Dopo Auschwitz c’è ancora spazio per la fede? Tiranni e democrazia

Cosa resta del “secolo delle idee assassine”

Auschwitz Birkenau campo concentramento

Il campo di concentramento e sterminio nazista Auschwitz-Birkenau (foto Adam Tas via Flickr)

Non potrei essere ciò che sono, cioè un cattolico, se qualcuno non fosse stato ebreo prima di me. Per questo la sola esistenza del popolo ebraico mi è cara come la mia stessa vita. Per questo oggi che, di nuovo, Israele è fatto oggetto di ripetuti attacchi e c’è chi lo vorrebbe cancellare dalla faccia della terra, è quanto mai importante celebrare la Giornata della Memoria. E lo è non solo per ricordare gli orrori della Shoa, ma anche per tornare a riflettere su quel fenomeno politico che nel secolo scorso ha insanguinato il mondo intero: il totalitarismo. Se il “secolo delle idee assassine”, come è stato giustamente definito, una lezione ci ha lasciato, è questa: alla negazione di Dio (ciò che ha accomunato nazismo e comunismo pur nella diversità del metodo e della teoria politica) consegue necessariamente la morte dell’uomo, della sua dignità, del suo essere persona. “Se Dio non c’è, tutto è possibile”, diceva Dostoevskij. Laddove si è tentato di estirpare Dio dalla faccia della terra, per costruire il mondo nuovo, un mondo solo “umano”, tutto si è rivolto contro l’uomo. Per questo è importante non abbassare mai la guardia. E non solo pensando ai tanti regimi totalitari tuttora vivi e vegeti in tante parti del mondo. Ma anche al rischio di una deriva totalitaria delle nostre moderne democrazie. Uno dei segnali che forse connota meglio di altri un “clima” culturale di ordine potenzialmente totalitario o tirannico, è il sempre più diffuso senso di paura che pervade la nostra società. Si tratta di un genere di paura muto, strisciante, quasi inavvertibile e inconsapevole, che tuttavia esiste e condiziona atteggiamenti, scelte, modi di sentire e agire.

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In Italia uno dei primi e più acuti osservatori di questa realtà fu Augusto Del Noce, che in uno straordinario articolo del 1984, “La verità e la paura”, così la descriveva: “La realtà presente in ragione dell’abbandono dell’una e medesima coscienza morale, manifesta una pluralità contraddittoria di posizioni morali. Allora effettivamente avviene che il criterio della maggioranza si risolve nel dominio degli eterodiretti; di coloro cioè che sono diretti dall’industria culturale, vera scuola d’ignoranza… E l’individuo anziché sentirsi fine, non può sopravvivere se non facendosi mezzo, con l’adeguarsi cioè ai gusti di questa maggioranza o piuttosto dei gruppi che hanno prevalso. Il suo farsi mezzo è obbedire al bisogno dell’autoconservazione, cioè alla paura”. Il punto è questo: secondo Del Noce l’abbandono della metafisica ha comportato l’affermazione del pluralismo culturale e del relativismo etico, due fattori che possono trasformare la democrazia in tirannide. Una lettura, questa del filosofo torinese, che si situa peraltro sulla stessa lunghezza d’onda di un altro, autorevolissimo interprete dei nostri tempi, San Giovanni Paolo II. Basti ricordare quanto ebbe dire nel suo discorso al Parlamento italiano del 14 novembre 2002: “Nella Lettera enciclica Veritatis splendor mettevo in guardia – afferma il Pontefice – dal “rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità” (n. 101). Infatti, se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, annotavo in un’altra Lettera enciclica, la Centesimus annus, “le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia (n. 46)”. La problematicità del pluralismo e del relativismo etico consiste nel fatto che nel mentre esaltano, a livello teorico, il ruolo del singolo, della sua autonomia e della sua libertà, di fatto lo conducono a omologarsi all’opinione e ai comportamenti della maggioranza. Da questo punto di vista la democrazia ed i sistemi totalitari “classici” del 900 (nazismo e comunismo) non differiscono poi molto. In comune hanno la causa (l’abbandono e il rifiuto di Dio) e l’effetto (la schiavitù dell’uomo, più o meno manifesta, e il conseguente senso di paura): è solo il metodo che li distingue. Per Del Noce il vizio di fondo della democrazia sta nell’aver scisso libertà e verità. Nella sua ottica, invece, esiste una verità, un insieme di valori trascendenti ed eterni che “parlano” alla coscienza di ogni uomo e che gli si manifestano come evidenti. In tale prospettiva l’individuo è capace di aprirsi alla e accogliere la verità che gli si manifesta per via intuitiva. Non solo. Ma è proprio la sovrapersonalità del vero a permettere quell’apertura all’essere che rende l’uomo indipendente dagli altri soggetti, quindi libero. Se da un lato la libertà è richiesta per accogliere la verità che si “impone”, dall’altro la libertà (in questo caso di natura civile) è il risultato della trascendenza della verità rispetto a ogni potere temporale e a ogni sua secolarizzazione. Ecco allora che la democrazia si configura come il luogo politico dove devono essere garantite le condizioni che consentono l’accoglimento e il riconoscimento dei suddetti valori.

 

Tornando alla Shoà, c’è un aspetto spesso trascurato su cui un evento come la Giornata della Memoria dovrebbe far riflettere: se si confronta la letteratura ebraica dopo la Shoà, con quella prodotta in seno all’ebraismo durante e dopo l’esilio babilonese (che, fatte salve le debite differenze, è stato un evento altrettanto drammatico), il dato che emerge è che mentre la seconda rappresenta una vera e propria teologia della storia, nella prima, al contrario, a stento si trova traccia di quella fede che pervade i testi dell’esilio. Al punto che con Auschwitz sembra non esserci più spazio per la fede, come testimoniano queste intense e dolorosissime parole tratte da “La Notte”, capolavoro autobiografico dello scrittore e premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”. Parole da cui emerge in tutta la sua forza il dramma di un popolo intero, che nella Shoà ha toccato il culmine delle tante persecuzioni subite nel corso della sua storia millenaria. Anche per questo storia “misteriosa”, nel senso teologico del termine, cioè di un disegno che Dio solo conosce. E forse non è un caso se duemila anni fa un altro ebreo, quel Gesù di Nazareth pose la più sconcertante e inattesa delle domande: “Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”.

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