Tullio De Mauro (1932-2017)

Spiegò l’Italia unita nata in tv, poi lo Spirito del tempo lo lasciò un po’ indietro. Linguistica e democrazia

Maurizio Crippa

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Tullio De Mauro

Tullio De Mauro (foto LaPresse)

Il filo delle parole si srotola inevitabilmente nel tempo all’indietro, e forse non dovrebbe mai. Non fosse che per essere competenza la parola deve essere prima memoria. Aveva scoperto – negli stessi anni in cui Pasolini si accorgeva della mancanza delle lucciole – che, fatti gli italiani, la prima e sola unificazione della lingua degli italiani (langue e parole) l’aveva fatta la televisione. Tra la metà dei Cinquanta e dei Sessanta era nata una comunità di parlanti medio-italiani come l’aveva soltanto sognata Dante, come non l’avevano fatta i panni in Arno, come non l’avevano prodotta la Grande guerra e la scuola di Gentile. Che non erano mai riusciti a scavalcare la dorsale dell’Appennino, a legare città e campagne.

 

Il filo delle parole (Parole di giorni lontani, 2006) l’aveva riportato alla Napoli degli anni 30, alla borghesia colta e letterata in cui era nato, alla scuola e all’elencazione un po’ nostalgica di un lessico famigliare desueto, il babà e la stanza da pranzo, così come altri ricordano le Nazionali senza filtro o la tv in bianco e nero. Segnali di una partita col linguaggio, se non persa, quantomeno impattata. Così il linguista che coniugando la disciplina formale e lo Zeitgeist progressista dell’antropologia culturale, della sociologia politicizzata, aveva scritto La Storia linguistica dell’Italia unita (1961), cioè la storia degli italiani e della loro lingua, la storia di come siamo diventati (forse) un popolo, negli ultimi anni preferiva denunciare che l’80 per cento degli italiani era analfabeta. Rimasto o tornato. E che probabilmente la colpa era un’altra volta della televisione.

 

Come per Eco era colpa di internet se ormai qualsiasi barista ti da del tu. Un fermarsi sulla soglia del tempo anche legittimo, anche estetico. Ma come estenuato. Ma già prima, il linguista con ambizione di filosofia del linguaggio di Introduzione alla semantica (1965), con ambizione di confrontarsi con Wittgenstein, il fondatore italiano di una disciplina che rese disponibile la traduzione commentata (1967) del Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, l’intellettuale engagé con un’idea storica e per così dire umanistica del linguaggio, era stato travolto dal chomskismo ideologico e forsennato, dalle pretese scientiste e neuro-scientiste delle linguistiche post umaniste. Forse più adatte a quest’epoca, epoca di linguaggio degli algoritmi, che non la lingua-memoria-emancipazione dei suoi studi. Più che delle antiche parole, sarebbe stato bello, sarebbe bello ora, sentirlo parlare del linguaggio slabbrato dei social, del linguaggio incivile e asintattico della politica, degli hate speech e delle parole vuote.

 

Aveva passato una vita nella linguistica democratica, nell’impegno della pedagogia e della didattica. Con qualche eccesso di furore per la scuola à la don Milani, che gli guadagnò il nomignolo di “Sausurre e Grida” (si ignorano eventuali malignità, resta il magnifico calembour). Fu ministro dell’Istruzione per tredici mesi con Amato. Non toccò palla, e basterebbe questo a spiegare perché neppure una laurea può averla vinta contro il burosauro della scuola. Il suo Grande dizionario italiano dell’uso servirebbe adesso. Non essere riuscito ad attualizzarlo non è una sconfitta personale di un grande uomo di scienza, ma il segno della sconfitta di una vecchia utopia: la linguistica democratica e la democrazia come frutto dell’educazione. Tullio De Mauro era nato a Torre Annunziata nel 1932. E’ morto giovedì a Roma.

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