Chi sono e cosa pensano i 500 intellettuali più influenti in Germania

Immigrazione, identità e islam. La classifica della rivista di cultura politica Cicero

Chi sono e cosa pensano i 500 intellettuali più influenti in Germania

(foto di Stiller Beobachter Flickr)

Gli intellettuali sono legione in Germania. La rivista di cultura politica Cicero, nel numero di gennaio, elenca i più influenti fino al generosissimo numero di 500: scrittori, accademici, giornalisti, economisti, giuristi, registi, autori di satira e anche, nel paese della Riforma e del libero esame delle Scritture, numerosi teologi. La classifica misura la loro presenza nei 160 più diffusi quotidiani e periodici in lingua tedesca, e secondariamente in rete, nell’arco degli ultimi dieci anni: così si escludono gli hype (i fenomeni di intensa ma breve notorietà), e si premia chi si è conquistato una stabile tribuna in quel “libero gioco delle opinioni” in cui i fondatori della Germania liberal-democratica, nel 1949, riponevano fiducia come in un processo virtuoso capace di edificare la vita pubblica e illuminare le scelte politiche. Sostenuti dalle testate tradizionali – ancora in primo piano nell’informazione, osservano i redattori di Cicero, grazie alla combinazione di versione a stampa e online – gli intellettuali continuano a interpretare i dilemmi del paese. Peter Sloterdijk (numero 2 in classifica) ha più di tutti catalizzato il dibattito sulla vera questione tedesca del presente, l’immigrazione, quando un anno fa si è espresso contro la politica dell’accoglienza e contro “l’oblio del confine” nella ragion di Stato tedesca: in nome di un’ideologia dell’apertura e dell’incontro, secondo cui “i confini esisterebbero solo per essere oltrepassati”, per il filosofo di Karlsruhe la politica ha rimosso l’idea che al momento opportuno essi possano anche essere chiusi.

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In alta classifica troviamo ancora Thilo Sarrazin (5), l’economista autore di preoccupanti proiezioni demografiche sul futuro di una Germania islamizzata. E a temere una diluizione del senso di identità e di comunità sono stati anche altri grandi nomi della cultura tedesca (spesso ex di sinistra, come da nuove convergenze ideologiche post-liberali), quali Botho Strauss (12) e Rudiger Safranski (47), subito accusati di fornire rispettabilità intellettuale alle nuove destre. Herfried Münkler (13), politologo di scuola realista, giudicò la loro richiesta di chiudere le frontiere una reazione istintiva, ignara della sue conseguenze strategiche: nulla meno, per il professore di Berlino, della fine dell’egemonia tedesca in Europa e della disgregazione del mercato unico. In Die neuen Deutschen, scritto con la moglie Marina, professoressa di letteratura a Dresda, Münkler ha poi avanzato argomenti più ideali a favore di una (governata) apertura, invitando il paese ad abbandonare l’illusione a lungo coltivata che la Germania non sia una Einwanderungsland, “un paese d’immigrazione”, e ad accettare la sfida dell’integrazione dei “nuovi tedeschi”. E che l’ultima parola del discorso della Merkel alla nazione dopo il cruento attentato di Berlino sia stata che il paese rimane “aperto”, indica che questa resta la dottrina ufficiale. Non tutti, però, sono a proprio agio nelle controversie.

Peter Handke (3) incarna piuttosto l’inclinazione tedesca a ritirarsi nell’interiorità e a esprimersi nel frammento poetico, mentre Martin Walser, numero 1 della classifica, fa dire allo scostante protagonista del suo ultimo romanzo che “siamo una repubblica della virtù, e ciò che è bene e ciò che male, lo dichiara il sociologo”. Walser, novant’anni, nel Dopoguerra cominciò come scrittore impegnato a sinistra, ma poi si è ripiegato sui temi della vecchiaia, dell’amore, dell’assenza di Dio. Nel desiderio di “avere ragione” e di “sentirsi esponenti dello spirito del tempo” – praticamente la tentazione dell’intellettuale – egli individua un sostituto della giustificazione davanti a Dio di cui parlavano i teologi. E se, nel confronto delle idee, la giustificazione di sé richiede la condanna dell’altro, allora forse si capisce la cautela cui allude un aforisma di un secolo fa: “Noi tedeschi non abbiamo uno spirito pubblico, ma uno spirito segreto; non un’opinione pubblica, ma opinioni segrete e sussurrate”. 

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