L’altra Murakami, ovvero la letteratura come ponte tra oriente e occidente

La letteratura giapponese sta vivendo un momento di grande interesse anche in Italia. Ecco un piccolo bestiario giapponese tra meduse, scimmie e mostri

L’altra Murakami, ovvero la letteratura come ponte tra oriente e occidente

Foto di Pedro Szekely via Flickr

Roma. Tra due settimane il Giappone vivrà l’evento culturale dell’anno: l’uscita del prossimo romanzo di Haruki Murakami, lo scrittore nipponico più famoso e celebrato nel mondo. Murakami, che negli anni è riuscito a ottenere intorno a sé la stessa deferenza riservata alle pop star planetarie, sopravvive anche grazie al mistero col quale viene accompagnata ogni sua nuova uscita. Qualche giorno fa, per esempio, è stato diffuso il titolo della prossima pubblicazione, “Kishidancho Goroshi”, tradotto in italiano come “Killing Commendatore”, e sarà il primo romanzo dopo quattro anni dalla pubblicazione di “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (Einaudi). La traduzione in italiano è prevista per il 2018 ma nel frattempo, a parte il mainstream ed eterno candidato al Nobel Murakami, la letteratura giapponese sta vivendo un momento di grande interesse anche in Italia. E in fondo i personaggi topici di Murakami non sono molto lontani da quelli della tradizione giapponese. Basterebbe rileggere le storie narrate da Yei Theodora Ozaki in “Japanese Fairy Tales”, una raccolta di antiche fiabe giapponesi pubblicata per la prima volta nel 1903. Il tasso cattivo, la scimmia astuta, la trasformazione della medusa, tutti i personaggi narrati da Ozaki rappresentano in qualche modoil carattere della tradizione nipponica, dove a ogni animale – e perfino a ogni oggetti, che parlano – corrisponde un temperamento, che ne determina il destino, come una specie di inevitabile condanna.

 

Una selezione di sette storie è stata da poco pubblicata in italiano da Elliot nel “Piccolo bestiario giapponese” (64 pp., 7,50 euro), e oltre ai testi originali, messi insieme da Ilaria Masci, colpisce la straordinaria storia di un’autrice che ha fatto forse più di Murakami per raccontare all’occidente un Giappone nascosto e lontano. Ozaki, infatti, nata nel 1871 a Londra, è la primogenita del Barone Saburo Ozaki, uno dei primi giapponesi della storia ad aver studiato in Europa, che sposò la sua insegnante di inglese Bathia Catherine Morrison. Dopo il divorzio dei genitori, la giovane Yei Theodora venne affidata al padre e andò a vivere in Giappone. A sedici anni iniziò una nuova vita come insegnante di inglese, frequentando la comunità britannica che si era stanziata in Giappone sul finire dell’Ottocento, ma soprattutto viaggiando tra Asia ed Europa, perfino in Italia. Si dice che nel corso dei suoi viaggi scrivesse delle lunghe lettere alla famiglia che, invece di essere consegnate agli Ozaki, venivano ricevute da un omonimo, un certo Yukio Ozaki, sindaco di Tokyo e noto politico dell’epoca. Tra il 1904 e il 1905, scoperto l’errore, i due si incontrarono, si innamorarono, e si sposarono: l’errore che determina il destino è uno schema narrativo tra i più frequenti nelle leggende tradizionali giapponesi.

 

In Italia Theodora fece amicizia con Francis Marion Crawford, poeta e scrittore americano, famoso per i racconti dell’orrore. E la sua influenza è quasi percepibile nei racconti di Theodora, come quello sulla nascita della medusa invertebrata, alla quale furono tolte le ossa dal corpo a suon di bastonate, punita per il suo troppo chiacchierare; oppure nella storia sul goblin di Adachigahara, che si nutriva di carne umana e con l’inganno attirava i viandanti nella sua tana “nauseabonda” piena di sangue e teschi. O nella storia del contadino e del tasso cattivo, che per punire l’uomo colpevole di dargli la caccia gli cucinò una zuppa fatta con la carne della defunta moglie. Leggere la tradizione giapponese è un modo per comprenderne anche la storia, e trovare un significato utile da sfruttare nei suoi rapporti con l’occidente: i cattivi restano cattivi, le punizioni devono essere esemplari, e mai fidarsi delle vecchine indifese – ma questo, noi, l’avevamo intuito già con i fratelli Grimm.

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