata la sostituzione del nome di Calhoun, dopo lunghe contestazioni degli studenti e un’annosa disputa sulla diversità nel campus.

 

Salovey disse di avere fallito nei confronti delle minoranze etniche, nondimeno Yale è considerata un’università con un livello adeguato di diversità razziale e di genere, con il 52,9 per cento di studenti neri, asiatici o ispanici e il 49per cento (56 per cento tra i docenti) di donne.

 

L’iconoclastia, per quanto possa offrire un ristoro dagli spettri del passato, non muta il corso della storia e si dimostra una coperta di Linus sotto cui rintanarsi per schivare le storture del presente. Il fatto che “Black lives matter” sia contemporanea al mandato del primo presidente nero pesa come un macigno sulla complessa bilancia che si applica nel valutare le eredità delle personalità politiche.

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