L’ipocrisia di ricordarsi a comando del destino degli ebrei

Se lo  tenessero davvero in gran conto, non avrebbero bisogno di uno specifico momento per ricordarsene ma lo avrebbero sempre a mente

L’ipocrisia di ricordarsi a comando del destino degli ebrei

Celebrazione della giornata della memoria ad Auschwitz (Foto LaPresse)

No, alla fine non porterò i miei studenti a nessuna iniziativa per la Giornata della Memoria. E non per la mia convinzione personale che sia una celebrazione velata da una certa ipocrisia pelosa: se il piagnone collettivo tenesse davvero in gran conto il destino degli ebrei, non avrebbe bisogno di uno specifico momento per ricordarsene ma lo avrebbe sempre a mente. Chi ha bisogno di ricordare a comando, per un giorno all’anno, dimentica facilmente negli altri trecentosessantaquattro e, probabilmente, l’effimera afflizione di molti è un lavacro della coscienza. Quanto meno induce a capziose distinzioni. La storia insegna che l’ebraismo sia l'unico contesto in cui da millenni popolo, terra, religione e stato coincidano, mentre durante le iniziative per la Giornata della Memoria salta sempre su qualcuno che esprime sostegno agli ebrei di ieri in quanto vittime del nazismo, ma non agli ebrei di oggi in quanto trasformatisi in carnefici; qualcuno che è coraggiosissimo quando c’è da difendere degli ebrei morti da dei criminali morti, ma che diventa un po’ meno coraggioso quando c'è da difendere la terra, lo stato e la religione degli ebrei ancora vivi. Ecco, io reputo che queste convinzioni sul lavoro non contino e vadano lasciate fuori dall’aula, dove il mio compito è operare acciocché gli studenti ottengano il meglio dalle ore che sono costretti a trascorrere con me, poverini.

 

Arriverà la Giornata della Memoria e noi andremo avanti a studiare Aristotele o la Rivoluzione francese come se nulla fosse perché ho la libertà didattica di decidere se le attività extrascolastiche siano o meno funzionali all’apprendimento. La Giornata della Memoria non lo è. È prassi che per le varie iniziative correlate vengano convocate le terze e le quarte, non le quinte che sarebbero le più indicate ma vedono approssimarsi gli esami e quindi non possono perdere tempo; se ne deduce che va bene la Memoria, ma la Maturità è più importante. Ora, né l’Olocausto né il nazismo né la Seconda guerra mondiale sono nel programma di terza o di quarta, pertanto mi troverei di fronte a un’alternativa secca: o portare i ragazzi alla Giornata della Memoria estemporaneamente, o sospendere le lezioni per dedicare due o tre ore di storia (cioè almeno una settimana) a cercare di dare all’evento un contesto intellettuale per quanto vago.

 

Nel primo caso c’è il rischio concreto che non capiscano gran che e ritornino a casa con la vaga sensazione che qualcuno abbia detto che aprire campi di sterminio è una cosa che proprio non si fa, intimando loro di non azzardarsi. Nel secondo caso mi vedrei costretto a rispondere alla domanda: “Perché abbiamo smesso di studiare Leibniz o Cristoforo Colombo per metterci improvvisamente a parlare di nazisti per una settimana, salvo poi ricominciare a procedere in ordine cronologico da Cristoforo Colombo o Leibniz come dopo un’interferenza?”. Mi vedrei costretto a spiegare che mentre la regolare attuazione del programma mira alla formazione di una cultura, la Giornata della Memoria è incardinata sulla presunzione di fornire, tramite la storia, un insegnamento etico basato sulla sempliciotta convinzione che basti la conoscenza del passato per fugare il rischio dell’eterno ritorno dell’orrore, e che il male coincida sempre con l’ignoranza. Magari.

 

Vi rivelerò un segreto: mentre sproloquiano gli assessori alla cultura, mentre musicisti dilettanti a chilometro zero eseguono stentatamente canzoni ebraiche, mentre vengono proiettati sempre gli stessi filmati d’archivio, gli adolescenti  si annoiano e pensano ad altro. Anch’io. Penso che a Bergen-Belsen, il campo dove morì Anna Frank, non è stato conservato nulla della struttura nazista; è stato tutto bruciato e raso al suolo, a differenza di altri luoghi in cui si portano i turisti a vedere le camere a gas e si preserva e sacralizza quest’abisso del male metafisico. A Bergen-Belsen non si trovano strutture cadenti né ammonitrici ricostruzioni di com’era morire lì. È solo un prato su cui non c’è assolutamente nulla. È molto utile a ricordare.

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Commenti all'articolo

  • ADL58

    27 Gennaio 2017 - 18:06

    Se lo tenessero davvero a mente forse non ci sarebbe da sottoporre a particolari sforzi la memoria, basterebbe usare gli occhi le orecchie se del caso, ed anche il cervello e smetterla di far finta di non vedere i massacri di oggi, di ieri e di ieri l'altro e le nuove forme di nazismo diversamente nominate e tutto sommato tollerate come lo fu a suo tempo il nazismo di ieri da coloro che lo avevano in casa. Se lo tenessero davvero a mente si parlerebbe anche un po' di più dei motivi per cui oggi Israele fa volentieri a meno dell'Onu e del perché ancora una volta è il solo a farlo.

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