Il potere nelle parole

Storia e origini dello speech act, la parola che è azione. Nell’età delle Banche centrali la credibilità dei sacerdoti della moneta dipende molto dal linguaggio

Draghi

Mario Draghi (foto LaPresse)

Il saggio “Gli Oracoli della moneta” (il Mulino, 240 pp., 16 euro) di Alberto Orioli, vicedirettore e editorialista del Sole 24 Ore, è un’indagine originale sulle strategie, gli stili, e gli effetti dell’uso dell’arte del linguaggio da parte dei banchieri centrali nell’epoca contemporanea. Pubblichiamo integralmente il primo capitolo “L’atto di parole”.

 


 

Quando il Tesoro americano scrive su una banconota da 20 dollari “Questo biglietto è moneta a corso legale per tutti i debiti pubblici e privati”, non solo sta descrivendo un fatto, ma lo sta anche creando. E i 20 dollari diventano “veri” grazie a un atto di parole, in virtù della trasformazione di una mera idea linguistica, di un codice ancora solo potenziale, in azione concreta, in fatto compreso e condiviso. E’ toccato a un agente segreto teorizzare gli speech acts, traduzione inglese dell’atto di parole. “Dire è anche fare”, era il motto di John Langshaw Austin, il primo linguista a indagare il fenomeno. Di fronte all’aula gremita di Harvard, l’ex tenente colonnello dei servizi segreti britannici spiegava agli studenti incuriositi e increduli “come fare le cose con le parole” e apriva uno scenario nuovo: quello della magia del collegamento diretto tra il mondo del linguaggio con quello dell’agire. Dava dignità scientifica all’idea dell’”abracadabra” dei prestigiatori. Del resto la parola magica per eccellenza è parente stretta dello speech act: in aramaico avrah ka dabra vuol dire “creo mentre parlo”. L’atto di parole diventa anche il sovvertimento della vulgata popolare del “fatti, non parole”, ma anche una nuova frontiera filosofica oltre l’idea del linguaggio come sola rappresentazione, pur se non limitata a mera “nomenclatura”, o come gioco linguistico, inteso come uso delle parole in grado di associare un linguaggio a una vera e propria “forma di vita”. Si irrobustiscono le teorie di Ludwig Wittgenstein, padre nobile della disciplina. Nel ’45 scriveva nel suo diario che “le parole sono azioni”, e quell’intuizione sarà decisiva per il lavoro dell’ex 007.

Sostantivi, aggettivi e verbi nello speech act assumevano improvvisamente una concretezza fisica, superando ogni percezione mentale astratta, da puro ologramma del pensiero. “Vi dichiaro marito e moglie”, è l’esempio classico di una locuzione verbale che crea un fatto, in questo caso il matrimonio. Ma l’atto di parole non è cosa da burocrazia amministrativa. L’arte meglio di altre discipline fa comprendere appieno la straordinaria forza del binomio parola-azione. La tensione creatrice percepibile guardando il Dio di Michelangelo che, con il dito, sta per toccare l’indice di Adamo nella Cappella Sistina è l’idea sublime del primo atto di parole; la scintilla primordiale della creazione, la trasformazione in materia e azione del logos, del pensiero unitario sciolto in linguaggio, insomma dell’idea di Dio stesso pronta a calarsi in una nuova concretezza, innanzitutto verbale, destinata a cambiare il mondo. Trovare un atto di parole dei nostri giorni che simboleggi quella forza indagata dai filosofi-linguisti e raffigurata dagli artisti non è avventura facile se non si esce dall’angustia del semplice codice linguistico di base, dell’unità di misura minima di una delle tante lingue moderne. Ciò che più oggi fa sopravvivere l’idea evocativa e universale dell’atto di parole è proprio l’antico linguaggio fiduciario della moneta e, come conseguenza, il particolare codice comunicativo posto nel tempo a presidio delle scelte di politica monetaria.

