Una first lady nera e un rapper bianco, nell’addio di Michelle c’è la storia

Perché il discorso di Mrs Obama ha nobilitato il rap

Michelle Obama, l'ultimo discorso da First Lady

Michelle Obama, l'ultimo discorso da First Lady (foto LaPresse)

L’importanza del dire. Con forza e chiarezza. Quante cose si mescolano in questo inizio di 2017. Partono da punti diversi ma poi s’intrecciano nel calderone e nei flussi della nostra cultura popolare. Partiamo per esempio dal bel discorso che Michelle Obama ha pronunciato il giorno dell’Epifania, nella sua ultima uscita pubblica, in un’occasione ospitata dalla Casa Bianca che le stava a cuore, ovvero la premiazione ai migliori operatori del mondo della scuola americana. Michelle come sua abitudine, è stata pragmatica: “Vogliamo rendere cool l’idea di migliorare la propria educazione” ha detto. “Vogliamo cambiare i termini della discussione su cosa significhi avere successo nel nostro paese. Devo essere onesta: se continuiamo a puntare i riflettori sui professionisti dello sport o sulle star del pop, se continuiamo a cantare le lodi delle celebrità di Hollywood come coloro che davvero ce l’hanno fatta, come possiamo pretendere che i ragazzi mettano gli studi universitari in testa alle loro priorità?”.



Quanta saggezza nelle parole della first lady, nel sottolineare come sia il potere della speranza la forza motrice che sostiene i giovani nelle sfide per trovare il posto che cercano nella società. Quanta bellezza nella commozione di Michelle e quale vuoto provocherà l’addio di una figura così e soprattutto della ricchezza della sua parola. Barack e Michelle, tra le cose migliori con cui hanno nobilitato la presidenza, hanno ostentato in maniera valorosa il potere del discorso, rinvigorendo un’oratoria spesso dismessa – ad esempio, alle nostre latitudini.

Ci sono più luci che ombre nell’eredità di Barack Obama

Ha dovuto assistere a sconvolgimenti planetari che ne hanno indebolito l’azione riformatrice. Un bilancio.

Parlare, davvero, per comunicare, esprimere, rappresentare, toccare. A un certo punto del suo ultimo discorso, Michelle ha cominciato addirittura quasi a rappare, facendo proprio, con naturalezza, lo slancio del flow, peraltro utilizzato con proprietà. Questa trasmigrazione di linguaggi, così spontanea, effettiva, dalla germinazione per le strade della città, fino al commiato commosso di un personaggio ufficiale come Michelle Obama, è un fattore di cui vale la pena prendere nota.

Il rap è servito anche a questo: a ridare dignità e livello al discorso, alle cose che si sente il bisogno di dire e al modo in cui le si pronunciano. E non è un patrimonio razziale dei neri, se il rapper che più di ogni altro ha saputo farsi ascoltare nel mondo è un bianco, si chiama Eminem, e ha un background disgraziato e svantaggiato quanto quello di tanti colleghi di colore. Anche Eminem adesso è diventato grande: sta per compiere 45 anni e dunque tutti i discorsi che spesso abbiamo speso per ragionare su come la musica pop sia diventata una materia transgenerazionale, con 70enni e ventenni che possono condividere gli stessi palcoscenici, trovano in lui un altro esempio calzante. Eminem sta per tornare in scena con un nuovo album chiamato “Success”, che dovrebbe uscire a fine gennaio e per anticiparlo ha pubblicato un pezzo nel quale si è speso per la campagna elettorale, quando era ormai al rush finale. Il pezzo è “Campaign Speech”, un freestyle su una base quasi impercettibile, nel quale il rapper fa il suo punto personale sul malessere che coglie attorno a sé.



Tira in ballo Dylann Roof, lo stragista di Charleston e Trayvon Martin il ragazzino nero ammazzato senza motivo in Florida, poi agita le mani davanti al fantasma di Donald Trump, che in quel momento è ancora una minaccia e non una certezza. Bravissimo, al limite del concepibile, com’è sempre stato con quel dono di trasformare le parole in un cordone ombelicale che annoda e snoda, disegnando le pieghe della sua vita. Nel suo nuovo album ci sarà nientemeno che Adele, e poi un veterano come lui, Snoop Dogg e un giovane leone, Chance the Rapper, che per sua ammissione è uno dei suoi preferiti, insieme a Kendrick Lamar, che considera il legittimo erede.

Eminem. Ovvero come imboccare la mezza età e riuscire a provare l’esistenza di un genio purissimo

La vita a quarant’anni suonati è davanti  a un bivio impegnativo, per l’uomo chiamato Eminem, al secolo Marshall Mathers. Come imboccare la mezza età e le obliquità che ne conseguono, dal momento che, malgrado tutto, si vive ancora sotto forma d’icona di una musica piena di condizioni e definizioni come il rap?

Per Eminem, dicono i bene informati, “Success” sarà il canto del cigno, il testamento artistico e il suo final speech, come quello di Michelle Obama. Anche lui è al commiato, dopo che col tempo si è addolcito, e anche se dice che comunque il rap resta la sua vita, anzi, la cosa che gli ha salvato la vita. E che si occuperà di vegliare su coloro che stanno venendo su, coltivando quest’arte nel modo migliore. Una first lady nera e un rapper bianco. Chi l’avrebbe detto, vent’anni fa? Le cose cambiano, le generazioni si succedono. Conviene ricordarsi di chi è passato e ha lasciato un segno. E stare attenti, guardando più in alto, a scoprire quelli nuovi, che muovono i primi passi. Ma che nel farlo dimostrano d’essere già in possesso di quel certo non so che.

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