Che fare nella Rai del “No”, dopo il caso Verdelli? Parla Guelfo Guelfi

Il prototipo delle “differenze unite per negare”

Marianna Rizzini

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Che fare nella Rai del “No”, dopo il caso Verdelli? Parla Guelfo Guelfi

Roma. Le dimissioni di Carlo Verdelli dalla carica di responsabile editoriale Rai dopo il “niet” informale del cda al suo piano news, l’intervista al Corriere della Sera in cui il dg Antonio Campo Dall’Orto dice “finirò io il piano-Verdelli” e la sensazione di una “irriformabilità” sostanziale della tv pubblica che torna a diffondersi tra Viale Mazzini e il Parlamento: di fronte a questo scenario Guelfo Guelfi, consigliere di amministrazione di area renziana, pubblicitario e già spin doctor di Matteo Renzi ai tempi della corsa a sindaco di Firenze, vede un legame tra “la riformabilità di un’azienda strategica, importante e di grandi dimensioni come la Rai e la vicenda politica del paese”. A Guelfi sembra che il fronte del No, “nella sua composizione generale di ‘differenze unite per negare’, abbia fatto da prototipo: le ‘differenze unite per negare’ hanno avuto, anche nel cda Rai, il proprio momento di gloria, provocando un effetto non proprio positivo, di cui le dimissioni di Verdelli, contraddetto in maniera volgare da un certo numero di consiglieri, sono l’estrema conseguenza. Presso alcune forze politiche si pensa magari, negando, di rafforzare e segnalare la propria presenza sulla scena. Ma, a forza di no, la buona politica, intesa come politica non correntizia, non legata a cognomi ma a idee, ha subìto qualche contraccolpo. E bisogna rimediare”.

 

Dove sta l’Orfeistan?

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Quanto al caso Verdelli in sé, a Guelfi pare che le parole di Campo Dall’Orto al Corriere della Sera “rimettano un po’ in ordine le cose. E se il giorno precedente si discuteva di ‘bocciatura del piano’, nell’intervista del dg si dice, in sostanza, che il piano Verdelli è il contenuto di carattere generale su cui ci muoviamo e che la titolarità dell’azione su questa base la assume il direttore generale stesso, cosa che io auspicavo e considero saggia e giusta”. Ma il “rimediare” di cui parla Guelfi si scontra innanzitutto con una “contraddizione” di ruoli e forma: da un lato l’amministratore delegato indicato dalla legge voluta dal governo Renzi, dall’altra un cda “che è conseguenza della legge Gasparri, eletto con una forte caratura di appartenza politica. Nel cda si riproducono, a volte esasperati, non solo gli scontri tra partito e partito, ma anche tra corrente e corrente. Ed è contraddizione d’annata, questa: il cda, per com’è ora, espone a un rischio costante di cadere in una trappola a orologeria: nel cda sembra valere più una dichiarazione che il merito”. Guelfi prende come esempio, riguardo al piano Verdelli, il conflitto “sulle cosiddette macro-aree” d’informazione: “Temo che in questo paese non si ruscirà mai a crearle, e mi continuo a domandare perché mai la concentrazione e l’accorpamento di risorse, strutture e capacità tra redazione locale e redazione locale non possa essere avviato. Non hanno forse ragione, poi, quelli che vedono nella dispersione e parcellizzazione di risorse un campo fertile per la tessitura di trame clientelari?”.

 

Il piano Verdelli, dice Guelfi, proponeva “un’analisi dello stato generale del sistema dell’informazione, non solo in Italia ma anche in Spagna, Francia e Gran Bretagna, segnalando le differenze di leggerezza ed economicità delle strutture e di modernità in termini di produzione e digitalizzazione. Non si può continuare a dire che in Rai perdiamo utenza nelle fasce giovanili e poi rallentare i processi che richiamerebbero l’interesse degli spettatori tra i 14 e i 30 anni”. Che cosa fare ora? “Renzi in questo momento è il segretario di un grande partito: porti l’Italia al più presto a un confronto elettorale che consenta la messa in campo del suo progetto politico che, dal governo, stava ben rappresentando, con un grande numero di riforme impiantate e in divenire, Rai compresa: Campo Dall’Orto ha messo a disposizione un’offerta tv che, a parte alcuni casi di insuccesso, primeggia in numeri e contenuti e come livello di innovazione nei palinsesti. Ma di questo non si parla, preferendo accordarsi al fronte del ‘noismo’ ”. 

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