Anche i giuristi, naturalmente, fin da Cicerone, sono fiduciosi di avere affilato una lingua razionale loro propria, precisa e incontrovertibile che crea le cose attraverso le parole dei patti e delle regole, ma il linguaggio giuridico non è in grado di creare l’idea stessa di fiducia che riverbera invece la moneta; i giuristi declinano la fiducia per lo più come condizione da preservare in antitesi alla diffidenza: ne ponderano i rischi, definiscono sanzioni per i reati e risarcimenti per le disillusioni. Così nel patto scritto nella lingua dei giuristi la fiducia emerge soltanto per silhouette. L’esempio prosaico dei 20 dollari aiuta invece a capire come sia diversa la creazione diretta di un oggetto fiduciario e quindi quanto sia più istantanea e pregnante la lingua che lo “gestisce”. Lo usa per primo il filosofo del linguaggio John Searle, lo studioso americano che dà forza teorica all’idea degli speech acts intuiti da Austin, ma mai sistematizzati in un vero codice scientifico dal suo scopritore. Così la moneta viene studiata come “oggetto sociale” in grado di “creare una realtà che va oltre i significati”. Moneta e linguaggio sono l’essenza del binomio dire-fare, antico quanto l’uomo. Non diciamo forse “spendere qualche parola”? “La moneta come il fuoco, la ruota e il linguaggio scritto è una delle principali scoperte della civiltà; non ha un uso immediato ma è un gettone fiduciario”: non c’è solo l’economista Ross M. Starr ad avvertirci, ma ci sono intere scuole di antropologia a confermare il valore di segno e di comunicazione delle monete, siano esse conchiglie o dobloni d’oro o sassi.

 


John Searle


  

Se per Francis Bacon il linguaggio “è la moneta delle cose intellettuali “, oggi è spesso il linguaggio a trasformarsi in “moneta delle cose reali”; le considerazioni che, da un punto all’altro del globo, oggi muovono i governatori delle Banche centrali, moderni sacerdoti custodi del simbolo del denaro, hanno più di altre la fisionomia dell’atto di parole. Perché a quelle parole rispondono i mercati, da esse dipende la stabilità finanziaria, che è, in definitiva, la difficile via del buonsenso razionale per il benessere dei popoli, tracciata nel mezzo tra l’euforia e il panico irrazionali e primitivi. Da quelle parole discende la scelta sul livello dell’inflazione o dei tassi di interesse, il livello della disoccupazione o quello del cambio. Da quelle parole dipendono la garanzia del risparmio e la tutela dei redditi. Le scelte di politica monetaria delle Banche centrali sono il prototipo degli speech acts per “fare o far fare le cose con parole” e per condizionare o modificare umori e percezioni collettive. Il miglior testimone di questo assunto è Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve (Riserva Federale, Fed), la Banca centrale americana, in un aforisma diventato celebre: “La politica monetaria è per il 98 per cento parole, per il 2 per cento azione”. Ed è anche per questo che la speciale forma di comunicazione dei governatori prevede la “partecipazione” attiva di chi riceve il messaggio fino a diventarne quasi parte integrante. Se la parola è per metà di chi la pronuncia e per metà di chi la ascolta, ciò è ancora più vero per la lingua della politica monetaria. Non è un caso che gli analisti finanziari passino il tempo a misurare e interpretare ciò che chiamano il wording dei banchieri centrali; e la stessa espressione inglese, intraducibile in italiano se non con la locuzione “scelta delle parole”, mentre fa diventare verbo il sostantivo word (parola), sembra dimostrare in concreto quel passaggio “fattivo” dall’enunciato all’azione. Gillian Tett, columnist del Financial Times, ha scritto che “i testi pubblicati ogni mese dalle Banche centrali e potenziati con sobri interventi discorsivi sembrano secchi interventi ritualistici, ma non si limitano semplicemente a descrivere delle linee di policy, le stanno effettivamente creando. Le parole sono armi”.

