La morte di Carrie Fisher, eterna Leila di “Star Wars” che ha sempre saputo ricominciare

L’altra grande interpretazione dell'attrice è assai meno centrale ma ugualmente indimenticabile: in una delle scene più strepitose dei “Blues Brothers”

La morte di Carrie Fisher, eterna Leila di “Star Wars” che ha sempre saputo ricominciare

La saggezza antica del “pochi ma buoni” trova rari esempi così calzanti come quello di Carrie Fisher. L’attrice, scomparsa ieri a sessant’anni dopo che un infarto l’aveva colpita su un volo da Londra a Las Vegas il 23 dicembre, non ha avuto molte parti di rilievo. Ma quelle parti l’hanno resa ben più che indimenticabile. L’incredibile peculiarità di Fisher è quella di illuminare una carriera abbastanza ordinaria, fatta di parti secondarie e marginali, con due perle tali da rendere ormai indistinguibile il suo volto, le sue movenze e il suo modo di fare da quelli dei personaggi che ha interpretato.

 

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La sua parte più famosa, ovviamente, è quella della Principessa Leila nella trilogia originale di “Guerre Stellari” e, poi, nel settimo film della serie. Ci sono fotogrammi talmente scolpiti nella cultura popolare da incarnare letteralmente il successo dell’intera saga: l’innamoramento parallelo per Luke e Han, lei tenuta in catene da Jabba the Hutt (la scena favorita dai maschi adolescenti degli anni Ottanta, si può presumere…), l’ologramma nella memoria del droide C1-P8. Il messaggio olografico non è solo una scena clou: è il perno dell’intera serie di “Star Wars”: “Aiutami, Obi-Wan Kenobi. Sei la mia unica speranza”. “Una nuova speranza” è non a caso il titolo attribuito ex post al film del 1977, e quello della speranza è un concetto ricorrente e intimamente legato alla figura di Leila. Ne “L’impero colpisce ancora”, Obi-Wan dice che “quel ragazzo [Luke] è la nostra unica speranza”, ma Yoda risponde: “No, ce n’è un’altra” – Leila, appunto.

 

L’altra grande interpretazione di Carrie Fisher è assai meno centrale ma ugualmente indimenticabile: in una delle scene più strepitose dei “Blues Brothers”, Fisher è l’ex compagna di Jake Blues (John Belushi), da questi abbandonata sull’altare. Fisher trova Jake all’apice del film, armata di tutto punto e decisa a vendicarsi, ma poi cede e concede un ultimo bacio dopo una improbabile lista di giustificazioni messa assieme da un Belushi capace di sfoderare quel tipo di sguardo che una generazione successiva ritroverà nel “Gatto con gli stivali” di Shrek.

 

Durante la sua carriera Carrie Fisher ebbe seri problemi di droga, al punto che in diverse occasioni fu addirittura allontanata per l’incapacità di recitare adeguatamente. Un’altra costante della sua vita privata fu quella che su Facebook si definirebbe “una situazione complicata”. Non poche delle sue relazioni nacquero e finirono sul set: tra gli altri, Harrison Ford durante le riprese di “Star Wars”, e poi Dan Aykroyd mentre girava “I Blues Brothers”. Il vero grande amore della sua vita fu però Paul Simon, che frequentò dal 1977 al 1983 e poi sposò, dopo il flirt con Aykroyd, nell’agosto dello stesso anno. Il matrimonio finì nel 1984 ma i due continuarono a vedersi anche dopo il divorzio fino al 1991.

 

 

La droga e i disturbi bipolari

 

Alla droga e alla confusa vita sentimentale si aggiungono problemi di salute mentale. Fisher era infatti affetta da disturbi bipolari. Le droghe non facevano che esacerbare questa condizione rendendo la sua vita personale e professionale ancor più disordinata. I fan ne hanno avuto testimonianza nella sua comparsa nel settimo film di “Star Wars”, “Il risveglio della Forza”, nel quale, nonostante il trucco e le magie di Hollywood, l’attrice dimostra molto più dei suoi anni e mantiene un legame così tenue con la Leila di tanti anni prima che solo l’affetto degli appassionati può ritrovarvi la stessa persona. Eppure Carrie Fisher è anche e forse soprattutto questo: il coraggio di ricominciare. Nell’ultima sua parte, la forza di offrire le rughe e la mancanza di forma alla cattiveria dello spettatore. Che però, proprio per questo, la perdona e continua ad amarla.

 

Fisher non era credente: si definiva “una fervente agnostica che sarebbe felice se le fosse dimostrata l’esistenza di Dio”. Dovunque sia in questo momento, continuerà a essere ricordata come una principessa coraggiosa: nonostante la continua lotta con malattie e dipendenze, Carrie Fisher sopravvive a se stessa, perché la Forza scorre potente in lei.

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