Si deve essere sinceri sul lavoro?

Passioni e dubbi di un’èra brutale ma non selvaggia: il candore radicale

Si deve essere sinceri sul lavoro?

Nel mondo della nuda verità, del radicale candore, non si può essere suscettibili. Come nel gioco della bottiglia, bisogna essere coraggiosi. La sincerità, in entrata e in uscita, ha un prezzo, ma l’ultima moda del management richiede e offre massima verità sul luogo di lavoro fra i colleghi e con il capo, massima serietà nel dire sempre ciò che si pensa del lavoro degli altri e delle decisioni prese, anche se ciò che si pensa è: questa presentazione fa schifo, tu l’hai spiegata malissimo, non si capisce niente, probabilmente stai provando a imbrogliare e hai degli spinaci tra i denti. Ogni lunedì mattina, per un’ora, si esprimono opinioni e feedback sul lavoro fatto. Ci si recensisce l’uno con l’altro, in uno stato di allegra tensione, o forse di terrore mascherato da disinvoltura (qualcosa bisogna pur continuare a nascondere). E’ ammesso anche dirsi: sei stato un incivile. Invece di sorridersi o grugnire, a seconda dell’educazione o del carattere, si condividono le impressioni solitamente destinate ai corridoi e ai pranzi confidenziali e pettegoli, in cui si parla con voluttà degli assenti e si esprimono giudizi spietati, rimangiati alla prima riunione: ottima idea, caro collega. Se si resiste ai primi colpi, alle critiche sulle proposte, sui resoconti, sul modo di scrivere le mail, sulla capacità di imboscarsi sempre al momento giusto, e perfino sulla necessità di molte più docce, i risultati sono entusiasmanti. Il tempo solitamente utilizzato nella paranoia o nelle congetture sui complotti a nostro danno, infatti, verrà annullato dalla franchezza, e non si perderanno più ore preziose su Skype da una scrivania all’altra a parlare male di questo e di quello, perché sapremo già tutto. La brutalità frontale sostituirà le email passivo-aggressive mandate alle sei di venerdì pomeriggio, giusto in tempo per rovinare l’intero fine settimana.

 

Kim Scott, ex dipendente di Google e di Apple, ha inventato questo Radical Candor, e ora cerca di convincere le aziende di tutto il mondo che l’onestà è la migliore politica, la migliore possibilità di sviluppo, perché mette in moto la passione, l’orgoglio, la fiducia. Invece di fissare nervosamente il capo durante una riunione, spiando la sua reazione alle nostre parole, invece di immaginare che i nostri colleghi stiano chattando tra di loro su quanto siamo stati poco brillanti, la regola della verità consente perfino di rilassarsi: non ci sarà mai niente di peggio di quello che verrà detto in faccia, e forse ci conviene sapere che ci mangiamo le parole mentre parliamo, che gesticoliamo troppo, o che siamo troppo passivi, pigri, cupi, e che l’ultimo lavoro è venuto proprio male. Bisogna considerare anche la possibilità delle lacrime. Il rischio di trasformare un dovere di sincerità in una seduta psicoanalitica, o anche in una rissa, è alto, ma Kim Scott sostiene che la brutalità vada accompagnata dall’umanità: dire con gentile chiarezza le cose come stanno, senza accanimento e senza sadismo, ma senza troppa cautela. Gettare via le vecchie dosi di ipocrisia istituzionalizzata e inaugurare una nuova èra, anche dolorosa, di coinvolgimento e franchezza. Senza i lanci di piatti di una normale vita coniugale, ma anche senza il galateo delle bugie. Kim Scott immagina di riuscire a portare questa studiata assenza di diplomazia anche negli uffici della politica, trasformare “House of Cards” nel giardino delle verità e dei salassi al cuore. Adesso chiudete gli occhi, immaginate la vostra giornata lavorativa, le persone con cui trascorrete le ore, i colleghi di sempre e quelli appena arrivati, quelli che sono diventati amici, più che amici, nemici, e rispondete con radicale candore: è possibile?

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Commenti all'articolo

  • aformentini60

    11 Gennaio 2017 - 09:09

    risposta di getto: no, nel pubblico impiego siamo ancora all'epoca del latifondismo (ministeri)

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