Giova ricordare che, nella lingua inglese, word non è poi così distante da sword (spada). E’ ormai di uso comune l’espressione “guerra valutaria” e forse non è nemmeno un caso che nel gergo del central banking si parli di strumenti “convenzionali e non convenzionali” un po’ come si fa, nel gergo militare, quando si classificano le diverse tipologie di armamenti. La moneta da sempre rimanda all’idea di dominio. E sono stati rari i casi (il più fulgido è l’euro) di monete diffuse con la pace e non con la spada. Il linguaggio dei banchieri centrali, in termini quasi istantanei, si traduce in ingenti spostamenti di capitali o in altrettanto ingenti immobilizzazioni, e attraverso la concretezza materiale del denaro diventa atto. Dalle loro parole deriva anche il livello del cambio e, per questa via, la forza o la debolezza di un paese nella grande gara del commercio mondiale. Da quando la moneta non è più ancorata a quantità fisiche di metalli preziosi, a una garanzia materiale, e, soprattutto, da quando l’economia è diventata globale in tutti i suoi aspetti, risulta ancor più decisiva la scelta della lingua con cui parlare al mondo e ai mercati per spiegare o camuffare le decisioni strategiche. La vera magia della moneta, in fin dei conti, è proprio quella di far diventare materiale ciò che materiale non è. “La moneta è ciò che la moneta fa” ricorda il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Un po’ banchiere germanico calvinista, un po’ Mastro-don Gesualdo. Pesa nella tradizione tedesca l’idea di Goethe secondo cui le banconote sono “la continuazione dell’alchimia con altri mezzi”. Per rendere ancora più tangibile questo passaggio si usa la “lingua di complemento” dei numeri, quella cara a Galileo e senza la quale “l’universo resta oscuro labirinto”. È la lingua più oggettiva, la più apparentemente inoppugnabile e la più riconoscibile in tutte le parti del mondo perché dà corpo alla logica, scandita da procedimenti inferenziali incaricati di eliminare i dubbi; è un linguaggio “preliminare” e “tattico”, usato per dare argomenti e suggestioni che rendano possibile quell’alchimia e servano a corroborare l’autorevolezza di chi pronuncia le vere parole della moneta.

Alcuni studiosi si sono spinti fino a definirla una peculiare forma di narrazione fatta di “allegorie econometriche” come quelle usate dal mitico Alan Greenspan per dare forma alle scelte della Fed che, a quell’epoca, addirittura nel mondo venivano chiamate il Greenspan standard. Uno speech act che diventa così frutto di informazioni e di analisi, meglio se conoscibili solo a uno stretto circolo di iniziati, perché ciò ne aumenta il valore intriseco. Ed è anche per questo che, come dicono sempre i filosofi del linguaggio, proprio il linguaggio può essere “l’unico a dare la morte al denaro” poiché l’immaginazione è un potere superiore a quello della stessa moneta. E, probabilmente, superiore a qualunque altro potere. Semplificando, anche i monetaristi alla Milton Friedman considerano la moneta uno “scandalo ideologico”, così come l’aveva definita il filosofo del linguaggio Karl Bühler, e puntano a rendere muti i suoi effetti – inflazione o deflazione come prodotto di un eccesso o di un difetto di quantità di moneta e quindi gestibile solo con un innalzamento o un abbassamento delle quantità monetarie a fronte di tassi più o meno costanti – cercando l’equilibrio dell’offerta di moneta calibrandolo sulla base della crescita della domanda e della produttività. La moneta persegue il mito dell’equilibrio anche con la Taylor rule, la regola fissata da John B. Taylor nel ’93 per rendere “meccanico” il collegamento tra i tassi di interesse a breve e gli scostamenti tra l’inflazione reale e quella “obiettivo” nonché tra l’output corrente (i beni e i servizi prodotti da un paese) e quello potenziale: se l’inflazione o la produzione salgono oltre le attese, alzare i tassi; se accade il contrario, abbassare i tassi.

