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Non c'è due senza tre: ma perché gli italiani certe cose non le sanno proprio fare?

Ingredienti semplici e a portata di mano, escono questa settimana “Dopo l’amore” di Joachim Lafosse e “It’s Not the Time of my Life” del regista ungherese Szabolcs Hajdu

Non c'è due senza tre: ma perché gli italiani certe cose non le sanno proprio fare?

Un'immagine di "Dopo l'amore" di Lafosse

Capita spesso, anche troppo, di pensare “ma perché gli italiani queste cose non le sanno fare?”. Due volte lo abbiamo già scritto a proposito dei film che escono questa settimana. Prima per una storia di coppia e denari come “Dopo l’amore” di Joachim Lafosse (scarseggia forse il materiale? le coppie scoppiano, le poste del cuore – o dei buoni comportamenti dopo il fattaccio – si moltiplicano). Poi per i giovanotti che mettono a frutto l’inclinazione al cazzeggio dedicandosi alla critica cinematografica (che è morta, sostengono, ma andare al cinema è sempre meglio che lavorare).

 

 

La terza fa più male. Arriva dopo aver visto gli 80 minuti di “It’s Not the Time of my Life”, film scritto diretto e recitato dal regista ungherese Szabolcs Hajdu. Con lui recitano la moglie e la figlia, appartiene alla coppia anche l’appartamento che funge da set. Prima scena, un bambino che scatena gli istinti peggiori: urla e non sta mai fermo. Mentre i genitori si palleggiano le responsabilità: “Lo stai viziando”, “vuole attirare la tua attenzione, non ti occupi abbastanza di lui”.

 

 

Ingredienti semplici e a portata di mano (per scrivere questo romanzo “ho fatto provvista di natura umana” annunciava Henry Fielding all’inizio di “Tom Jones”). Scrittura magnifica, provata e riprovata in teatro. Ma senza la solennità italica: qui spesso e volentieri si parla tutti insieme, come succede nelle famiglie infelici, e anche in quelle felici. Una troupe di studenti universitari di Budapest ha garantito riprese e sonoro (impeccabili e professionali). Altri parenti e amici hanno completato il cast. I genitori del bambino pestifero stanno ancora litigando quando alla porta suonano i cognati con la figlia adolescente, di ritorno da un anno in Scozia che – si capisce subito – non deve essere andato benissimo.

 

Vincitore del premio per il miglior film a Karlovy Vary (Szabolcs Hajdu ha avuto il premio destinato al miglior attore), “It’s Not the Time of my Life” – più o meno “Ho avuto giorni migliori” – è in programma al Trieste Film Festival. L’edizione numero 28 (si è aperta il 19, chiuderà il 29) proporrà l’anteprima italiana di "Sieranevada”, ultimo film del regista rumeno Cristi Puiu. Uno dei giovanotti a cui Cannes ha cambiato la vita, da un giorno all’altro, grazie a un film con un ubriacone che va da un pronto soccorso all’altro. Come la cambiò a Cristian Mungiu, Palma d’oro nel 2007 (ultimo e bellissimo film “Un padre, una figlia”: alla lontana, pure imparentato con “L’ora legale” di Ficarra e Picone, sempre di onestà e di corruzione e di sacrifici personali tratta).
Cristian Puiu terrà a Trieste una Masterclass. Visto e ammirato il suo film – una commemorazione funebre con pranzo familiare, tutti a odiarsi nell’appartamento – moltissime cose avrebbe da insegnare ai nostri registi. Prossimamente in sala. O almeno lo speriamo.

 

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