La mala educazione

Ma che deportazione. Cassese spiega in che senso la scuola è istituita per insegnare, non per dare lavoro

La mala educazione

Roma. Professor Cassese, lei era tra i giudici della Corte costituzionale che, con le proprie decisioni, hanno aperto la strada alla soluzione del problema dei troppi supplenti. Che pensa della situazione attuale della scuola, dopo la legge sulla “buona scuola” che ha dato séguito a quelle sentenze? “Assisto con stupore alla formazione di un nuovo diritto, quello di lavorare sotto casa. La riduzione dei supplenti con il loro assorbimento mediante concorsi, richiesta dal diritto europeo (del quale molti si lamentano, salvo utilizzarlo), ha messo in luce lo squilibrio insegnanti-studenti: i primi provengono per quasi l’80 per cento dal sud, i secondi sono solo per quasi il 40 per cento al sud. Di qui nascerebbe l’esigenza di trasferirsi al nord per molti insegnanti. I quali, in molti, invece, trovano ogni scusa, buona o cattiva, per non prendere servizio. Conseguenza paradossale: per risolvere il problema dell’eccesso di supplenti, si deve ricorrere a ulteriori supplenti per coprire i posti lasciati da chi non vuole allontanarsi da casa”. Perché si stupisce, lei che negli anni 70 dello scorso secolo ha scritto un libro su “Questione amministrativa e questione meridionale”, dove metteva in luce gli squilibri provocati dalla meridionalizzazione dei dipendenti pubblici? “Per almeno quattro buoni motivi. Il primo è che stiamo assistendo a un rovesciamento dell’ordine naturale delle cose. Le scuole sono lì per gli studenti, non per gli insegnanti. Filippo Turati, un secolo fa, ricordava che le ferrovie servivano a trasportare la gente, non a dare lavoro ai ferrovieri. Lo stesso può dirsi per la funzione educativa della scuola. Qui invece si vuole la scuola sotto casa perché fa comodo a chi insegna”.

Ma trasferirsi costa. “Qui viene il secondo motivo del mio stupore. La storia della scuola italiana è piena di trasferimenti di insegnanti, che accettavano di andare ad abitare lontano dal luogo di nascita. Le faccio soltanto l’esempio del grande storico della letteratura Carlo Muscetta, che, prima di diventare professore universitario, insegnò, lui avellinese, a Bari, Molfetta e Pescara. Dunque, prima gli insegnanti accettavano di trasferirsi, ora – sia pure con lodevoli eccezioni – cercano ogni modo per non farlo. Ma l’Italia non è un paese meno unitario oggi di ieri. Aggiungo che il trattamento economico degli insegnanti di oggi non è molto diverso da quello del passato: gli insegnanti sono sempre stati trattati male dal patrio governo”. E il terzo motivo? “Riguarda la giustizia e l’eguaglianza. Milioni di italiani si sono trasferiti, nel secondo dopoguerra, dal sud al nord. Migliaia di giovani vanno oggi all’estero a cercare un lavoro. Gli insegnanti – mi riferisco a quelli che cercano tutti i motivi per non prendere servizio in luoghi diversi da quelli di residenza – pur avendo un posto, ritengono di aver diritto di averlo sotto casa. Chi lascia cattedre scoperte al nord, non si rende conto della diseguaglianza che produce, facendo valere questo nuovo diritto?”.

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Ma lei ha parlato anche di un quarto motivo di stupore. “Sì, mi stupisce anche la velocità con la quale si sono voltate le spalle ai programmi e alle leggi del governo Renzi, la fretta con la quale si sono rottamate le politiche del rottamatore. La ‘Buona scuola’ prevedeva altri metodi, come alcuni dirigenti scolastici hanno fatto rilevare in questi giorni. Si sono rapidamente abbandonati”. “Aggiunga – continua Cassese – l’altro ‘revirement’, con modifica del Jobs Act, relativo ai cosiddetti 40 mila precari della pubblica amministrazione. Il governo attuale non è composto dalle stesse persone del governo precedente?”. Insomma, lei appare pentito di quelle decisioni della Corte che hanno aperto la strada ai concorsi per i supplenti. “Non sono pentito. Se il numero dei supplenti è troppo alto, non consiste soltanto in quello ‘frizionale’, fisiologico, occorre provvedere. E occorre farlo con concorsi, perché la Costituzione prevede che solo così si accede ai posti pubblici (per scegliere i migliori, e per evitare assunzioni clientelari).

Sabino Cassese (foto LaPresse)

Occorre però che si realizzino anche altre condizioni. Che la gestione dei concorsi sia rapida ed efficiente (purtroppo, questo è avvenuto solo in parte). Che i risultati dei concorsi siano positivi (purtroppo sembra che circa la metà dei concorrenti non sia stato in grado di superare i concorsi, ciò che pone seri interrogativi circa il modo in cui si è provveduto alla selezione in precedenza). Che, infine, si accetti l’idea che il servizio pubblico prevale sugli interessi privati, che la scuola è istituita per insegnare, non per dare lavoro, che la sua organizzazione deve rispondere ai bisogni degli studenti, non a quelli degli insegnanti. Insomma, non si può adattare il numero degli studenti per classe alla disponibilità degli insegnanti, come accade ora, per cui nelle scuole meridionali si vuole diminuire il numero degli allievi per classe, per dar lavoro a un sovrappiù di insegnati, mentre nel Nord dovrebbe accadere il contrario. Siamo due Italie?”. Quale giudizio, quindi, dà, conclusivamente della situazione? “Le ripeto la frase che mi ha scritto un acuto osservatore nei giorni scorsi: c’è ‘Una forza sorda, ma immensa, che tutela il presente pensando di renderlo perenne, mentre in realtà sta distruggendo il futuro”.

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