Sembra facile, ma non lo è mai. Anche perché, se l’obiettivo della politica monetaria è il cosiddetto “tasso naturale”, ossia il tasso d’interesse che assicura una crescita del pil a piena capacità e con inflazione stabile, per i banchieri centrali quel tasso è una specie di Fata Morgana, conoscibile solo quando venga effettivamente raggiunto. E i governatori non possono, quindi, comunicarlo prima. E’ un po’ come se fossero perennemente come Orfeo che trova Euridice nell’Ade e la può accompagnare di nuovo alla vita a patto che non si volti mai a guardarla. Ci ha pensato la più grande recessione dal dopoguerra a trarre d’impaccio la teoria e la pratica visto che è in atto un ripensamento globale. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha messo a nudo una certa fallibilità della “teoria generale dell’equilibrio”, paradigma della scuola degli economisti cosiddetti neoclassici, fino ad allora supportata dal modello dinamico stocastico di equilibrio generale (in inglese dynamic stochastic general equilibrium, Dsge), secondo cui era possibile prevedere le aspettative, sotto vincoli tecnologici e di bilancio, di agenti razionali considerati “rappresentativi”, create in condizioni di incertezza e in modo dinamico. Una sorta di modello di azione del “buon padre di famiglia” o dell’impresa ideale, dove ogni agente ottimizza l’utile del futuro, indipendentemente dagli altri, producendo comportamenti collettivi sulle aspettative generali. Manca, in questa realtà affidata alla matematica, l’imponderabile della psicologia individuale e collettiva, l’effetto-ansia, l’effetto-panico, l’effetto-gregge, l’effetto-paradosso, solo per citarne alcuni, che certo non poca parte hanno avuto, per esempio, nella crisi dei subprime. Per questo il moderno cruccio dei nuovi pretoriani dell’econometria, a loro volta guardia scelta dei sacerdoti della moneta, è diventato trovare nuovi modi per rendere prevedibili, in un quadro probabilistico, gli choc.

E il primo vero choc è proprio il fatto che da quel 2007 nulla è più prevedibile come prima. In quattro anni è cambiato tutto è il titolo significativo di una lunga intervista fatta dal Sole 24 Ore a Mario Draghi per compendiare il lavoro svolto fino a metà mandato da presidente della Banca centrale europea (Bce). L’arte del central banking dovrà concentrarsi sulla ricerca di nuovi “strumenti di verità”. Lo spiega il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo libro Perché i tempi stanno cambiando: “Una lezione importante della crisi finanziaria è che i modelli attualmente disponibili non sono in grado di catturare le interazioni e le retroazioni tra il settore reale dell’economia e quello finanziario, nonché le non linearità che emergono in particolare durante le crisi”. E per questo l’economia si contamina con la psicologia, con le neuroscienze. Così scopriamo, ad esempio, grazie agli economisti comportamentali, che a un euro perso in Borsa, generalmente, si attribuisce un valore doppio rispetto a un euro guadagnato o che sovente aspettative da “tifosi” su un dato evento economico producono scelte di investimento volutamente “anomale” e prive di razionalità. E tanti “tifosi” insieme diventano un fatto distorsivo importante. Con una sensazione crescente: che forse la dote più importante in questi periodi è accettare l’incertezza, perdere l’illusione del controllo e affrontare le trappole della complessità facendo largo uso di quello che i banchieri centrali, nelle cene conviviali che ogni due mesi si tengono a Basilea, nella terrazza del palazzo della Banca dei regolamenti internazionali (Bank for International Settlements, Bis), al totale riparo da orecchie indiscrete e dal clamore dei media, chiamano la “regola del pollice”. Vale a dire il fiuto, l’esperienza, la scelta dei tempi e l’intuito messi insieme, nella consapevolezza che la tempestosa fase attuale dell’economia globale è la dimostrazione quotidiana – come sottolinea sempre Visco – delle “teorie della razionalità limitata” e dell’incertezza formulate dall’economista-psicologo Herbert Simon.

Con la sua salvifica appendice di fatalismo taumaturgico: in ogni epoca dell’incertezza il mondo, alla fine, ha sempre trovato una soluzione. La fiducia è il corrispettivo del segno della moneta, il significante di un mezzo antico eppure futuribile che crea da sempre cittadinanza e scambio, relazioni e comunicazione ben oltre il suo valore intrinseco. In un’effige di un’antica moneta di Malta, fusa in una lega povera perché durante l’assedio dei turchi l’oro era diventato introvabile, si leggeva non aes sed fides (non bronzo, ma fiducia). E la Banca centrale da sempre – come scrive Curzio Giannini nell’Età delle banche centrali – “produce un bene impalpabile ma essenziale come la fiducia, di cui il capitalismo, basato com’è su una piramide di carta, quando non soltanto di poste elettroniche, ha un bisogno enorme. E non bisogna dimenticare che “fiducia” viene da “fede”: non la si può produrre su base veramente contrattuale”. La tradizione popolare ha trovato più volte il modo di declinare con articolazioni “semireligiose” i concetti legati al denaro e alla moneta. D’altro canto il più straordinario speech act viene proprio dalla religione ed è, per la fede cattolica, il momento dell’eucarestia, quando le parole rituali del sacerdote trasformano l’ostia nel corpo di Cristo e il vino nel suo sangue. Nella radice della parola greca nómisma (moneta) sta anche quella del verbo nomízo (credo). La fiducia-fede rimanda al credo, al credito, ma anche inevitabilmente alla credulità. E quando l’economia ha pretese di scienza predittiva – come è accaduto per gran parte del secolo scorso – la dinamica della fiducia assume una caratura di ulteriore delicatezza sociale. E bisogna allora parlare la lingua del rispetto e della coerenza. “Facciamo quello che diciamo e diciamo quello che facciamo”: Otmar Issing, carismatico capoeconomista della Bce, uno dei padri dell’euro, scolpiva così l’idea dell’affidabilità.

Scrive Pierluigi Ciocca ne “La banca che ci manca”: “Gli interventi devono essere ponderati e deliberati nella riservatezza. Ma gli annunci devono essere chiari, le scelte motivate ex post , gli impegni mantenuti. Da questa coerenza tra pensiero, azione, comunicazione dipendono la credibilità della Banca centrale e l’efficacia della sua azione. L’esplicitazione dell’orientamento della Banca centrale deve distinguersi dall’intrusivo condizionamento imposto dalla società civile attraverso quello che Federico Caffè bollò come allarmismo strumentale”. E questi di oggi sono tempi pieni di allarmi, di angosciosa attesa di uscire da una crisi (non solo economica) apparentemente interminabile. A maggior ragione è evidente quanto sia impor19 tante come si usano le parole. Che sono lo strumento d’elezione per cementare quella fiducia e rendere esigibili le reazioni che chi gestisce la moneta intende creare e governare. Proprio così: “Strumento”, come le ha definite l’attuale presidente della Fed Janet Yellen; anzi, sono il “principale strumento di politica monetaria “ ad uso dei banchieri centrali contemporanei. Soprattutto perché il mondo sta conoscendo l’epoca dei tassi zero. E l’uso di quello strumento rimanda alla lezione agostiniana del De Magistro, laddove già più di duemila anni fa era ben presente che “l’uso delle parole è più importante delle parole stesse”.

E’ recente la svolta verso una comunicazione più esplicita e frequente ed è avvenuta solo quando è stato evidente che la trasparenza era più conveniente dell’opacità; che la riduzione delle asimmetrie informative, tra chi sa e chi non sa, poteva consentire di governare le aspettative meglio del non dire. A un certo punto i banchieri centrali hanno deciso che non era più tempo di guardare il mondo come gli dei di Omero guardavano il viaggio di Odisseo – al mondo delle Banche centrali piacciono i riferimenti alla mitologia classica – salvo intervenire, distanti e compiaciuti, per creare, di tanto in tanto, un diversivo, un pericolo, una soluzione; ma avevano deciso che era il tempo di scendere dal cielo dell’esoterismo e salire direttamente sulla nave di Ulisse per navigare nel mare aperto della trasparenza. La suggestione oracolare è stata a lungo applicata alla “lingua della moneta” – e tuttora ne conserva alcune caratteristiche – e a lungo ha riverberato una sorta di idea presocratica del pensiero come funzione intuitiva espressa con enigmi capaci di creare miti. La sfinge è il simbolo principale di questa concezione del pensiero e rimanda all’idea eraclitea del dio che “non dice né nasconde, ma suggerisce”. Moral suasion, uno dei più efficaci attrezzi cultural-linguistici ad uso dei banchieri centrali per i quali il risultato migliore è quello raggiunto senza che venga mai esplicitato. E’ questa la vera lingua del potere: fare sì che le aspettative si autodeterminino secondo disegni prestabiliti possibilmente nell’illusione che si tratti di scelte libere e autonome. E’ un po’ come quando Sun Tzu ci insegna che la battaglia migliore è quella che si vince senza bisogno di combattere.

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